07/03/2012

Amiltone e l'istruzione

Essendo già principiati a scorrere impetuosamente, su quell'inviolato ed adamantino schermo ad allocroici cristalli liquidi incrostato di diafani cristalli di quarzo che la mia impareggiabile esistenza mortale si vanta di essere, gli sfolgoranti titoli di testa di una nuova ed inebriante stagione agonistica, è tempo che Luigi Amiltone svella dai suoi martoriati precordi un'altra esulcerante rimembranza del suo passato tanto lustro quanto triste: solo estrinsecandone, "estroiettandone" l'opprimente gravame dal mio onusto carcame sento che potrò catarticamente liberare il mio spirito sidereo dalla tirannica ed ormai quindicennale ottenebrazione che lo attanaglia, per opera funesta di alcuni aterrimi e teterrimi demoni della mia incolpevole fanciullezza. Ebbene, parlerò dunque di un capitolo della mia vita che ho sempre debitamente sottaciuto, o a cui, al massimo, ho fatto solo fuggevoli accenni: la mia istruzione. Si potrà cogliere quanto essa, osteggiata persino da alcuni dei miei famigliari più stretti, sia stata un'esperienza tormentosa, travagliatissima, limitata se non ridotta ai minimi termini dalle soffocanti imposizioni dei miei parenti e tutori/carcerieri, e mantenuta in sussistenza vegetativa solo dalle saltuarie e brevi concessioni ottriate provenienti dall'esterno, provvidenziali occasioni di tregua che la loro spietata crudeltà ed avida prepotenza non riuscirono, fortunatamente, a negarmi del tutto. Ne emergerà drammaticamente un quadro impietoso della mia formazione raffazzonata ed approssimativa, della mia preparazione culturale lacunosa, del mio essere un individuo illetterato (da una munifica regia celeste mi si suggerisce prontamente l'espressione "homo sanza litterae"):  tuttavia non si dimentichi che è proprio grazie a tali disorganici, sconclusionati ed avventizi rudimenti di alfabetizzazione che posso raccontare al folto pubblico delle grandi occasioni le mie diuturne tribolazioni. 

Pur essendo tuttora aggranchiato dalle algide brine mnemoniche di una prima giovinezza così priva di calore umano, non posso evitare di non peritarmi di non esimermi dal non indugiare ad iniziare il lagrimoso racconto: indi comincerò.

Come già riferito nel post(o) La mia infanzia, alla tenera età di sei anni il mio venale babbo Antonio mi svendette a Ron Tennis per un pugno di sterline anglocaraibiche, o al massimo per qualche sterlina in più. Nel congedarsi da me, queste furono le parole del crudele genitore: "Vai ad abitare dallo "zio" Ron, che è tanto buono". Ma io, che già da marmocchio avevo la lingua glabra, risposi sfacciatamente: "A me sembra brutto e cattivo!" Ebbene, fino a quel momento non avevo mai subito la minima percossa, ma queste parole segnarono la fine della mia intangibilità, integrità ed invulnerabilità fisica: la scena che seguì, infatti, potè essere denominata a posteriori, dall'alacre stuolo dei miei biografi ufficiosi, come "C'era una volta la nuca di Luigi Amiltone". Ecco la tragica e minuziosa cronaca dell'evento: consapevole di aver dato una risposta sgarbata ed offensiva (e in effetti Ron mi fece in seguito querelare per ingiuria e lesa maestà dinanzi alla Corte Suprema Mc Ladren, cosa che oggi può sembrare ridicolmente inverosimile), avvertii all'istante una sorta di elettricità nell'aria; la mia lungimirante coscienza si faceva sentire dal dirupato baratro del mio animo con una flebile vocina ammonitrice, che sembrava dire: "Giù la testa, [...]!"... ma non feci in tempo a seguire quel consiglio, e sulla mia nuca si abbattè, per mano del babbo, il più tremendo scapaccione cui il globo terracqueo avesse mai assistito. La mia testa subì uno scossone del nono grado della scala Rìttero (intendendo qui non il matematico né il musicista, e nemmeno quello delle tavolette quadrate di cioccolato, ma il sismologo), che causò la prematura caduta di quattro dei miei capellini crespi, in una ecatombe tricologica che rammenterò sempiternamente. Ma quella rovinosa percossa fu solo una pallida avvisaglia di quello che era il vero colpo, quello psicologico: la mia vita mutava drasticamente direzione, ed io dovevo staccarmi dalla città dove avevo vissuto i miei primi anni. C'era una volta Stefanaggio. Poichè, con i miei sei anni, mi ero testé affacciato all'ampio balcone esistenziale dell'età scolare, mia madre, prima della meschina vendita (cui si era suo malgrado rassegnata in ossequio alla soverchiante ed atavicamente imperante autorità patriarcale), si era posta il problema della mia istruzione elementare: ma babbo Antonio, che mi considerava una mera macchina da soldi, non intendeva muovere un dito in questo senso. Allora ella andò da Ron, si prostrò e prosternò ai suoi piedi spiegandogli la situazione: dalla laringe di Ron risuonò un ringhio semi-soffocato che indicava sicura disapprovazione ed irritazione. Come al solito, Ron non aprì bocca, ma la sera stessa arrivò a casa dei miei, mediante due araldi di nero vestiti, un comunicato ufficiale Mc Ladren, documento che notoriamente possiede la stessa perentoria autorità delle antiche gride. In esso ci si riferiva a me in termini di "prototipo sperimentale di macchina da vittoria", identificazione reistico-oggettuale che sembrava precludere a priori qualsivoglia rivendicazione inerente ai diritti inalienabili di un essere [sovr]umano, e nella fattispecie di un [sovra]bambino. Ma, incredibilmente, il documento apriva uno spiraglio: "si riconosce altresì, considerati i difetti e le lacune di programmazione riscontrati nelle centraline elettroniche del macchinario in oggetto, l'oggettiva necessità - previa assenso del venditore - di affidare, dal tramonto all'alba di ogni giorno, la suddetta apparecchiatura ad un vicino laboratorio esterno specializzato in meccatronica per dilettanti": di seguito si specificavano le generalità anagrafiche del proprietario di quel laboratorio, che risultava essere mio zio paterno, che in effetti era un sedicente ingegnere meccatronico da strapazzo, residente con la famiglia nella prima periferia di Vochingo. Ron, silente strumento della Provvidenza, si era inventato un pretestuoso stratagemma per poter eventualmente affidarmi, durante le ore di buio (ma le ore diurne sono quasi altrettanto tenebrose, a Vochingo), ai miei zii, che mi avrebbero iscritto a una scuola serale intensiva. I miei genitori accettarono il consiglio, e telefonarono agli zii per sottoporre loro la cosa. Mio zio, degno fratello di papà Antonio, non era troppo entusiasta, ma alla fine accettò per non fare brutta figura. Mia zia era invece raggiante, ma il suo parere aveva lo stesso peso insignificante di quello di mia madre. Comunque sia, si raggiunse questo storico accordo interamiltoniano, ed io fui iscritto senza indugio ai corsi serali dell'Istituto Comprensivo Anglo-Caraibico Anormale Superiore di Vochingo, che si vanta di essere una delle tre migliori (ex aequo) scuole dell'ecumene, e riunisce in un paternalistico abbraccio, fra le sue gloriose mura, tutte le classi dal primo anno di scuola materna alla quinta liceo. L'approdo naturale di chi, eroicamente, riesce ad uscire da questo istituto è, nemmeno a farlo apposta, la sezione più prestigiosa del celeberrimo ateneo di Oxfordo, ossia l'Accademia Anglo-Caraibica di Oxfordo, che non può esimersi dal vantarsi di essere l'istituzione di rango universitario migliore al mondo. La pianificazione dicotomica della mia gioventù era dunque stata indelebilmente tracciata, dalla sapiente mano demiurgica di quel deus ex machina di Ron: avrei trascorso le ore mattutine e pomeridiane in quello spettacolare dedalo tecnologico della tentacolare e sovrumana sede Mc Ladren, oppure al mitico circuito del Sasso d'Argento; dopo il rutilo occaso, invece, avrei dovuto provvedere a recarmi autonomamente, mediante un vacchio karto Mc Ladren vincolato alla leggendaria Torre di Carbonio di Ron da una catena di lunghezza chilometrica, a scuola, per cinque ore di lezione. Durante l'intervallo avrei consumato la mia parca cena, ossia un pacchetto di crackers non salati in superficie (ma neanche in profondità!) che il più delle volte, visto lo schiacciamento sistematico che subiva da parte dei massicci volumi enciclopedici che avevo nello zaino, si tramutava in un desolante sacchettino di briciole. Sarei poi rincasato dagli zii, ormai a sera inoltrata o a notte fonda (a seconda della stagione): avrei dovuto studiare alcune ore nel silenzio più assoluto per non disturbare i dormienti, poi, finalmente, coricarmi a mia volta, per le poche ore residue che restavano prima delle rosee dita dell'aurora e della fulgida (per chi si trova fuori dalla cappa di polvere carboniosa di Vochingo) alba di un nuovo giorno. Cominciai così quest'esistenza tirannica, che non mi lasciava un nanosecondo di tempo libero: alla Mc Ladren sgobbavo come un ipermelaninico, facevo il possibile e non di rado anche l'impossibile, ma Ron era sempre di umor nero; di sera, a scuola, mi impegnavo più che potevo, e cercavo di non perdere alcuna di quelle inestimabili lezioni. I maestri, severi e dalla psiche imperscrutabile, erano in generale assai parchi di elogi, ma a me qualche volta ne facevano, seppur tiepidi. Ma quando arrivò a casa la mia prima pagella - il pagellino di metà quadrimestre - fu subito chiaro che si trattava di lodi di mera convenienza diplomatica (tutti sapevano che ero una delle nuove reclute del temuto impero Mc Ladren): i miei zii lessero infatti con sgomento, su quel documento rivelatore, una sequela impressionante di uno e di zeri. "Matematica: uno, zero!", tuonò lo zio; "Idioma anglo-caraibico: uno, zero", gli fece eco la zia. "Dialetto britannico: uno, zero"... e via di seguito, in una via crucis sempre più imbarazzante. Lo zio inveì furiosamente contro di me, giurando di non aver mai visto una pagella peggiore, una pagella che sembrava un codice binario (ed essendo ingegnere meccatronico, se ne intendeva...). La zia, a mia parziale discolpa, azzardò la surreale ipotesi che la pagella fosse stata intenzionalmente tradotta dai professori nel sistema binario, proprio per renderla di più semplice lettura all'ingegnerone da strapazzo: in tal caso, gli uno non sarebbero stati voti fallimentari, ma sufficienti. Ma lo zio non si lasciò abbindolare, e per dimostrare l'idiozia appena proferita dalla moglie (scrivendo "zia" avrei fatto rima...sarà per la prossima volta), andò a prendere le recenti pagelle dei miei due cugini, Gregorio e Girolamo, che avevano alcuni anni più di me e frequentavano lo stesso inclito istituto, ma ovviamente nei canonici corsi mattutini. Dopo aver preventivamente rimarcato che i suoi figli frequentavano le medie, pertanto i corsi erano ben più impegnativi di quelli della mia prima elementare serotina, lo ziastro, per farmi vergognare ulteriormente, lesse le loro votazioni ad alta voce, in tono stentoreo e pomposo: "Matematica: sei! E dico sei, capito?"..."Idioma anglo-caraibico: sette! Si scusi se è poco..."..."Geografia lunare: sei e mezzo!"..."Filologia ellenistica: quattro più!"...e potrei continuare! Annichilito da quel confronto umiliante, strisciai afflitto e gemebondo nell'oscurità del ripostiglio maleodorante dove mi facevano dormire, accucciato sull'algido pavimento. Proprio quando mi ripromisi di migliorare a scuola, la scure del destino beffardo si abbattè su di me: arrivò dalla corte suprema Mc Ladren la sentenza che mi condannava a due mesi di reclusione per le ingiurie a Ron di cui ho parlato in precedenza. Scortato da due sicari vestiti di nero, fui condotto nei sotterranei della Torre di Carbonio, e precisamente in una cella di completo isolamento e totale oscuramento. Naturalmente Ron diede disposizioni precise affinché nessuno potesse portarmi cibo ed acqua: per due interminabili mesi mi nutrii dunque solo del mio straziante rimorso. Al termine di quel periodo di reclusione, una delegazione capeggiata dallo stesso Ron venne ad aprirmi la cella ed a mettermi in guardia da eventuali ricadute comportamentali: Tennis ringhiò orridamente, e un fidato interprete tradusse: "Alla prossima che ci combinerai, finirai lì dentro". Un giovane Martino Wittimarcio, nascosto alle spalle di Ron, ghignò sadicamente e stridulamente:"là sarà pianto e stridore di denti!" Ma la mia vista, ancora inibita da quel lungo periodo di completa ottenebrazione, non mi dava modo di scorgere alcunchè di ciò di cui i miei carcerieri stavano parlando. Solo dopo una decina di minuti riuscii a scorgere con orrore, laddove mi avevano indicato, il famigerato "Buco Nero Mc Ladren", un misterioso ed occulto inghiottitoio da cui - analogamente ai buchi neri astronomici - nulla poteva risalire, nemmeno la luce. Riguardo a questo mostruoso tunnello erano da tempo fiorite alcune inquietanti leggende metropolitane e megalopolitane, peraltro tutte interrelate fra loro, secondo le quali esso sarebbe stato e tuttora sarebbe, rispettivamente:

-  l'ancestrale baratro sottomarino in cui, in tempi immemorabili, fu risucchiata Atlantide;

-  collegato al centro della Terra (dove appunto si troverebbe anche Atlantide, secondo l'immarcescibile film Viaggio al centro della Terra di Enrico Levi);

- la galleria d'accesso all'Inferno (dantesco o meno), che l'immaginario collettivo colloca effettivamente nelle viscere del pianeta;

- collegato al "pozzo superprofondo di Kola", altra perforazione su cui fiorirono a suo tempo bufaloidi leggende metropolitane legate agli Inferi (gli scettici controllino pure!), con tanto di documento audio, rintracciabile in Rete, di presunti lamenti dei Dannati captati e registrati da un fantomatico microfono speciale calato nello scavo. Ma su questi misteri sovietici può saperne di più Vitalino Petrovo, e pertanto vi reindirizzo al suo magistero.

L'unica cosa certa è che il fanciullo Luigi Amiltone non voleva per nulla al mondo finire in quell'abisso: mi ripromisi di attenermi il più fedelmente possibile alle ferree norme comportamentali del Codice Mc Ladren. Dopo la tragica assenza bimestrale mi ripresentai a scuola, e lì, pur essendo a conoscenza delle mie vicissitudini, non mi fecero sconti: non appena varcai la soglia dell'aula, di punto in bianco mi trovai sottoposto a verifiche ed interrogazioni su un programma di cui non sapevo nulla. Inutile dire che feci scena muta...con l'aggravante che, per cercare di salvarmi dal dileggio e dal pubblico ludibrio, pensai bene di mettermi a ringhiare sinistramente, imitando le ben note modalità espressive di Ron, in modo tale che i professori mi credessero contagiato da Ronite acuta e, terrorizzati da questo, decidessero di lasciami in pace. Ma così non fu: mi rimproverarono aspramente sia per la mia impreparazione che per il mio torvo rancore represso. Con la concomitante fine del quadrimestre, arrivò a casa un'altra impietosa pagella, ai cui voti non osavo pensare: immaginavo che stavolta non ci fosse nemmeno un uno, e che si trattasse di voti negativi o al massimo di zeri. La realtà superò le mie più rosee previsioni, in quanto continuavano ad esserci solo degli uno e degli zeri: la pagella non sembrava poi così diversa dalla precedente, anche se in quella c'erano due cifre numeriche per ogni materia (uno e zero), mentre in questa ce n'era una sola (uno oppure zero). Mio zio, quantunque continuasse ad essere di umore atrabiliare, rilevò addirittura che questi voti sembravano migliori dei precedenti: mentre prima, in ognuna delle dieci materie di studio, avevo un uno seguito da uno zero, ora avevo uno in sette materie e zero soltanto nelle rimanenti tre. "Questo qui a stare in cella migliora, dev'essere il suo luogo naturale", osservò il tiranno, senza peraltro farmi il minimo complimento per il mio lieve quanto inspiegabile miglioramento scolastico.  D'altro canto, per non addolcire troppo la pillola, cercò il pelo nell'uovo e fece anche l'osservazione opposta: "Almeno nella scorsa pagella aveva un uno anche nelle materie in cui adesso ha solo zero...è irrecuperabile". In seguito seppi, da un misterioso delatore, che mio zio aveva chiesto a Ron di incarcerarmi per sempre, così i miei voti sarebbero aumentati e lui non avrebbe più dovuto darmi ospitalità entro le mura di casa sua. Ron, che non è stupido, gli fece rispondere (ovviamente non gli ripose in prima persona): "Ed il faraonico affitto di quella cella privilegiata ce lo paghi tu?" Mio zio, avaro, avido e venale quasi quanto il suo degno fratello, desistette da quel progetto. Nel quadrimestre successivo mi impegnai al massimo, recuperando con straordinari di studio notturno anche il programma di quegli sventurati due mesi di prigionia, e non feci un giorno di assenza. Ma, ahimè, le pagelle di metà e fine periodo tornarono a dare lo stesso nefasto responso della prima volta, ossia dieci uno seguiti da vicino da dieci zeri. Lo zio, esasperato, decise di attuare un nuovo scellerato piano: scrivere, imitando la mia calligrafia, una lettera minatoria a Ron che mi avrebbe condannato per sempre - secondo lui - alla prigionia, e che gli avrebbe fruttato dunque i due vantaggi già menzionati. Ignorava però che quello relativo alla pagella non ci sarebbe stato, perchè a causa di quella missiva zeppa di minacce sarei inesorabilmente finito nell'abominevole Buco Nero per il resto dei miei aterrimi giorni. La mia fortuna fu che la zia si accorse del suo intento criminoso e cercò di dissuaderlo: non ci riuscì, ma almeno potè mettermi in guardia. Scattò allora la contromossa del sottoscritto: consegnai ad un notaio Mc Ladren sia un saggio calligrafico stilato di mio pugno, sia un foglietto di appunti scritto da mio zio, e da me abilmente trafugato da una sua vecchia agenda. Quando, sulla tetra scrivania in fibra di carbonio di Ron, pervenne l'incriminata lettera, i periti calligrafi Mc Ladren effettuarono una comparazione tra la grafia dell'epistola e quelle dei due documenti che avevo consegnato al notaio: il responso fu a mio favore, ed il responsabile di quell'oltraggio provò per tre mesi la cella oscura. Una volta uscito da lì, l'eventualità di ripetere l'esperienza traumatizzante, se non quella ancora peggiore di finire a sua volta nell'imbuto infernale, gli servì da spauracchio e valido deterrente, sicchè non provò più ad inguaiarmi agli aterrimi occhi di Ron. I rimanenti anni delle elementari filarono via abbastanza lisci, ma sempre con quei voti orrendi. Alla fine della quarta lo zio si degnò di andare a parlare con i miei docenti, che espressero su di me giudizi assolutamente positivi; una volta rincasato riferì alla zia, che rimase piacevolmente sorpresa. Ma lo zione riteneva di aver scovato la chiave di lettura di quell'enigma: a suo parere i professori avevano edulcorato la pillola solo per timore reverenziale del patrocinio Mc Ladren che mi tutelava. Al termine della quinta, dopo l'ennesima pagella di quel tenore vergognoso, egli, che in gioventù era stato bucaniere nei mari caraibici insieme a mio padre, decise di punirmi ricorrendo ai vecchi metodi: dopo aver riempito la piscina della sua villetta di piragnassi (orrendi pesci satanassi), si armò della vecchia sciabola piratesca e, puntandomela alla schiena, mi costrinse ad avanzare lungo il trampolino. Quando mi trovai sugli ultimi 10 cm della tavola, che sentivo flettersi paurosamente sotto i miei piedi (tanto che stavo per farmi il segno della Cruz), arrivò di soprassalto mia zia con una lettera in mano: il collegio docenti intendeva premiarmi con la medaglia d'oro per il valore scolastico. Lo zio, pur contrariato per quell'interruzione e quell'impedimento dirimente, mi permise di scendere dal trampolino dalla stessa estremità da cui c'ero salito. "Sei proprio un raccomandato di ferro...Pazienza, rimandiamo tutto. In compenso, venderò la tua medaglia e monetizzerò", fu quanto mi disse. Andò esattamente così, ma non me ne cruccio. Approdai alle mirabili classi delle medie, i cui studenti un tempo mi sembravano essere depositari di uno scibile assolutamente sovrumano; ma mi resi conto che tra la quinta elementare e la prima media non c'era poi una differenza così abissale. Il numero di materie, che già in quinta era lievitato a quindici, cresceva ancora, attestandosi sulle venti: fra le  nuove materie voglio annoverare quella che mi è sempre parsa più bizzarra, ossia Storia delle civiltà extraterrestri. I miei livelli di profitto scolastico rimasero invariati, nonostante tutti i miei sforzi: ad ogni pagella gli zii, leggendo per tutte le materie le solite coppie di uno e zero, montavano su tutte le furie. I miei cugini, stacanovistici schiacciasassi di zelo perfezionistico, continuavano a surclassarmi con i loro votoni, che non scendevano mai sotto il tre. Gregorio, che era forse il più studioso dei due, arrivò persino, una volta in cui ammise di aver avuto molta fortuna, a raggiungere la sacra soglia dell'otto: suo padre, euforico, promise di regalargli il maestoso castello francese di Sciambordo, se ne avesse preso un altro; ma non gli ricapitò più. Tornando ai miei insuccessi, per mia fortuna i pesci carnivori erano nel frattempo morti di inedia, ma l'ingegnerone meccatronico aveva in serbo (che poliglotta!) altre tipologie di punizione e tortura: innanzitutto non mi fornirono più il pacchetto di crackers per cena, il che mi costrinse, giacchè non potevo avere neanche uno scellino e alla Mc Ladren non mi offrivano alcunchè per il mio sostentamento fisico (non mi invitavano nemmeno alle grigliate trionfali, pensate un po'), a cibarmi a tarda sera, in un parco, di bacche e foglie d'albero mentre rincasavo dopo la scuola. A volte, addirittura, mi saziai del mio solo dolore esistenziale, e proprio in quel periodo cominciai ad accusare un deciso sovrappeso; ma dopo passò, e tornai ad essere agile e slanciato, ben più di come mi vedete oggi. Ma quello del digiuno era il male minore: giacchè a scuola sembravo non rendere nulla, e con il passaggio alle medie la retta del prestigioso istituto era assurta a livelli che la Mc Ladren, mia garante e tutrice (il)legale, considerava insostenibili (fa ridere pensare che una delle visiere a strappo del mio casco attuale costa molto più di quanto sia costata complessivamente tutta la mia istruzione), Ron e lo ziastro, d'accordo con il babbo (che non vedevo più da almeno sei anni), mi spedirono a lavorare come aiutante, durante la seconda parte delle mie notti, di un panettiere locale. L'esiguo emolumento che mi avrebbe versato (circa uno scellino al mese) sarebbe bastato per pagare l'esosa retta, ed ai tre carcerieri sarebbe rimasto qualcosa da spartirsi per arrotondare. Al fornaio fu poi intimato di non darmi nulla da mangiare, e di vigilare anzi su ogni granello della sua farina. Ecco dunque le mie nuove giornate: dall'alba al tramonto - a stomaco vuoto - in Mc Ladren a correre sui karti; al primo crepuscolo di corsa a scuola, per cinque ore massacranti - ancora a stomaco vuoto; a tarda sera, visto il mio gravoso impegno aggiuntivo, che già toglieva ore, oltre che al sonno, anche allo studio,  mi conveniva rientrare subito a casa degli zii per studiare, senza passare per il parco e sostare per quegli spuntini di bacche e foglie; dopo poche ore di studio, talvolta sonnecchiante, era già tempo di uscire per andare dal fornaio, che apriva alle tre e non ammetteva ritardi neanche di pochi secondi (glielo aveva prescritto Ron, che lo aveva a questo fine dotato di cronografo Taggo Euero), a fare lo sguattero. Tra l'altro quel panettiere mi stava antipatico a priori, perchè era un biondino. Al primo canto del gallo già dovevo rifiondarmi nel tetro stabilimento di Ron, ancora digiuno e senza aver mai veramente dormito. Questa storia andò avanti per parecchie settimane, poi la mia salute di ragazzino subì un primo crollo per sovraffaticamento ed esaurimento nervoso. Rimasi tre mesi in una clinica di bandiera e giurisdizione anglo-caraibica, in cui però il personale operava secondo le metodologie e gli standardi medico-sanitari britannico-anglicani: tutto ciò mi causò recrudescenze e ricadute cliniche che con gli antichi metodi sciamanici della mia terra d'origine si sarebbero sicuramente evitate. Ogni notte la mia psiche sofferente veniva sconvolta da incubi inenarrabili nei quali i miei quattro aguzzini (babbo, zio, Ron e fornaio biondo) mi infliggevano supplizi inumani. Questi tre mesi, in cui mi fecero vari salassi, furono un salasso anche per la mia già anemica ed esangue preparazione scolastica: al mio ritorno a scuola ero sommamente spaesato, e anche compagni e docenti  mi presero "per qualcosa caduto da un albero"  (pittoresca espressione  di Carlone Estòne nel film Il pianeta delle scimmie): i miei voti di fine anno ne risentirono, e portai a casa una mia pagella identica a quella che era seguita alla mia prigionia. Lo zio tornò a dire che i miei voti stranamente sembravano migliorare - seppur di poco - quando saltavo la scuola: ma imputò anche questo fatto alla pietà dei professori ed al loro timore reverenziale per l'Alma Mater Mc Ladren che mi teneva (o meglio schiacciava) sotto la sua egida. Non appena mi fui ristabilito, Ron e lo zio, rammentandomi che c'erano tre mesi di lavoro in pista, di lezioni scolastiche, di studio serale e di lavoro in panetteria da recuperare, mi spronarono a rimettermi zitto e buono a capo chino, come uno schiav un buon oplite. Ma mia zia, che non poteva più sopportare quei soprusi, decise di intervenire: non potendo scendere apertamente in campo contro lo strapotere di quelle autocratiche virilità senza scrupoli, fece una segnalazione anonima, ma corredata di fotografie prese di nascosto, a vari enti preposti alla tutela dei minori ed alla lotta senza quartiere contro il lavoro minorile. Fu così che una radiosa mattina di primavera, alla stazione ferroviaria di Vochingo, arrivarono cinque treni straordinari provenienti da Londra da cui scese un eterogeneo esercito di assistenti sociali, funzionari Unicef e del Telefono Azzurro, avvocati, procuratori, pubblici ministeri, giudici, sindacalisti, giornalisti, genitori ed educatori indignati, fra cui si insinuarono anche contestatori, arruffapopolo e affini. Fuori dalla stazione, a questa armata si aggregarono molte truppe televisive a caccia del colpo giornalistico del secolo. L'imbelle Polizia di Vochingo, colta impreparata e a sua volta intimorita da quest'invasione che non lasciava presagire nulla di buono, rinunziò ad intervenire, specialmente quando si accorse che il corteo stava per uscire dal centro abitato e marciava in direzione della sede Mc Ladren. "Sbrigatela da solo, Ron", fu quello che passò per le vili meningi del capo della Polizia. I manifestanti avanzavano compatti verso l'indirizzo che era stato loro comunicato, ma non sapevano esattamente quale sovrumana azienda vi avesse la propria iperuranica sede. Dall'alto della sua torre Ron vide quella scalcagnata ciurma appropinquarsi ai suoi cancelli, e la considerò una cosa non buona nè tantomeno giusta. Avvistando alcune bandiere scarlatte portate da qualche sindacalista, Tennis pensò ad una invasione da parte delle truppe ferrariste di Luca Cordero, ed elevò dunque il livello cromatico di allerta delle sue truppe difensive da rosso vermiglione (normale amministrazione Mc Ladren) a rosso scarlatto (attacco ferrarista): fece stendere il filo spinato sui cancelli, sistemò sentinelle e cecchini, fece piazzare in punti studiati obici e mortai. Lo stesso Ron impugnò un fucile mitragliatore e prese posizione, comodamente rannicchiato dietro le vetrate anti-proiettile affumicate della sua torre. L'esercito dei manifestanti, giunto a circa trecento metri dai cancelli, da dove non poteva ancora scorgere le difese militari e gli armamenti, avvistò tuttavia la grande insegna dell'azienda e si rese finalmente conto di con chi aveva a che fare: in un attimo l'intera armata fece dietrofront e si affrettò a tornare alla stazione, per cercare di non perdere alcuni treni che potevano riportare tutti quanti loro nel centro della capitale prima di mezzodì. Il salvataggio istituzionale di Luigi Amiltone finì dunque in una misera bolla di sapone. Tornai rassegnatamente alla tirannica routine che mortificava il mio corpo ed opprimeva il mio spirito. Questa volta riuscii a resistere fino alla fine delle scuole medie, al termine delle quali portai a casa le solite pagelle in codice binario (in ogni materia era tornata la coppia "uno-zero") e vinsi, immeritatamente come al solito, un'altra medaglia d'oro al valore scolastico, che lo zio rivendette prontamente. Quel surplusso di liquidità fu utile per pagare l'esoso incremento della retta scolastica nel passaggio dalle medie alle superiori; per coprire la solita quota base continuai invece a lavorare nell'esecrato forno  di quell'aborrito biondino: una bottega ricca di delizie che io stesso contribuivo a preparare e ad offrire in libagione ad un pubblico plebeo, che non le meritava, mentre la mia augusta persona non poteva nemmeno intascarsi un pizzico di farina. Ma ormai quell'esistenza digiuna ed insonne era diventata routine, prassi esistenziale; Luigi Amiltone, prostrato nell'ardente crogiolo della farina, nonchè nelle plutoniche nebulose della polvere di carbonio e nei tossici pelaghi dell'inchiostro, divenuto ormai una docile fibra dell'universo sperduta nell'apireno nucleo protonico e neutronico dell'atomo opaco del Male, era ormai assurto a rifulgente archetipo per tutti i martiri di quello che allora (fine dell'anno 1999) era l'incipiente (ed ancor più depravato) nuovo millennio. Cominciarono le lezioni serotine del rinomato Liceo Tuttologico dell'Istituto Comprensivo Anglo-Caraibico Anormale Superiore di Vochingo: le materie di studio erano ora quarantacinque, e spaziavano verso le più recondite galassie dello scibile umano e sovrumano. Ma tale mole di sapere non sarebbe più stata recepita da un imberbe ed ingenuo ragazzino, bensì da una precoce virilità ipertestosteronica che, non ancora quindicenne, principiava ad ergersi - silente, titanica e superomistica - sul turpe tramestio ed il banausico marasma dei terrigeni mortali. Nel lungo elenco delle materie nuove spiccavano Biotecnologie, Nanotecnologie industriali, Meccanica quantistica, Geografia di Plutone, Topografia solare, Filologia preistorica, Alchimia contemporanea, Chimica dell'Imponderabile, Fisiologia del Sovrasensibile, Animismo, Confucianesimo, Agnosticismo applicato, Lingua cinese tradizionale,  Dodecafonia giurassica, Letteratura sarmata, Folklore del Malawi sud-occidentale, Arte somala medioevale. In quegli anni i professori sottoposero le classi a prove disumane: voglio in questa sede rammentarne alcune. Una delle più memorabili fu la traduzione del romanzo Guerra e Pace di Levo Tolostoio dal Russo all'Avestico, e poi, in seconda istanza, dall'Avestico al Cinese Tradizionale, naturalmente senza poter beneficiare dei dizionari delle varie lingue. Mi impegnai al massimo, e dopo un'oretta scarsa arrivai, senza aver incontrato particolari difficoltà, a tradurre l'ultimo capoverso dell'opera in quei noiosi ideogrammi. Ma la campanella suonò impietosamente, e a me mancava ancora l'ultima riga. La tradussi in fretta e furia, in attesa dell'ultimissimo e spazientito richiamo del professore, e credo di aver addirittura tracciato alcuni ideogrammi in modo assolutamente casuale. Mentre mi accingevo a tradurre le ultime due parole, l'austero docente si piazzò con stentorea ieraticità dinanzi alla mia icastica persona: tutti gli altri avevano consegnato, e toccava a me, pena l'immediato annullamento del mio compito. In quelle ultime fasi convulse mi caddero dal banco lapis, lampostil e pennino: ficcai allora un dito nel calamaio, trovandolo terribilmente asciutto. Allora non esitai: mi morsi violentemente l'indice della mano destra, scrissi l'ideogramma finale col mio stesso sangue e consegnai il foglio al cattedratico docente. Calcoli ufficiosi di un mio compagno arrivarono a stimare che quella verifica, svolta completamente, constava di circa tre miliardi di caratteri. Mi sembrava di aver fatto un buon lavoro, ma la riconsegna dei compiti dopo la correzione fu per me una doccia fredda: sul foglio trovai, oltre alle consuete cifre "uno" e "zero", prova evidente che avevo fatto il solito pessimo lavoro, persino un segno "meno", il che indicava che stavolta la debaccola (o, come si dice in dialetto gallico, débâcle) non aveva precedenti, né confini. Chiesi con animo affranto il motivo di quel meno: il professore mi fece notare che nell'ultimo ideogramma, quello che avevo scritto col sangue, mancava un trattino. In realtà l'avevo anche messo, ma, complici la spasmodica fretta e quel pastrocchio sanguinolento, non si vedeva, perchè era venuto pressochè sovrapposto a un altro segno più largo e più lungo. Io, annichilito dalla vergogna, tenevo gli occhi fissi a terra, e un certo punto arrivai persino a rivoltare all'indietro i miei bulbi oculari, in un'inedita esperienza di introspezione fisica finalizzata a rendermi finalmente conto di quale orrido demone tartareo, schiavo dell'Errore e dell'Ignoranza, si celasse nelle profondità del mio cerebro. I miei compagni di classe, intanto, vociavano festosamente in quanto soddisfatti dei loro voti: ma senz'altro, in quegli intensi istanti d'intimo scandaglio, io ero completamente (e paradossalmente) "fuori di me", deliravo, in quanto rammento di aver udito solo frasi del tipo "Ho preso sei meno. È andata alla grande, con un compito del genere..." ..."Cinque più: finalmente ho preso sopra il quattro!"... "Cinque: la traduzione in Avestico era perfetta, ma quella in Cinese non l'ho nemmeno cominciata!", che non hanno alcun senso. Ma anche ammettendo che fosse tutto vero, i loro cinque surclassavano sia il mio uno, che il mio zero, che il segno meno.

Un'altra prova memorabile fu la traduzione a memoria, dal dialetto gallico a quello saudita, del famoso romanzetto Alla ricerca del tempo perduto, opera eretica di oltre tremila pagine scritta da un polemico Alano Prosto sotto il debole pseudonimo di Marcello Prusto. Ancora una volta cercai di dare il massimo, ma il voto fu uguale: uno, zero, meno. Ancora un fiasco totale, ove il meno era dovuto al fatto che mi ero dimenticato una virgola nella penultima pagina.

Un'altra drammatica verifica che voglio ricordare, in questa mia dolorosa confessione dalle finalità catartico-purificatorie, è il primo compito di Astronomia. Sfruttando la bella serata primaverile dal cielo terso (a parte la solita nube fumogeno-carboniosa che si innalzava sopra lo stabilimento Mc Ladren, quasi a celarlo cautelativamente ai telescopi degli onnipresenti e curiosissimi satelliti-spia Ferrari, oppure, più poeticamente, ai glaucopidi numi delle saghe mitologiche nordiche), il professore ci esortò a prendere un foglio A4 e disegnarci sopra, nel modo più meticoloso possibile, tutti i corpi celesti presenti (si badi bene, disse "presenti", e non "visibili ad occhio nudo") a quell'ora nel nostro emisfero celeste. Occorreva riprodurre fedelmente le reciproche distanze, gli allineamenti, e di ogni corpo celeste indicare denominazione, colore, appartenenza alla rispettiva costellazione ed alla rispettiva galassia, magnitudine assoluta ed apparente, nonché le coordinate equatoriali celesti (declinazione ed ascensione retta). Era una verifica di carattere anomalo, in cui gli studenti potevano in qualche modo consultarsi e scambiarsi commenti: nessuno m'interpellò perchè tutti sapevano, da quei due o tre caratteri ricorrenti nei miei voti (uno, zero, e ultimamente il meno), che ero un pessimo studente. Sentii però tanti di quei miei compagni cervelloni prendere delle cantonate senza precedenti, secondo le quali, ad esempio, la Luna sarebbe un satellite di Giove, mentre Europa sarebbe un satellite del pianeta Nordamerica; oppure Betelgeuse sarebbe una piccola stella azzurra, con striature color verde smeraldo. Altri sostenevano che Nettuno facesse parte della costellazione del Carroccio, e che Fobosso e Deimosso, che ritenevano satelliti di Mercurio, appartenessero alla costellazione del Carro Attrezzi. Tutte eresie, naturalmente: io non me ne curai, cercai soltanto di non lasciarmi confondere le idee da quella pletora di idiozie cosmiche. Ebbene, questo compito andò male quasi a tutti: la maggior parte dei miei compagni aveva preso tra il due ed il tre e mezzo; soltanto una ragazza molto studiosa era riuscita a prendere sei. Ella, molto semplicemente, aveva azzeccato alla perfezione tutto ciò che vedeva ad occhio nudo, ma non aveva disegnato nè scritto nulla riguardo a tutti gli altri corpi celesti presenti,  troppo lontani e poco luminosi per essere da noi rilevati. Il professore la rimproverò di non essere andata oltre la banale e banausica realtà visibile, oltre la dimensione sensibile delle cose: invece, per cogliere l'Essenza e la Verità del Reale, è necessario trascendere il mero dato retinico ed attingere l'azzurro mondo sovrasensibile, nelle sue iperuraniche estrinsecazioni metafisiche. Io, al contrario, mi ero premurato di fare tutto ciò; e giacchè il nostro professore di Astronomia si chiamava Orazio, avevo pensato di apporre in calce al foglio del compito, come  morale ironica ma in fondo calzante, la celebre citazione "Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia" tratta dall'Amleto di Guglielmo Scuotilancia. Nonostante tutto questo, il mio voto decretava, ancora una volta, che ero stato il peggiore: ancora una volta mi trovai dinanzi ad un uno, uno zero ed un segno meno. Pensai di aver commesso una galassia di errori, e che quel commento ironico fosse stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso e mi aveva condannato all'ulteriore umiliazione di quel meno. Con una profonda genuflessione chiesi venia al docente per il mio affronto: egli rispose invece che aveva gradito molto quella frase rivelatrice, che era senz'altro la migliore che si potesse usare come morale in quella circostanza. Mi confidò invece che quel meno era dovuto ad una leggera imprecisione che avevo commesso nel colore di una remota stella assolutamente invisibile ad occhio nudo, da me descritta come "bianco latte", mentre secondo lui sarebbe stata color "bianco panna". Io, forse troppo testardo, continuavo però a rimanere della mia idea, si trattava di un bianco latteo. Per dirimere la controversia, consultammo vari atlanti astronomici, manuali, planetari: nella maggior parte di essi non trovammo nemmeno menzione di quell'astro, mentre i due più dettagliati si limitavano a descriverlo come "bianco". Il professore, millantando di aver letto da qualche parte che si trattava di un color bianco panna, pretese di chiudere così la questione a suo favore, ed io non potei che sottostare alla sua volontà. Ma volli vederci chiaro: scrissi alle principali agenzie spaziali del globo terracqueo, chiedendo qual era l'identificazione cromatica da preferirsi. Molte mi risposero "Boh!", mentre la NASA rispose: "Embeh? C'è differenza? Vedremo comunque di approfondire la cosa, non dubiti". Sei mesi dopo l'agenzia statunitense mi inviò un'altra risposta, in cui si comunicava che da approfondite analisi spettroscopiche di quell'astro fantasmagorico, nonchè da mirifiche fotografie chiarificatrici scattate dal sovrumano telescopio spaziale Ùbbolo, la cromia più esatta era "bianco latte". Ebbi finalmente ragione, ma fu comunque una magra consolazione, a fronte dei miei interminabili insuccessi scolastici. I miei zii, disgustati dalle ultime pagelle con quei meno in aggravante ai soliti votacci in apparente codice binario, si rifiutarono di visionare, in futuro, altre mie pagelle: mi ordinarono di bruciarle direttamente nel camino. Per Luigi Amiltone, più che un'onta, fu una liberazione. La mia carriera scolastica procedette, nel primo anno, sempre con gli stessi voti, ma a partire dalla seconda riuscii ad eliminare i meno: rimasero gli atavici ed onnipresenti voti "uno-zero", che mi avrebbero accompagnato per tutto il quinquennio del Liceo. Prima che finissi le superiori, entrambi i miei cugini si laurearono, magna cum laude, all'Accademia Anglo-Caraibica di Oxfordo, la suprema Università che - era scritto negli astri del firmamento non visibili ad occhio nudo - anch'io avrei ineludibilmente dovuto frequentare. Gli zii erano in estasi per gli insuperabili trionfi accademici dei figli, che mettevano in ulteriore ombra la mia carriera scolastica. Gregorio, il maggiore, si era laureato in Reticenza alla Facoltà di Non Rispondere, e aveva redatto una voluminosa tesi (cinquecento pagine), che i suoi genitori non esitavano a definire "La Divina Commedia del Terzo Millennio". La squisita liberalità di Gregorio permise al mio illetterato carcame di accostarsi alla sua opera imperitura, e alle mie dita indegne di sfogliarne le pagine: constatai con incredulo sgomento che erano tutti fogli immacolati. Il geniale cugino aveva semplicemente comprato un pacco di cinquecento fogli di carta da fotocopie e aveva fatto rilegare la risma così com'era. Osai chiedergli spiegazioni e lui gentilmente me le diede, facendomi osservare che una lunghissima tesi assolutamente bianca era il non plus ultra della reticenza: per questo si era meritato la votazione massima. Compresi la motivazione, ma ne rimasi scioccato. Altro colpo fu, un paio di anni dopo, l'altrettanto gloriosa laurea dell'altro cugino, Girolamo: si laureò alla Facoltà di Intendere e di Volere, con una tesi intitolata "Velleità di volontari volenterosi dal mento volitivo". Era molto più breve di quella del fratello, e volli (sì, volli, forse contagiato dal titolo) sfogliarla per accertarmi che almeno questa non fosse in bianco: era regolarmente scritta, e anche bene. Ma l'asso nella manica che valse a Girolamo la laude non fu la sua tesi, bensì la risposta, pronta, sagace e volitiva, alla seguente domanda obbligata della commissione: "Che voto vuole?". Inutile dire che il cugino scelse il massimo, e la commissione glielo concedette di buon grado, rispondendogli, come di prammatica, "Volentieri" . Ancora una volta assistetti a qualcosa di cui non saprò mai capacitarmi: una lode che mi sembrava assolutamente regalata.  Di lì a poco incappai nell'ineludibile ghigliottina dell'esame di maturità, in cui temevo di perire prematuramente. Feci del mio meglio, ma non riuscii a migliorare, ed anzi peggiorai. Portai a casa il certificato con le valutazioni sulle varie prove (erano state novanta, due per ogni materia di studio) ed il voto finale: uno, zero, zero e un'altra scrittarella aggrovigliata e quasi illeggibile che non lasciava presagire nulla di buono. Stavo per gettare il documento nel camino, come da precedenti istruzioni dei miei carcerieri, quando lo zio mi chiese, per mera curiosità, di che foglio si trattasse: glielo rivelai, e lui, sarcastico, replicò che sicuramente non c'erano delle grandi novità, ed che anzi voleva tentare di indovinare il voto finale. "Uno e zero" - sentenziò. Io, agitato e tremebondo, ma cercando di controllarmi, risposi "Sì, infatti", e già stavo allungando il braccio verso il camino; ma egli notò in me questo tremore ed un certo titubante nervosismo che di solito non presentavo, e mi intimò: "Altolà, sento puzza di bruciato (e non è il camino!)...non sarai peggiorato ulteriormente, voglio sperare !?! Dammi subito quella cartaccia!". Gliela porsi e lui lesse impietosamente: "Uno, zero, ancora zero...e qui che c'è scritto?" Prese la lente di ingrandimento e cercò faticosamente di decifrarla, arrivando a interpretarla come "gode". "Ah, è così?!? Prendi una sfilza di zeri e ci godi pure? Fuori da questa casa!!!" Per me fu un'assoluta doccia gelata: dove sarei andato a...beh, riflettendo un attimo, mi resi conto che in quella casa non avevo mai mangiato, e praticamente non ci dormivo più da un decennio abbondante, per il palese fatto che non riposavo affatto. L'unica attività che svolgevo in quella casa era studiare per qualche ora notturna alla fioca luce di una torcia elettrica (le cui pile erano a carico mio), per non gravare sulla bolletta elettrica degli zii. In ogni caso, abbandonare di punto in bianco quello che dalla prima elementare era diventato il mio "campo base" mi risultava ugualmente difficile e triste. E con le mie inesistenti finanze, come avrei mai potuto procurarmi un alloggio, foss'anche una topaia in rovina? In quel momento entrò in salotto mia zia, con in mano una lettera per me, proveniente dalla scuola. Rimasero entrambi lì a fissarmi, rosi dalla curiosità di essere informati sul suo contenuto. Le ginocchia non mi ressero: mi si offriva una borsa di studio degna di un principe !!! L'ingegnerone, dalle granitiche vette della sua ottusità, pensò che si trattasse di una borsa a tracolla: rimarcò che il mio vecchio zaino scolastico andava ancora benissimo, e che quindi si sarebbe appropriato lui stesso della borsa premio. La zia gli spiegò con pazienza che si trattava invece di una spropositata somma di denaro...lo zio, mirando ad intascare il malloppo, ritrattò parzialmente la sua sentenza di sfratto esecutivo: "Beh, non andare via così su due piedi, per qualche altro mese puoi restare..." La zia rincarò la dose: "Storie, potrai rimanere qui finchè vorrai, caro..." Io, che finalmente avevo le risorse finanziarie per vivere da solo e potermi pagare autonomamente  le astronomiche tasse universitarie dell'Accademia Anglo-Caraibica di Oxfordo, mia prossima meta, in quarantadue secondi esatti ringraziai di tutto, raccolsi le mie masserizie, carabattole, sartiame, armi e bagagli e me ne andai per sempre da quella casa ove avevo conosciuto solo privazioni ed umiliazioni. Meditavo anche di abbandonare quel massacrante lavoro notturno al forno, ma prima di intraprendere questo passo decisi di aspettare di essermi adeguatamente sistemato. In prospettiva della mia futura frequentazione dell'Accademia di Oxfordo, restava però la questione degli spostamenti, per i quali non sarebbe più bastato quel vecchio karto "tenuto al guinzaglio" dalla lunga catena di Ron: una possibile soluzione era quella di un abbonamento ferroviario. Ma a Luigi Amiltone, ormai affrancatosi dalle catene della schiavitù e da relazioni sociali obbligate con anodini esponenti del popolino (come appunto erano gli zii, i cugini e quell'obeso biondino spilorcio del fornaio), non aggradava molto l'idea di stare serrato in un vagone gremito di comune plebaglia assortita, triste immagine di alienazione e massificazione che evocava in me l'idea di una mandria acquiescente stipata in un carro bestie ("best car", in dialetto sassòne). Il nuovo corso della gloriosa vita di Luigi Amiltone doveva principiare in modo grandioso, sfarzoso, con un eroico atto di coraggio: così andai da Ron e, forte della mia maggiore età, della patente automobilistica appena conseguita, della sicurezza economica data dalla borsa di studio e dall'atto di titanistica emancipazione che avevo compiuto, gli chiesi di poter usufruire di una potente vettura Mc Ladren per fare la spola tra la sede della scuderia ed Oxfordo. In un primo momento Ron ruggì, esternando la sua disapprovazione; ma in seguito accondiscese, affibbiandomi un'auto a suo tempo provata un paio di volte da Raikkone, e che nessuno più volle usare dopo che il finnico beone logorroico, reduce da una sbronza, ci rigurgitò dentro ettolitri di birra. Ebbi l'ardimento di rifiutare quella macchina, e la temerarietà di chiedere se non c'era qualcosa di meglio. Dalle frementi narici di Ron uscì lo stesso fumo nero che attorniava la sede Mc Ladren, ed il suo ruggito divenne un tuono fragoroso che scosse mezza Inghilterra. Poi tacque, cogitabondo, per un paio di minuti. Alla fine mi affidò una berlina del 1998 dai freni completamente usurati, sul cui sedile anteriore si erano più volte posati i sacri glutei di Hakkinenno, il biondino che da sempre, dopo il buon Kovalo, mi sta più simpatico. Accettai senza riserve, impegnandomi a pagare di tasca mia la riparazione dei freni. Con quel macchinone sfrecciai ad Oxfordo, e là cominciai, con un mese d'anticipo, ad immergermi in quello che sarebbe stato il mio prossimo ambiente naturale. Presi in affitto un alloggio il cui numero civico era un fedele omaggio all'infimo voto onnipresente nelle mie pagelle (ne vedrete la porta in una foto verso la fine del racconto, pazientate ancora per qualche altra ora); iniziai un fervente pellegrinaggio attraverso i vari Collegi, i Dipartimenti e le sacre Biblioteche, ove ritrovai, con sommo stupore, anche una pregevole raccolta dei miei temi delle superiori, crestomazia inincartapecoribile nonostante fosse stata rilegata in cartapecora. "Tutto questo un giorno sarà mio!" - pensai - "e quel giorno arriverà molto presto". Detto...fatto, eccomi catapultato ad Oxfordo. Giacchè tutte le discipline di studio mi interessavano in egual modo, optai per la Facoltà di Tuttologia, in vista di una successiva specializzazione in Onniscienza. Si può affermare che ad Oxfordo tutte le Facoltà siano alla portata dei soli facoltosi, i quali, peraltro, si ritrovano a godere di un'amplissima facoltà di scelta per quanto concerne i corsi facoltativi. Io, tanto per non lasciare niente al caso - nome dietro cui si cela il sardonico destino beffardo - li scelsi tutti. Da un rapido calcolo delle spese che avrei dovuto sostenere lungo tutta la durata degli studi, includendo ovviamente anche il canone di locazione ed il vitto di livello luculliano-pantagruelico (dovevo rifarmi di tutti quegli anni di privazioni alimentari ed insipidi crackers ridotti in briciole), mi fu subito chiaro che il denaro della borsa di studio non sarebbe certo bastato: decisi dunque di profondere le mie sacre energie fisiche in qualche lavoro manuale a tempo parziale. E giacchè avevo una lunga ed onorata esperienza come garzone di panetteria, continuai con quell'attività: trovai un bel forno gestito da un simpatico morettino con cui m'intesi alla grande fin da subito, e che tra l'altro mi offriva - facendomi lavorare un'ora in meno di prima - un compenso triplo rispetto alla miseria elargitami da quel pingue biondaccio di Vochingo. Puossi dir che quasi la metà dei prodotti da forno usciti da quella bottega avevano avuto l'onorevole privilegio di essere stati mirabilmente impastati e lavorati dalle abili mani di Luigi Amiltone. E giacchè "l'uomo non vive di solo pane", convinsi il titolare ad iniziare una massiccia produzione di nobili grissini taurinensi, molto ricercati dalle snobistiche docenze e sofisticate discenze di quella Università per via di quella loro sottigliezza, che avrebbe giovato all'acume mentale, e della loro rettitudine fisica, che sarebbe stata corroborante per la dirittura etica di chi se ne sarebbe animalescamente ingozzato. Per coniugare la mia caritatevole ed inestimabile opera manuale con una misericordiosa ed impagabile attività intellettuale al servizio del prossimo, decisi - in qualità di matricola di caratura trascendentale - di dare ripetizioni tardo-pomeridiane (sfruttando l'atto di magnanimità di Ron, che fissò alle 17:00 il mio nuovo orario quotidiano di uscita dalla sede Mc Ladren) e serali agli studenti degli anni successivi al mio (e soprattutto ai laureandi), senza distinzione di Facoltà. Il primo studente a cui diedi lezioni fu Gioacchino, studente iscritto al quarto anno del (banale) Corso di Laurea in Filosofia Moderna e Contemporanea. Giacchè egli si dimostrava abbastanza insofferente allo studio in camera o in biblioteca, decisi di lasciar scegliere a lui il luogo dove si sentiva più a suo agio: optò per le strade di alcuni quartieri di Londra. Fu un'ottima scelta, che ci permetteva di emulare gli antichi filosofi greci (e Socrate in primis) che discorrevano dei grandi temi dell'esistenza e del Sapere (di non sapere) passeggiando per le strade, nonchè per i portici e le piazze  (stoà ed agorà) di Atene ed altre città. Con Gioacchino riuscii a mettere in atto con successo il metodo maieutico socratico, estrapolando così dal suo animo, mediante la dialettica brachilogica (uso di battute brevi) che mi contraddistingue e mi distanzia millenni luce dai lunghi discorsi retorici e capziosi (macrologia) degli antichi sofisti (il cui erede naturale è Raikkone), le sue ofelime e soggettive credenze e la sua personale visione del mondo. Nella foto sottostante potete vederci mentre, in cattedratica divisa oxfordiana, dissertiamo intensamente della filosofia di quell'impossibilitato di Emanuele Non Può (Kant) e delle sue numerose aporie.

 

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 Tra l'altro, prima di illustrare a Gioacchino le notevoli influenze del pensiero kantiano sia sulla filosofia del fascinoso Eghelio che su quelle di Talete, Anassagora ed Anassimandro, gli feci anche notare come, in questo effimero mondo terreno, Stati, regni ed imperi sorgano, si amplino o si riducano, cadano e si susseguano l'un l'altro quasi con la stessa fuggevole levità ed inane caducità delle nuvole del firmamento, che, dopo aver invaso l'aere biavo e purissimo, spesso si dileguano in pochi minuti senza lasciar traccia veruna: Emanuele Non Può a suo tempo nacque crucco, ma se venisse alla luce oggi nella stessa città sarebbe russo tanto quanto Putino o Vitalino Petrovo. Per curiosità, la sua città sorse con il nome di "Conico Usbergo", mentre dal 1946 assunse il nome di "Kalì non è in grado", a testimonianza di quanto la tradizionale, proverbiale ed incrollabile fede induista dei precedenti abitanti teutonici sia stata immediatamente messa in discussione dalla subentrante popolazione sovietica. Continuando a discorrere delle innegabili influenze kantiane, per esempio quelle rintracciabili nel pensiero dello sboccato Dunso Scroto, ci inoltrammo in un quartiere un po' malfamato, che però Gioacchino diceva di conoscere bene perchè ci era nato. Immediatamente un giovane ipermelaninico, con andatura un po' caracollante, ci avvicinò, mi guardò intensamente e, forse ravvisando in me una caritatevole  vocazione salvifico-redentiva che si esternava in una radiosa aura allocroica, mi chiese a bassa voce: "Ce l'hai la roba?" Io, conscio del ruolo provvidenziale che stavo per esercitare a beneficio di quell'anima in pena, anelante cultura, estrassi dalla tasca interna della mia giacca un fascicoletto con l'omonima novella verghiana e glielo porsi di tutto cuore. Mi rammentai di avere in tasca anche un'altra novella di Verga, Rosso Malpelo, e gli regalai anche quella, invitandolo a riflettere sulla morale già enunciata dal titolo, che, in soldoni, invitava a diffidare di chi è di pelo fulvo, ossia una buona fetta dei Britanni anglicani che ci attorniavano. "Dei biondini" - aggiunsi - "sapevi già da solo, senza che te lo consigliasse Verga, che non ci si può fidare: coi rossi non cambia molto, sappiti regolare. Solo noi ipermelaninici e qualche morettino olivastro - te ne sarai accorto - siamo uomini d'onore." Egli, con espressione commossa e vagamente allibita, si genuflesse dinanzi alla mia augusta persona, poi sparì in un vicolo con la foga tipica di chi ha fame di buona letteratura. Avanzammo lungo la strada principale del quartiere, e ci venne incontro un altro giovane ipermelaninico, che era stavolta un caro amico di Gioacchino. Quest'ultimo fece le presentazioni, dopodichè il suo amico, di nome Gervaso, cominciò a salutarmi con uno di quei rituali tipicamente afroamericani (e sapidamente ritratti in alcuni telefilm statunitensi) che consistono in una ritmata e virtuosistica gestualità brachiale e manuale, una bislacca serie ben coordinata di mosse tipo "qua la zampa", "dammi il cinque", intreccio di avanbraccia, pugno sopra pugno, pugno sotto pugno, gomito contro gomito, batti di qua e di là che poteva durare anche tre o quattro minuti, e che era accompagnato da un sincopato linguaggio a monosillabi in cui si inframezzava, a intervalli regolari, l'epiteto "fratello", l'espressione gergale "Come ti butta?" ed alcune onomatopee gutturali. Io lo guardai bene per vedere se poteva essere mio fratello minore, Nicola (ma io preferisco chiamarlo Nicolasso, è un nome più pittoresco), che era rimasto a vivere coi miei e che dunque non vedevo da una quindicina d'anni, che si fregiava di un nuovo soprannome: ma non era lui. Fatto sta che costui continuava a gesticolare, a chiamarmi fratello, a prendersi confidenza e ad ammiccare come fosse certo di una mia sostanziale, se non assoluta, complicità di fondo. Piano piano compresi, dal suo linguaggio sgrammaticato, che avanzava istanze di rivendicazione sociale verso la corrotta (ma lui usò un vocabolo tipico del turpiloquio) e crudele "società dei visi pallidi", e un'ardente volontà di affrancamento dallo stato di segregazione in cui "i figli della melanina" erano da sempre tenuti, arrivando a caldeggiare deprecabili istanze eversive di lotta sociale, guerra civile, scontro razziale...sventolando insomma i perentori slogani dello "spacchiamo tutto" ed i rutilanti vessilli della rivoluzione, parola che bisbigliai per capire se era questo che intendeva. Fu infatti quella la parola magica: "Esatto, fratello, la rivoluzione, la rivoluzione ipermelaninica!". Ma fummo interrotti da un altro giovane, che era a pochi metri e aveva ascoltato i nostri discorsi. Egli si avvicinò e, guardandoci entrambi con sdegno rovente, ma poi indirizzandosi a me solo (forse perchè sapeva che l'altro era una testa calda e non lo avrebbe ascoltato), cominciò questa dura requisitoria antirivoluzionaria che non mi sembrava del tutto inedita: "Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzioni. Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c'è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice [o meglio "dice loro", nota di redazione di Luigi Amiltone] : Qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Quindi per favore, non parlarmi più di rivoluzioni! Io so quello che dico, ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni...  E, porca Ilio [capito, no?], lo sai cosa succede dopo? Niente... tutto torna come prima!" A questo punto Gioacchino gli replicò, filosoficamente e con un certo determinismo di fondo: "La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza". Ma l'antirivoluzionario tagliò corto con una similitudine che mostrava tutta la sua ripugnanza per l'argomento: "Le rivoluzioni sono come le malattie. Sono come le piattole..." E qui tutti quanti, in preda ad un contrito disgusto, abbassammo mestamente la testa (!) e lasciammo perdere l'argomento. Io e Gioacchino salutammo gli altri, tornammo sui nostri passi, uscimmo da quel quartiere ove serpeggiavano disagio sociale e sedizione e riprendemmo a ragionare, ma più mestamente di prima, di filosofi tedeschi del calibro di Ficto, Foierbacco, Scellingo. Giunti alla mia Mc Ladren, salimmo per tornare di corsa in quel paradiso privilegiato che era Oxfordo. 

Prima ho accennato al mio fratello minore, che non vedevo più da quando avevo sei anni (e lui era molto piccolo): ebbene, lo incontrai pochi mesi dopo, ad una delle tante premiazioni in mio onore (eccoci qui sotto, non sono magnifico, io?).

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Devo dire che, una volta avuti ragguagli cronachistici sulla sua crescita ed il suo percorso scolastico (di cui i miei genitori mi avevano sempre tenuto all'oscuro in quelle uniche due volte che ci siamo sentiti al telefono nel corso di quei tredici/quattordici anni di assoluta lontananza), ho seriamente iniziato ad invidiarlo: egli non è stato venduto come schiavo, è sempre rimasto sotto il suo almo e rassicurante tetto natìo, è sempre stato viziato e coccolato dai miei, ha frequentato (al mattino!) delle normali scuole anglocaraibiche, ha sempre mangiato regolarmente ed abbondantemente, ha sempre studiato poco eppure è riuscito per anni a mantenere una media vicina al cinque (il quintuplo della mia, come si è visto), con punte attestatesi sul sei e mezzo; inoltre non ha mai dovuto lavorare ed ha sempre dormito dieci ore per notte, facendo anche sogni meravigliosi. È proprio vero quello che si dice in giro da tempo immemorabile: i primogeniti spianano la strada ai fratellini epigoni. La mia storia ne è esempio lampante. Ad ulteriore riprova di ciò, debbo raccontare di quando, non molto tempo fa, il fratellino incominciò a sua volta a cimentarsi in alcune corse automobilistiche (prendendo parte al campionato Giovane Renolta Clio), chiedendo numerosi consigli alla mia infallibile perizia di guida. A tal proposito, per inciso, intendo rassicurare l'ente Antitrusto e tutti coloro  terrorizzati dal fatto che la dinastia Amiltone possa voler monopolizzare il mondo delle corse ad ogni livello ed asfaltare la concorrenza: ebbene, nonostante le apparenze ed il conformismo famigliare, io non ho mai approvato la discesa in pista del fratellino, in quanto deve esserci un solo Amiltone. Non lo faccio tanto per interesse egoistico, ma per lui, per evitargli - in un ipotetico futuro che potrebbe vederci ambedue in F1 - eventuali figuracce ed umiliazioni in qualità di "neo-Ralfo Schiumàcchero di turno" nei confronti del primogenito. Pertanto, al fine di evitargli facili illusioni seguite da cocenti delusioni e caustiche disillusioni, mi sono provvidenzialmente attivato per "ostacolare" la sua carriera di pilauta, prodigandomi in consigli sconvenienti e poco ortodossi camuffati da "astuzie del campione": per prima cosa gli ho suggerito, prima delle corse, di sgonfiarsi completamente gli pneumatici, in modo che - senza aria compressa all'interno - risultino più leggeri e quindi lo facciano andare "più veloce"; un altro consiglio è stato quello di rimanere sempre nella marcia più alta anche nelle curve strette, nelle scicagne, nelle frenate, nei rallentamenti e nelle soste alle scatole (box), convincendolo che anche in questo modo si riesca ad andare più veloci; da ultimo l'ho poi esortato a fermarsi alle scatole al termine di ogni giro, per farsi pulire il parabrezza da eventuali moscerini, perchè la visibilità è tutto. Egli ha seguito alla lettera (non so esattamente quale delle ventisei, ma alla lettera) le mie indicazioni, e alla fine - ma per un errore ascrivibile unicamente alla sua foga agonistica - ha fatto una figura ben più magra di quanto fosse, per l'appunto, la sua tarchiata figura corporea.

Ma torniamo alle ripetizioni che impartivo: mi capitò una volta di dare lezioni a una procace e fascinosa ragazzona - di nome Genoveffa - che aveva quattro anni più di me, e doveva laurearsi in Chimica fisica. Tra noi ben presto si generò un'attrazione fatale, forse perchè era proprio una fata; anzi, a essere sincero a me piace descriverla più come una panterona, poi giudicate voi...

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Appariscente, vero?

 

Ebbene, ella mi chiese di andare a casa sua per le ripetizioni; abitava a poche miglia, alcune iarde, una mezza dozzina di piedi e tre o quattro pollici...insomma, a una manciata di chilometri da Oxfordo. Entrando, ebbi la sensazione che in casa fossimo soli, e lei me lo confermò. Disse che lei di solito studiava distesa sul letto, e in altro modo non ci riusciva. Io ero un po' imbarazzato, ma accondiscesi a seguirla in camera e ad imitare la sua condotta. Ci sdraiammo sul suo letto matrimoniale, e dopo 13 secondi e 623 millesimi (cronografo Taggo Euero, dono di Ron) si cimentò nell'immancabile commediola del "che caldo che fa, io mi spoglio un pochino". In pochi attimi rimase in bikini, e mi invitò a spogliarmi a mia volta, prima che mi squagliassi "come un dolcissimo cioccolatino al latte" (ipsa dixit).  Io, pur non avendo mai acceso una sigaretta o un sigaro in vita mia, avevo l'elegante abito dei fumatori sassòni: mi allargai un po' in nodo della cravatta. Ella sorrise con malizia, ma in verità stava per scoppiare a ridere per la mia presunta ingenuità, la mia timidezza o il mio tirannico imbarazzo. Mi sfilai del tutto la cravatta, e pensai che sarebbe stato sufficiente. Ma non era soddisfatta. Tolsi anche la giacca, ma per lei c'era ancora troppa stoffa a dividerci. Mi tolsi anche la camicia, con l'impressione di rimanere in costume adamitico; in realtà, oltre a non essermi ancora tolto nulla al di sotto della cintola, avevo ancora una canottiera. Lei, impetuosa, mi balzò addosso, e dopo 5 secondi e 23 millesimi (da Taggo Euero) mi ritrovai con addosso solo gli slippi...ma in quel momento sentimmo arrivare in cortile l'auto dei suoi genitori. In fretta e furia ci ricoprimmo alla meglio, agguantammo libri e quaderni e ci precipitammo sul tavolo del salotto. Siamo riusciti a non farci scoprire solo per un pelo, e soltanto perchè i suoi genitori hanno perso un minuto abbondante a scaricare dall'auto varie borse e sacchetti della spesa. Entrarono e ci trovarono placidamente assorti in un volumone di Fotochimica, di cui fingevamo di voler svolgere un difficile esercizio, confidando nel mio infallibile magistero. Era già quasi sera, e la lezione stava andando per le lunghe...ma erano rimasti solo alcuni giorni da lì all'esame di Chimica fisica di Genoveffa, così ella preferì invitarmi a rimanere per cena e poi affrontare tutta una tirata serale, facendomi fare gli straordinari. Ma gli straordinari che voleva da me non erano tanto legati alla Chimica, o meglio, erano legati a un'accezione diversa e meno algidamente dottrinaria della Chimica. Si giunse a tarda serata, e più o meno avevamo finito. Stavo per accomiatarmi, ma ella insistette per trattenermi, mirando a farmi dormire lì. Per fortuna in quel periodo non dovevo andare a lavorare al forno, che era chiuso per ferie: potevo effettivamente permettermi di dormire da lei. I suoi rimarcarono però che non c'era un vero e proprio giaciglio, perchè non c'era un letto per gli ospiti ed il divano del salotto era stato ritirato un paio di giorni prima, per essere rifoderato. Genoveffa ricordò ai genitori che in camera sua c'era un divanetto, e che disponevano anche di un bel paravento. I suoi genitori si scambiarono occhiate un po' esitanti: lei li fissò con occhi luminosi e sognanti, ed io rimasi ad occhi bassi per non aggiungere pressione psicologica nei loro confronti. Alla fine acconsentirono, e non appena si girarono di spalle la ragazza mi spinse con euforica irruenza in camera sua, poi richiuse la porta. Non feci in tempo a raggiungere il paravento che lei era già in bikini, seduta sul suo letto. Il mio cronografo misurò stavolta 3 secondi netti. Dietro il paravento mi tolsi nuovamente giacca, cravatta, camicia e canottiera, poi mi guardai alle spalle, per controllare che lei non mi volesse giocare qualche scherzetto o che mi stesse spiando. Non la vidi, la sentii canticchiare una strofetta sempre dalle parti del suo letto. Mi accinsi a slacciarmi la cintura, e in un baleno la pantera mi fu addosso. In non più di 4 secondi successe esattamente quanto segue: la sua mano destra mi sfilò fulmineamente pantaloni, scarpe e calzini, poi ella mi avvinghiò in vita, mi prese in braccio e mi depose sul suo letto. A sua volta balzò felinamente sul letto e fece scomparire i nostri corpi frementi sotto un'ampia voluta delle lenzuola. Da ultimo estrasse un braccio da sotto le coltri e si divertì a lanciare la biancheria intima sua e mia in giro per la stanza, alla cieca. Che dire...passai la notte lì...Poco prima dell'alba mi svegliò e mi fece precauzionalmente tornare (anzi, andare per la prima volta) a stendermi  sul divanetto, giacchè disse che entro venti minuti al massimo sua madre sarebbe passata a svegliarla. Ma io ricordai, con un certo terrore, che entro le prime luci dell'alba dovevo varcare i cancelli Mc Ladren, che erano un po' distanti. Mi rivestii alla svelta, la salutai in fretta, pregandola di scusarmi anche nei confronti dei suoi, salii sul mio macchinone e surclassai tutti i precedenti record(i) di percorrenza da Oxfordo a Vochingo. Ma il sole, impietoso, stava per sorgere, ed io non ero ancora ai cancelli. Arrivai, aprii la portiera: in quel momento Ron, dall'alto della sua torre di carbonio, scorse faticosamente, al di là della cortina carboniosa intorno allo stabilimento, una minuscola unghia del disco solare al di sopra dell'orizzonte. Varcai di corsa il cancello, e l'inflessibile cronografo Taggo Euero di Ron, ancora più fiscale del mio, segnalò il mio folle ritardo di 2 secondi e 15 millesimi. Per ogni millesimo di secondo di ritardo Ron era solito infliggere una frustata con catena metallica liscia; ma nel mio caso, per darmi una punizione esemplare, ordinò al carnefice di usare una catena chiodata, e mi fece raddoppiare le sferzate. La mia epidermide ne uscì devastata in ogni punto del corpo, e non mi era possibile sedermi, sdraiarmi o appoggiarmi a qualcosa senza provare dolore atroce. Nonostante ciò, quel giorno, come ulteriore punizione, Ron mi obbligò ad andare a fare duecentoventi giri da record al circuito del Sasso D'Argento, ove la pioggia scendeva a catinelle, pur non essendoci stato in precedenza cielo a pecorelle. Ma ben presto arrivarono le cinque pomeridiane, e fui libero. Corsi subito a casa di Genoveffa per le ripetizioni, che stavolta dovevano essere rigorosamente professionali sia perchè lei aveva il temuto esame tre giorni dopo, sia perchè, soprattutto, ero dolorante in tutto il corpo, e non avrei certo potuto sopportare tutte le focose ed impetuose gesta di cui ci eravamo resi protagonisti la notte prima. Le spiegai l'elettrochimica, dunque; e ne risolvemmo insieme qualche difficile esercizio. Finimmo a sera inoltrata, e lei di nuovo insistette perchè rimanessi lì a dormire. Io inizialmente rifiutai, sia perchè, così dolorante, non avrei potuto impegnarmi minimamente in certi rituali, sia perchè l'indomani rischiavo nuovamente di tardare da Ron, e a quel punto addio apparato tegumentario. Ma lei, dolce e comprensiva, mi rassicurò: "per il risveglio antelucano non c'è problema, imposto la radiosveglia. Per il resto, so bene che questa notte non potrai sostenere con me le lotte di Venere, ed aspetterò pazientemente che tu ti rimetta in sesto; ma vorrei ugualmente che stanotte mi facessi compagnia dormendo nella stessa stanza, sul divanetto". Obiettai che probabilmente non sarei nemmeno riuscito a dormire, visto il dolore lancinante in ogni parte del corpo: cionondimeno finii per accettare il suo gentile invito. Ecco però il punctum dolens (a prescindere dal fatto che quella notte ero dolente dappertutto) della faccenda: io, che forse sono un giovane virgulto di mentalità già antiquata, davo per scontato che le sue parole "aspetterò pazientemente che tu ti rimetta in sesto" implicassero da parte sua un'astinenza carnale da protrarsi fino a quel momento: invece quella notte, con mio sommo sgomento, la vidi affacciarsi seminuda alla finestra aperta della sua camera, bisbigliare alcune parole di edulcorato e caloroso incitamento, ed infine  lanciare giù in giardino l'estremità di una corda prima assicurata da qualche parte all'altro capo. Dopo un paio di minuti un prestante ragazzone entrò dalla finestra, sbuffando per via della faticosa scalata. Ma le pratiche più faticose erano quelle che lo attendevano sotto le lenzuola, e vi si infilò subito. Non credo che mi abbia visto, giacchè ero acquattato nell'oscurità ed il divanetto su cui ero sdraiato era quasi completamente nascosto dal paravento. Genoveffa, da sotto le lenzuola, si divertì a fare nuovamente quel giochetto dionisiaco del lancio selvaggio della biancheria intima per la stanza, e di colpo le mutande di lui mi finirono in faccia. Dopo essermele scrollate di dosso avvampai di collera, ma questa vampa cagionò un bruciore atroce delle mie ferite, in particolar modo di quelle del viso, i cui lembi ancora aperti erano già stati tirati dall'irosa tensione dei miei muscoli facciali: rimasi fermo e zitto, covando rabbia ed attendendo uditivamente l'evoluzione della situazione nel loro talamo. Presto cominciarono a rumoreggiare in modo ritmico, provocando in me disgusto ed irritazione suprema, anche perchè con quel fracasso era impossibile anche solo provare a dormire. Comunque sia non riuscivo più a rimanere sdraiato e fermo, le mie piaghe erano insopportabili. Mi alzai, guadagnai il vicino angolo retto delle fresche pareti e, cercando di puntellarmi lievemente con le braccia doloranti, ci appoggiai pian piano la faccia, dando le spalle a quel pandemonio. Ero appoggiato un po' obliquamente, in modo che i due muri sostenessero per un po' il mio corpo nell'improbabile caso in cui mi fossi appisolato in quella posizione pseudo-eretta; debbo però confessare che andò effettivamente così, entrai in uno pseudo-catalettico stato di dormiveglia, durante il quale continuavo a sentire confusamente le querule ed insopportabili parolette erotiche di quei due. In particolare, i miei infallibili padiglioni auricolari captarono uno sconclusionato discorsetto di lei che suonava più o meno così: "Adesso beviamo il latte, ti va? No, comincia da sopra, sia a destra che a sinistra...sì, così, così...bravo. Tra un po', dopo esserci messi in quella precisa posizione numerica, comincerai a berlo da sotto, ed io farò lo stesso, in una perfetta e paritetica circolarità ermeneutica". Quest'ultimo concetto filosofico fu la sola cosa che apprezzai di quelle deliranti parole: quanto al latte, invece, l'ho sempre aborrito. Secondo me il latte è una bevanda adatta ai vitellini e ai biondini: per gli ipermelaninici è assolutamente dannosa, perchè inibisce e arriva persino a debellare la melanina. Posso citarvi degli esempi eloquenti: un mio amico franco-caraibico di Martinica, che aveva sempre goduto di una perfetta abbronzatura tropicale, cominciò - seguendo i consigli di un medico francese, guardacaso un biondino - a bere latte a colazione, tutte le mattine. Ebbene, nel giro di un mese gli venne la vitiligine. Volete un altro caso, ancora più grave? Eccovi serviti: un mio amico camerunense, su prescrizione della madre dietologa, cominciò a bere latte in quantità. La sua carnagione divenne via via più chiara, ma nessuno se ne lamentò, lui per primo. Continuò a bere latte assiduamente, diuturnamente, ossessivamente. Ebbene, è diventato un biondino albino dal candore fisico raccapricciante, che ha tagliato tutti i ponti col suo continente natale e si è trasferito alle isole Svalbarde, unico posto dove, dice lui, "si può avere un po' di refrigerio e di pace del corpo e dello spirito". Comparati a lui, persino i finnici Kovalo e Raikkone sembrano dei centrafricani. Una volta, facendo ingenuamente di tutti i biondini un fascio, gli mandai appunto le loro fotografie, per chiedergli se li conosceva; lui mi rispose, con una certa apatia: "No, e nemmeno mi piacerebbe incontrarli. Sai, con l'Africa e gli africani ho proprio chiuso, non abbiamo più nulla in comune, e la loro mentalità è completamemente opposta a quella di noi nordici." Ma queste considerazioni, naturalmente, non avevano nessuna ripercussione sui caraibici. Ecco perchè sostengo che il latte sia deleterio per chi ha la pelle scura. E certi salutisti non vengano a parlarmi, pretestuosamente, del fatto che il latte è salutare perchè ricco di calcio: a tutti loro ricorderei infatti quello che ho già scritto nel post(o) Amiltone ed il calcio, e cioè che io con il calcio ho chiuso per sempre. Dopo questa parentesi sul latte, torniamo a quella tremenda notte. Ebbene, verso le 3:00 del mattino, visto che non riuscivo più a prendere minimamente sonno, ero ancora agitato, incollerito e la mia presenza in quella camera era ormai il colmo del paradosso, decisi di andarmene per sempre da quella casa scostumata. Mi rivestii, presi tutta la mia roba e mi avviai silenziosamente alla porta, per non svegliare i due drudi: ma lei era già sveglia, mi scorse e mi chiamò sottovoce, riuscendo tra l'altro ad allungare la mano fino a toccarmi una gamba. "Te ne vai di già?" - "Sì, e per sempre. Il mio lavoro qui è finito." - "Mi dispiace, ma...e le lezioni?" - "Te la cavi già bene da sola...e altrimenti chiedi al tuo nuovo amico. Ma non dimenticare di farmi il bonifico per le ripetizioni" - "Non ti preoccupare...ma...prima di andartene, vuoi che ti offra un po' di latte?" E qui le spiegai, con minuzia di particolari, quanto ho scritto poc'anzi. Ma lei, forse pensando metaforicamente ad una idea di bonifica evocata dalla mia parola "bonifico" ribaltò la domanda, chiedendomi arditamente di offrirle un po' di latte. Risposi: "Questa è bella, sei a casa tua ed il latte te lo devo dare io?!?" E la abbandonai impietosamente. Salii sul macchinone, guidai come un ossesso, arrivai dinanzi ai cancelli Mc Ladren con un'ora e un quarto di anticipo (qui non serve il Taggo Euero). Io pensavo di rimanere lì davanti per tutto il tempo residuo, a pregare ed implorare austero perdono per il mio rio ritardo del giorno prima, ma Ron mi avvistò dalla cima della sua Torre di Carbonio e mi fece entrare immediatamente, facendomi dire dal suo interprete: "Su, svelto, è comunque già tardi e c'è tanto lavoro da fare". Di lì a poco iniziò il fatidico anno 2007, che mi vide finalmente varcare, con passo fiero ed altero, gli iridescenti cancelli del gran Circo della F1. Nella prima sessione delle prove libere del mio Gran Premio d'esordio, mentre mi trovavo nella scatola (box) Mc Ladren, fermo sulla mia monoposto a visionare alcuni anodini dati numerici, voltai un attimo la testa e scorsi, vicino al tetragono Ron, nientemeno che quello schiavista di mio padre, che non vedevo dalla bellezza di sedici anni, ossia da quando mi aveva svenduto. Credo che il babbo, avendo sentito dalla stampa di tutto il globo terracqueo che il mio debutto sarebbe stato un evento di portata epocale nel mondo della F1, e che ero l'astro nascente più promettente che l'universo - automobilistico e non - avesse mai avuto l'onore di ospitare nelle sue plaghe e di conoscere, pretendesse di diventare il mio agente, per mettere le mani sui miei futuri profitti faraonici. Captai timbro e tono del ruggito di Ron, capendo al volo che non gli aveva dato una risposta definitiva, e che era prima il caso di vedere cosa avrei saputo fare in quel nuovo contesto, in quella ribalta planetaria dove avrei gareggiato fianco a fianco con i miei idoli, fra cui, in primis, Rubenso Barrichello e Filippino Massa. Ma intuii subito che il mio venale paparino non avrebbe desistito, bramoso di intascare una fortuna e rilanciarsi come il padre che generò cotanto portento vivente. Dopo essersi accomiatato dal tetragono cospetto di Ron, egli si volse nella mia direzione, e per un attimo incrociò il mio sguardo: io, nonostante il rancore inestirpabile che provavo per lui, gli feci un ampio cenno di saluto ed un sorriso, giacchè rimaneva pur sempre mio padre. Egli invece fece finta di non avermi visto, voltandosi solertemente e con un certo malcelato imbarazzo in un'altra direzione. Ma questo suo atteggiamento durò poco, perchè alla mia prima vittoria, che non tardò molto ad arrivare, me lo ritrovai addosso, ed iniziò ad abbracciarmi festante e a sperticarsi in iperbolici complimenti. Ben presto egli divenne il mio managero, con il beneplacito della triade Mc Ladren (Ron Tennis, Martino Wittimarcio e Norberto Augh) ma senza il mio assenso. Si prese fin da subito il 98% delle mie entrate, e sul rimanente 2% fece gravare un iniquo patto di stabilità che mi impediva di spendere anche solo un millesimo di scellino. Era ufficialmente iniziata la seconda dittatura di babbo Antonio. La mia vita in F1 mi assorbì molto più tempo di prima, ma riuscii a mantenere il mio posto di lavoro al forno, unica attività che mi permetteva di rimanere a galla finanziariamente, dato che per i nuovi impegni fui costretto a limitare al minimo, e solo nottetempo, le lezioni private. Ad ogni modo, grazie alla mia nuova popolarità cosmica, c'era una sempre crescente folla di studenti che mi chiedevano ripetizioni: fra questa turba, in particolare, una schiera di giunoniche muliebrità, le quali ogni volta, immancabilmente, si dichiaravano "anelanti di suggere dal corpo docente il latte della sapienza". Io, ancora una volta infastidito da questa ricorrenza del latte, feci promozione ai prodotti della mia zona d'origine, esaltando le virtù del caffè. Le ragazze accettarono lo stesso quell'impronta che intendevo dare alle mie lezioni, ma con aria un po' delusa. Ma gongolai quando venni a sapere che esse preferirono senza indugio il mio caffè al latte screanzatamente offerto loro da dei biondini che davano a loro volta delle ripetizioni (ma non mi capacito in quale disciplina). Alcune delle mie allieve, tra l'altro, in occasione delle corse venivano inizialmente a trovarmi nel paddocco, come si può vedere nella foto seguente.

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Esse sono Giuseppina e Gelsomina, studentesse del Corso di Laurea in Storia medioevale ed anche grandi appassionate di bocce. Fra noi è subito nata una certa intesa ed un intenso filingo proprio per questa comune passione: loro non fanno mai un passo senza portarsi dietro le bocce, ed io ho sempre con me una piccola sacca contenente non solo il fondamentale pallino, ma anche un altro, provvidenziale, boccino di scorta. Ma loro due sono sempre state così dolci e gentili con me che fra noi non poteva esserci vera competizione sportiva: sicchè io ho sempre finito per lasciarle vincere, facendo sì che loro appressassero il più possibile le loro bocce al mio pallino. Quando succedeva, esultavano come delle matte...! Ma a proposito di matte, devo confidare che da qualche anno non ho più potuto frequentare queste due, in quanto la scena è stata monopolizzata dalla famosa e gelosissima Pussicatta mentecatta, in arte Nicoletta Scherzinga, a suo tempo bocciata in canto al Conservatorio crucco (va bene, diciamo teutonico) di Tubinga. Un certo giorno la Pussicatta, che io neanche conoscevo, fece irruzione sulla scena del paddocco, sbaragliò con intimidazioni o violenza fisica tutte le mie allieve, amiche e pretendenti, e si autoproclamò mia fidanzata ufficiale. Come ho già scritto nel post(o) Fotoalbum, l'ultima mia ex a farne le spese, in termini di integrità fisica, fu la leggiadra figlia dello sceicco Al-Mansuro, il cui zigomo destro venne deturpato a vita da una sinistra tettata nucleare della Pussicatta. Il ricco padre, grosso (e pachidermico) azionista del gruppo Mc Ladren, riferisce tristemente che la figlia da quel momento non ha più osato uscire di casa. Ecco qui sotto, mentre tenta di fare violenza anche a me, la colpevole di quell'atroce misfatto:

 

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Ella, (anzi, essa) volle legarsi indissolubilmente a me perchè è sempre stata, a sua volta, una grande appassionata di bocce, gioco/sport che vanta di consueto molti amatori (e quindi dei drudi, per l'appunto!) tra le  fila dei pensionati, ma ben pochi tra i giovani, in genere interessati a tutt'altro; ed io sono appunto, ai suoi occhi come  quelli di chiunque altro, una di quelle rifulgenti eccezioni, se non un vero hapax legomenon, cioè un caso unico (ed inestimabile). Come avrete letto dalle riviste scandalistiche, l'anno scorso ella decise di allontanarsi da me: ma ben presto è ritornata, perchè, dopo aver solcato tutti gli oceani e girovagato per i vari continenti, non ha trovato nessun altro giovane disposto a giocare a bocce con lei.

Ma torniamo ora al glorioso anno del mio debutto, ed in particolare alle mie prime vittorie: oltre al regime finanziario di carattere dittatoriale instaurato da papà Antonio, sul mio luminoso futuro di ricchezza si proiettarono le inquietanti ombre di alcune rivendicazioni del mio altrettanto dispotico zione, che io abbandonai dopo aver vinto la borsa di studio post-maturità. Costui pretendeva a sua volta una parte dei profitti, in quanto sosteneva di aver "principescamente sostentato e tutelato sotto la sua munifica ala protettrice il più sfolgorante astro nascente della F1 di tutti i tempi": mio padre reagì a queste esose pretese alla maniera tipica di Ron, ossia con un ringhio di cruento disaccordo. Ma mia madre, da sempre più diplomatica, conciliante e generosa, lo convinse a compilare per il fratello un assegno di mille sterline, in virtù di ciò che egli aveva fatto per me in tutti quegli anni (in realtà poco o nulla, come si è visto). Lo zio si sentì preso per i fondelli da quell' "assegnino da elemosina", e chiese esplicitamente che gli fossero versati duecento milioni di sterline anglo-caraibiche in oro purissimo. Mio padre divenne una furia: dapprima i due fratelli iniziarono una feroce battaglia legale, dopodichè, vedendo che tra legulei azzecca-garbugli, procuratori inetti, scartoffie inutili, ricorsi, udienze, giudici coi paraocchi ecc. non si risolveva nulla e si stava invece gettando al vento una buona fetta dei MIEI introiti, arrivarono a sistemare la vertenza alla vecchia maniera anglo-caraibica e piratesca, ossia con una prosaica quanto epocale scazzottata. A questo punto devo precisare che entrambi i fratelli, avari e diffidenti, non si erano mai fidati delle banche, e preferivano tenere addosso tutto il loro denaro, si trattasse anche di cifre da capogiro; cosicchè, quando si azzuffarono, ad ogni pugno ben assestato dalle tasche dei vestiti del contendente colpito scivolavano fuori banconote e monete. Io, con il pretesto di fare da arbitro della contesa, mi sistemai vicino a loro due e raccolsi, non visto da loro la cui attenzione era tutta sull'avversario (in virtù di quella particolare condizione che, in omaggio a grandi vie di comunicazione come la Transahariana, la Transiberiana e la Transamazzonica, si può definire "Transagonistica"), tutto il denaro che cadde per terra. Come finì? Vinse mio padre, ed io intascai con destrezza ottocentoventi sterline da lui e cinquecentosessantacinque da mio zio. La diatriba si era conclusa secondo la legge della giungla, la legge del più forte: ma ciò che importava era che fosse terminata, e soprattutto che il MIO patrimonio non venisse depredato da altri artigli oltre a quelli del babbo venale, sul cui calvo e lucido capo incombeva pur sempre la scure dell'ineludibile trapasso, foriera, a beneficio dell'oppresso, del diritto dinastico-ereditario. Ma io non volevo e tuttora non voglio aspettare così tanto per riavere il MIO denaro, e in qualche modo troverò il modo di reimpossessarmene. Ma ora abbandono questi uggiosi e gretti discorsi utilitaristici per tornare al mio sfolgorante percorso di studi, che si dipanava con mirifica agilità, incenerendo le tappe, fra centinaia di esami che a chiunque altro sarebbero parsi insormontabili. Devo riconoscere che durante l'intero percorso universitario i miei voti si mantennero più alti che in tutta la mia precedente carriera scolastica, ma non quanto avrei voluto. Il voto che prendevo immancabilmente in tutte le prove d'esame era tre, zero, e solita sgradevole scrittarella che mi rinfacciava di godere dei miei insuccessi. Se è dunque vero che i miei precedenti uno si erano stabilmente tramutati in corposi tre, d'altra parte non riuscivo a scrollarmi di dosso quegli zeri che gravavano come macigni sulla mia media ed il mio profitto; la mia condotta, per il resto inappuntabile, era inoltre minata alle sue profonde fondamenta e sostruzioni da quella vigliacca accusa di godimento autolesionistico, di essere succube di un sistema edonistico incentrato sull'Errore che una qualche entità demoniaca aveva edificato nel mio delicato ed inerme animo. Per chiarire una volta per tutte questa faccenda, che a me sembrava solo una becera mistificazione, consultai uno dei più dotti ed eminenti psicanalisti dell'Ateneo. Egli mi fece un banale test mostrandomi delle fotografie che ritraevano delle collettività o dei sistemi complessi e interrelati, che io dovevo identificare. La prima immagine mostrava una foresta di conifere, ed egli mi chiese cosa vedevo, per appurare, in sostanza, se ciò che mi si parava davanti agli occhi era per me un bosco oppure  degli alberi. Io risposi che avevo l'onore di contemplare una porzione dell'inquinata taiga russa dell'Oblasto di Novosibirsca, nella quale riuscivo a scorgere abeti bianchi, cedri ed anche qualche betulla. Sullo sfondo della foto riconobbi un ermellino che si stava spulciando l'orecchio sinistro, grattandosi con la zampa posteriore sinistra. Altra foto, piena di aerei e di piste di decollo: dissi che riconoscevo l'aeroporto di Brisbania, in Australia, che si vantava di essere ubbo per le compagnie aeree "Blu vergine" e "Blu pacifico". Nella foto riuscii anche ad individuare, tra i passeggeri seduti all'interno di un apparecchio diretto in Europa, il mento a peperone del Vebberone. Altra foto, piena di volumi librari: egli si aspettava che io dicessi "libri", ma io riconobbi la bellissima biblioteca abbaziale di Monte Angelo, nell'Oregone, progettata da quel finnico omaccione alto alto, bassino, di Alvaro Alto (prozio di un compagno di scuola di Raikkone): in uno di quei libri riconobbi Le metamorfosi di Apuleio, mentre un altro, molto più in fondo, mi sembrava la recente edizione Mondadori di Cuore di tenebra di Giuseppe Corrado. Avvistai poi un altro libercolo dal titolo I dolori di un giovane inverter, saggio ironico (nato come parodia di afflato tecnologico-tecnocratico de I dolori del giovane Vèrtero di Goetto) di un pioniere del fotovoltaico che, prendendo le mosse da un articolo pubblicato nel 1925 da Davide Candeliere Principe, racconta i difetti di funzionamento, le iniziali problematiche e le "fisiologiche idiosincrasie" riscontrate in quello che forse fu il primo di questi dispositivi invertitori di corrente. In un'altra illustrazione si vedeva una folla oceanica radunata in una vasta pianura: mi guardai bene dall'identificarla come "persone", e riconobbi invece che si trattava del 47% della popolazione cambogiana. Sciorinai allo psicanalista alcune centinaia di nomi di quelle persone, ognuno corredato di età, data di nascita, luogo di residenza, codice di avviamento postale, indirizzo, numero telefonico fisso e/o mobile, codice fiscale ed indirizzo di posta elettronica. Fra quella turba seppi indicare con precisione, uno ad uno, chi erano i sindaci delle varie città del Paese. Scoprimmo poi con ilarità che il prosperoso capo del governo, il cui virile nome è Un Seno, si era presentato in canottiera, e quell'indumento faceva in effetti risaltare le sue curvilinee prominenze pettorali. Mi sottopose un'ultima foto, che raffigurava il voto diuturnamente ricorrente in tutta la mia disonorevole carriera scolastica. "Eheh, qui c'è poco da dire: uno e zero", fu il mio commento. Come volevasi dimostrare, il decano della Psicanalisi non seppe che pesci pigliare.

 Con il tempo imparai ad accettare con filosofia (stoica, nella fattispecie) anche l'onnipresenza di quella fastidiosa ed insensata dicitura sul mio libretto universitario, il quale vantava più pagine di un vocabolario: il tempo, questa entità immateriale che quotidianamente, qualsiasi cosa si faccia o non si faccia, ci scivola continuamente e definitivamente via dalle dita, come in una grande clessidra, immagine che, in occasione delle mie vittorie in F1, persino alcune coppe sembravano voler provvidenzialmente evocare (come nella foto sottostante), per rammentare ai mortali la caducità delle loro inani esistenze mortali.

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Come una grande clessidra, questa coppa è stata per me un monito

 a non considerare come eterna una condizione vittoriosa ma transeunte.

 Si noti infatti come il mio radioso sorriso vada lievemente a stemperarsi

nell'atto di controllare con lo sguardo la velocità di scorrimento

della sterile sabbia verso il basso.

 

 La civiltà umana, da sempre propensa all'idolatria (che talvolta prova a controbilanciare in modo funesto mediante raptussi ferini di iconoclastia) ha dunque provveduto, illudendosi di preservare la figura sovrumana e forse addirittura le reliquiarie spoglie mortali del sottoscritto in una dimensione intangibile dagli agenti biodeteriogeni e dall'impetuoso fluire dei millenni, a realizzare un fedelissimo, cereo e costosissimo simulacro (si veda qui sotto) di Luigi Amiltone, ovviamente comprensivo del suo (cioè mio) inseparabile strumento salvifico-redentivo: il casco color giallo cadmio, inottenebrabile faro di speme che rifulge soteriologicamente nel bel mezzo delle tenebre escatologiche  in cui l'umanità brancola da secoli.

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Non è una celia e nemmeno una burla: è sul serio una statua di cera!

Ah, stavo per dimenticare: lo sfondo a scacchi di questa foto è una metaforica citazione della celebre partita a scacchi che, nel film Il settimo sigillo di Ingomaro Bergomano, l'eroico protagonista accetta di giocare contro la morte, perdendo inevitabilmente.  Ecco un fotogramma originale del film:

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 Ma torniamo alle ripetizioni che prodigavo agli studenti bisognosi di una guida dottrinaria o di semplice supporto morale: il mio ultimo ciclo di lezioni private fu a beneficio di Filippino Massa, che, dopo essersi laureato in Lettere classiche all'Università di San Paolo del Brasile, voleva incrementare le proprie conoscenze di Retorica, ed anche - e soprattutto - le proprie capacità oratorie. Lo guidai dunque nell'intricato dedalo dell'eloquenza orale e scritta, e alla fine il risultato fu un vero trionfo: insegnai a Filippino come comporre una veemente filippica, mediante la quale Pippino si scagliò contro quell'erista logorroico di Raikkone e, una volta per tutte, riuscì a soverchiarne la facondia, riducendolo al celestiale silenzio. Checchè ne dicano alla Ferrari, Raikkone si è allontanato di sua intenzione dalla scuderia, perchè nei contrasti verbali con Pippino non riusciva più a spuntarla come in precedenza.

Abbandonate le ripetizioni, attività nobile ma molto dispendiosa in termini temporali, mi concentrai pienamente (finalmente!) sugli esami che potevano vantarsi di essere miei:  tra studi matti e disperatissimi in piena notte, la sfilza di esami residui si assottigliava sempre più, spianando al mio magistero il rettilineo viale colonnato della Laurea Magistrale in Onniscienza. Rimanevano una decina di esami, che mediante una "piena immersione" di studio serale e notturno riuscii a superare in un solo mese, purtroppo sempre con lo stesso miserrimo voto: tre, zero, "gode". Me ne feci una ragione, tutto il mio cursus honorum era tempestato di quelle votazioni vergognose, e anche prendendo dei bei nove la mia media sarebbe comunque stata irrimediabilmente compromessa. Non mi rimaneva, dunque, che terminare la redazione della mia tesi ultraterrena, che avevo provvidenzialmente cominciato a scrivere ancor prima di sostenere il primo esame, ben sapendo che sarebbe stata corposa ed impegnativa. Avendo io scelto, nel rigoglioso ambito disciplinare della Tuttologia e nel luminoso sub-ambito (o indirizzo) dell'Onniscienza, l'audace specializzazione di nicchia in Eziologia dell'Ermeneutica aposiopetico-teleologica, decisi, in un fedelissimo e diafano intento mimetico, di intitolare allo stesso modo la mia tesi, che di quella disciplina poteva vantarsi di essere trattazione analitica ed esaustiva. Avevo già scritto circa ventimila pagine, arrivando così ai due terzi dell'opera da me ambiziosamente progettata: in un'ultima settimana, in cui ottenni dal mio panettiere preferito licenza lavorativa, riuscii a stendere anche le ultime diecimila, pervenendo alla fine del capolavoro. Oh, sia chiaro, avrei potuto proseguire ancora a lungo: tuttavia le stesse illustri e cattedratiche docenze avevano consigliato a tutti i laureandi di non presentare tesi troppo lunghe ed arzigogolate, perchè avrebbe potuto trovare effettiva sussistenza lo stocastico rischio che la commissione di laurea, sfaticata com'era di consueto, si rifiutasse aprioristicamente di esaminarle, o le leggesse a spizzichi e bocconi, magari estrapolando una riga della prima pagina e poi saltando, decine o centinaia di migliaia di pagine più avanti, a leggere quattro vocaboli sparsi in quella conclusiva. Con quelle trentamila pagine e nulla più questo rischio non si presentava, pertanto ero in una botte di ferro. Completamente immerso in questa eroica stesura, tuttavia, mi dimenticai drammaticamente di pagare l'ultima rata delle tasse universitarie: fortunatamente il mio babbo Antonio, in una delle poche azioni forse disinteressate della sua gretta esistenza, me ne rammentò (si veda qui sotto il preciso momento, e la mia reazione) in extremis (pochi minuti prima dello scadere del termine), e tutto fu salvato.

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Non rimaneva che il grande giorno della laurea, dunque: esso arrivò circa due anni fa, e fu una vera apoteosi. Nella pletora degli scintillanti fasti di quel giorno vi furono, tuttavia, anche alcune sgradite sorprese. La prima, e la più scioccante, ebbe l'indecente temerarietà di venire ad importunarmi a domicilio: si trattava di Gensone Bottone, che a metà mattina (la cerimonia si sarebbe svolta nel primo pomeriggio) suonò il campanello del mio inviolabile alloggio sacrale, turbando la mia atarassica quiete privata. Nella foto sottostante potete vedere quei penosi minuti, in cui per gentilezza cercai di fare buon viso a cattiva sorte (il solito destino beffardo!): tra l'altro, sulla mia massiccia ed ipermelaninica porta color "nero di Ron" potete finalmente leggere, in numeri argentati (in onore degli inossidabili miti delle frecce d'argento e del circuito del Sasso d'Argento), il famoso voto onnipresente nelle mie pagelle scolastiche: uno e zero.

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Si trattava dei primi mesi in cui eravamo compagni di squadra, essendo lui appena subentrato all'esiliato Kovalo; io, che già da prima avevo inquadrato Gensone come un irrimediabile e molesto fannullone, lo avevo pregato di astenersi dal venire: egli, invece, intendendo accattivarsi con strategie di maldissimulato e consumato ruffianesimo l'intero ambiente Mc Ladren ed in particolare il suo primo alleato ed insieme primo rivale, mi confessò che il suo cuore boopide non gli aveva consentito di potersi esimere dall'accorrere sulla fulgida scena di un evento tanto mirabile, e rivolgere i suoi ossequi più riverenti al mio incipiente magistero dottorale. In omaggio al vecchio adagio popolare secondo cui è meglio non fidarsi, durante la cerimonia feci controllare a vista Bottone dallo staffo della sicurezza, raccomandandomi che rimanesse ad una distanza di almeno trecento metri da me e dal privilegiato spazio fisico in cui avvennero rispettivamente, nel tripudio generale, la mia acclamazione, la mia proclamazione e la mia conseguente apoteosi. L'intera cerimonia, che fu  permeata da un  fervente afflato messianico-millennaristico, ebbe luogo entro un abbarbagliante antelio sovrannaturale che rese onninamente sovraesposte tutte le riprese fotografiche e televisive (a questo impareggiabile Giubileo erano presenti le truppe di tutte le principali televisioni del Globo) di chi, profanamente, tentò di immortalare su un banausico supporto pellicolare la più mirabile e celestiale  epifania trascendente cui i due emisferi dell'atomo opaco del Male potessero e tuttora possano vantarsi di aver mai assistito: per questo non mi è possibile allegare alcuna foto di quell'evento, che è stata una sublimazione di sostanza quintessenziale (il mio solido Sapere) in pura luce trascendente. Ma torniamo ai tediosi contrattempi ed alle criminose storture che, in barba alla mia presenza salvifico-redentiva, segnarono quel memorabile giorno: il mio ordine di custodia cautelare nei confronti di Gensone Bottone si rivelò ben presto provvidenziale, giacchè quel flavo britanno spilungone, dopo aver alzato un po' il gomito al faraonico rinfresco organizzato a mie spese per le frotte degli intervenuti, cominciò ad infastidire coi suoi sboccati apprezzamenti una ragazza le cui pupille erano, seppur da lungi (si trovava a quattrocento metri da me, a causa della gran folla), estaticamente fisse sulla mia augusta persona. Diedi dunque disposizione agli addetti della sicurezza di immobilizzare Gensone ed affidarlo a due carcerieri Mc Ladren che erano stati inviati appositamente da Ron per occorrenze di questo genere. Essi lo misero in ceppi e lo riportarono a Vochingo. Quantunque molesto, quel fannullone di Gensone, almeno, si era palesato esplicitamente e presentato ufficialmente  al mio cospetto, dimodochè ero a conoscenza della sua presenza: lo sgomento più grande lo provai, invece, quando ad un certo punto mi accorsi o mi riferirono che alla festa c'erano degli imbucati illustri che io mi ero ben guardato dall'invitare e che, nascosti nel prosperoso seno della folla festante, stavano gozzovigliando al mio banchetto evitando accuratamente  di farsi vedere da me. Fra essi voglio annoverare il Vebberone, Cultardo e Nicola Rosbergo, che stavano facendo razzia di tartine al salmone. Mi capitò pure di imbattermi nel mio crudele zio, che, in una specie di contrappasso per contrasto rispetto alle privazioni alimentari che inflisse a me,  si stava animalescamente abbuffando di frutta tropicale ed altre primizie anglo-caraibiche, nella sezione "etnica" di quello smisurato buffet(to). Ma la cosa peggiore fu trovarmi improvvisamente davanti il maleodorante Martino Wittimarcio mentre, con un ghigno mefistofelico (foto sottostante, specialmente nella parte destra) si aggirava spiritato per i tavoli, su cui si era divertito a portare, come suo solito, derrate alimentari scadute che aveva da decenni in casa o in ufficio ("le conserverò per occasioni speciali", diceva sempre): fra queste rintracciai un mucchio di carne, pesce, frutta e formaggi vari che risalivano presumibilmente agli anni Settanta.

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Martino, messo alle strette, confessò di aver portato anche dei vasetti di yogurto che  sua madre o a volte sua nonna, quand'era bambino, gli offrivano giorno per giorno per fare merenda, e che lui non aveva mai aperto.

Nonostante questi incidenti, totalmente indipendenti dalla mia volontà, quello fu il più luminoso giorno che l'umanità abbia mai trascorso finora; e chi non fu presente a quella mirifica cerimonia dovrebbe (anzi, parliamoci chiaro, dovrà), per tutto il resto della sua traversata terrena, quotidianamente recitare: "mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa".

Ad ulteriore e supremo coronamento della mia carriera scolastica ed universitaria, della mia epopea, anabasi ed odissea di studio, una decina di giorni dopo la laurea (il cui misero voto ancora una volta non fu  una sorpresa: uno, uno, zero, gode) conseguii il massimo riconoscimento dell'Accademia Anglo-caraibica di Oxfordo: il "Laureus", una specie di superlaurea riservata esclusivamente alla virilità più acculturata ed erudita dell'Accademia. Da quel giorno Luigi Amiltone divenne, anche nell'incolto carrozzone del Circo della F1, il faro per eccellenza della cultura e dell'erudizione. Se ne accorse anche la stampa, che in mia presenza cercò da quel momento di elevare il livello delle dozzinali domande che, nelle interviste e nelle conferenze stampa, mi aveva sempre posto, così come agli altri pilauti: domande banali e prosaiche, quasi sempre imperniate sulla banausica realtà contingente ed incentrate su risibili questioni materiali e meccaniche, o al massimo materialistiche e meccanicistiche, e dunque del tutto avulse da un glaucopide sguardo d'insieme che lasciasse presagire, con chiaroveggenza platonica, l'innegabile strutturazione finalistica del Cosmo, e tentasse di scrutarne le occulte matrici ontologiche - di carattere noumenico - e le mai casuali (ed anzi provvidenzialmente teleologiche) dinamiche fenomenologiche. A questo proposito narrerò, a chi abbia eroicamente resistito fin qui, pervenendo con la propria lettura alata e lubrica laddove la gran parte dei comuni mortali si sarà esentata dal giungere, una buffa scenetta palesemente rivelatrice del mutato atteggiamento culturale dei giornalisti sportivi; si tratta di un aneddoto ilare mio malgrado, in quanto mi resi involontariamente ridicolo, sebbene tutti abbiano considerato la cosa come una sapida invenzione ironica: ma è proprio la mia celebre ed indiscussa trasparenza cristallina che mi induce a raccontare la realtà a tuttotondo, anche quando può essermi gravosa. Ebbene, qualche mese fa, al termine di un gran premio in cui ero arrivato secondo dietro al cherubico Vettellino, uno stuolo di fotorepòrteri si assiepò dinanzi al nostro cospetto (aggiungo "augusto", per quanto mi riguarda), pretendendo di immortalarci: uno di essi, tuttavia, rendendosi conto che una posa naturale delle nostre baldanzose virilità trionfanti sarebbe stata troppo banale e culturalmente insignificante, maturò nel suo illuminato cerebro l'idea di proporci d'interpretare una celebre e straordinaria scena pittorica: quella della Scuola di Atene magistralmente dipinta da Raffaello Sanzio. Il fatto è che la schiera degli altri fotografi era esagitata, rumorosa e tumultuosa, e lui, che tra l'altro era molto vicino al fianco destro di Vettello (mentre io ero dall'altra parte) ci inoltrò la sua richiesta frettolosamente e a mezza voce: dimodoché il biondino, che gli era vicino e lo stava guardando, comprese l'intera domanda e subito alzò perentoriamente l'indice al cielo, imitando il gesto di Platone nell'affresco di Raffaello; invece io, che ero lontano e per giunta distratto da altri anodini cronisti, udii soltanto l'ultima parola della domanda, ossia "Atene", e giacchè ero spossato dalle due ore di guida appena effettuate - e non volevo pertanto rimettermi immediatamente al volante per percorrere migliaia di chilometri - decisi prontamente e simpaticamente di fare il gesto di chi chiede un passaggio, che non aveva nulla a che vedere con il gesto aristotelico  (mano aperta con palmo rivolto a terra) che avrei dovuto imitare. La cosa suscitò una contenuta ilarità, ma fu considerata come un improvvisato lazzo ironico, mentre era un'innocente gaffa frutto di un qui pro quo. Per visualizzare al volo quanto ho dolorosamente descritto si comparino le due immagini sottostanti.

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Se poi volessimo mettere i puntini sulle "i" e sulle "j" (solo se minuscole, ovviamente), bisognerebbe dire che i ruoli dovevano essere invertiti: chi meglio di me, araldo dell'iperuranica trascendenza, avrebbe potuto interpretare la figura di Platone e ripeterne il gesto programmatico,  che è appunto emblema del suo sistema filosofico fondato sull'iperuranico mondo delle idee trascendenti (che risiede appunto nella sfera celeste)? Parimenti, chi meglio del Vettellino, sempre pragmaticamente ed utilitaristicamente abbarbicato al materialismo meccanicistico ed alle banausiche contingenze fenomenologiche, poteva impersonare Aristotele, la cui filosofia si volgeva principalmente allo studio dell'immanenza, della sostanza, della natura terrena e della sfera concreta?

Ebbene, questo è quanto intendevo raccontare sulla mia istruzione e l'aulente fiorire della mia erudita cultura: tutto ciò che segue cronologicamente quest'ultima mia foto è la sterile e transeunte attualità. Qualora qualcuno, leggendo il primo, tormentoso e sofferto paragrafo di questo post(o), avesse inizialmente sentenziato che io mi sia ivi dilungato in spropositate geremiadi, auspico che il successivo drammatico resoconto delle mie esacerbanti vicissitudini abbia fatto mutare il suo giudizio, e suscitato nel suo animo, sia esso pio oppure rio, un accorato sentimento di solidarietà umana verso una sventurata personalità sovrumana osteggiata in ogni modo dall'impietosa ed empia sorte sardonica. Ebbene, ora che ho estroflesso nell'aere purissimo dell'incipiente cobalteo crepuscolo i miei precordi esulcerati da algici ricordi, estrinsecandone le idiosincrasie ed "estroiettandone" i caustici agenti psico-patogeni, percepisco discendere dalle fosforescenti nubi nottilucenti dell'alta mesosfera, a guisa di salvifiche virghe d'atarassica ambrosia, la pervasiva e circonfondente brina dell'eterea catarsi, che placa gli intimi  e plutonici tumulti ferali e pone fine esiziale a tutti i travagli. Ora posso affrontare con serenità e concentrazione una nuova stagione agonistica.

30/01/2011

Fotoalbum di Ron

Come promesso (ogni promessa è debito, e io non voglio avere debiti pendenti), completo l'agiografica biografia di Ron con alcuni fotogrammi selezionati che possano vantarsi di essere i capisaldi della sua esistenza. Come vedrete, in parecchie foto ci sono anch'io, proprio perchè la mia augusta persona è innegabilmente una parte importante della vita di Ron. Ci sono poi alcune istantanee scattate da lui che ritraggono fuggevoli e rare espressioni di altri pilauti o momenti topici di certe situazioni: sono vere chicche che impreziosiscono il racconto iconografico.

ChimeTimes.jpgLe foto sull'infanzia e la fanciullezza di Ron sono ovviamente coperte da segreto militare: a memoria d'uomo, la prima foto che ritrae il monarca è questa, che lo vede insieme ad alcuni suoi compagnoni di Collegio. Ron è quello a sinistra in primo piano: se non erro, alla sua destra ci sono nientemeno che Elvigi Presleino, il re del Rocco e Rollo, e un altro celebre Ron, ossia Ron Owardo (vedi foto sottostanti), uno dei protagonisti del film Graffiti americani e del celebre telefilm statunitense Giorni felici. I due tizi in secondo piano, invece, non mi sembrano famosi, anche se quello a sinistra potrebbe essere un giocatore di pallacanestro.

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Ed ecco il nostro giovane Ron nel suo ruolo di meccanico di auto da corsa...osservate come i due colleghi di destra ed il pilauta, che si volta all'indietro a guardarlo, pendano dalle sue labbra.

 

 

 

 

 

 

rondennisbrabhamke4.jpgEcco il nostro giovane Ron che confabula con quell'omaccione australe di Giacomo Bràbbamo, dotato pilauta delle terre aborigene: questo proto-Vebberone ha vinto tre mondiali, cosa che difficilmente potrà fare il suo erede ideale della Red Bullo. Come si arguisce da questa foto sibillina, Giacomo insegnò a Ron alcuni sordidi trucchi del mestiere.

 

 

 

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Ma il vero mito di Ron era questo qui, l'indomito e granitico pilauta e ingegnere Bruccio Mc Ladren, che non a caso rivaleggiò accanitamente anche con il succitato Bràbbamo. Si noti l'impenetrabile e torva tetragonia di Bruccio: è la stessa a cui Ron, in un fideistico intento mimetico, ha da decenni atteggiato il suo volto (foto sottostanti), proprio per celebrare ed eternare la seriosa facies Mc Ladren e farne un "marchio di fabbrica" riconosciuto nel mondo.

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 Ma Bruccio Mc Ladren (tra l'altro fondatore nel 1963 di un primo nucleo sperimentale di scuderia Mc Ladren), qualche volta in vita sua, è persino arrivato a sorridere: pertanto, per imitarlo, anche Ron si è concesso qualche distensivo sorriso. 

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Ma senza esagerare...

 

 

 

 

1980mclareninternational.jpgMa torniamo a Bruccio Mc Ladren: egli nel 1970 morì tragicamente durante una gara di Formula 1; Ron, affranto, pianse per 10 anni, dopodichè comprese che l'unico modo per onorare il suo eroe e vendicarlo, eternandone il nome, era fondare una invincibile scuderia omonima, che oltre a sbaragliare le squadre rivali potesse, forte di un titanismo senza pari, ergersi granitica a sfidare la perversa crudeltà del Destino beffardo e subissarlo una volta per tutte. E così, da una costola di Ron (a destra nella foto), con l'aiuto di due soci dai nomi trascurabili, nacque la Mc Ladren Internazionale.

 

 

 

 

2009_02_05_Teddy_Mayer_Ron_Dennis.jpgMa il socio di sinistra a Ron non stava molto simpatico: così, in breve tempo, quell'osteggiato terzo incomodo venne depennato dalla società e dalla foto, e rimasero solo Ron e l'innocuo anzianotto. Ma ben presto anche quest'ultimo sarebbe stato estromesso, così andò a finire che la gran torta rimase tutta per il nostro rampante Tennis.

 

 

 

 

 

 

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Gli eroici e pionieristici albori della Mc Ladren Internazionale di Ron, che si rifaceva al primordiale nucleo iniziatico della Mc Ladren "locale" e "spontanea" sorta con Bruccio ed il suo protagonismo autoreferenziale, furono subito tempi di stacanovismo indefettibile, grandiosi successi e record stratosferici, assicurati alla scuderia da quelli che erano i migliori pilauti di quegli anni: prima Nicola Lauda ed Alano Prosto, poi il suddetto Prosto ed Airtone Senna. Ron, nel suo zelo perfezionistico, gongolava con truci ruggiti d'entusiasmo; ma ogni vittoria non doveva essere riconoscimento egoistico per lui o la squadra, bensì un'offerta sacrificale da libare sull'altare di Bruccio, per onorarlo.

 

 

 

 

 

Ron_Dennis_1991.jpgQuell'aquila di Ron pretendeva la perfezione in tutto: una volta rimproverò ad Alano Prosto, in una gara in cui era partito ultimo, di aver vinto con soli 25 secondi di distacco sul secondo classificato, mentre avrebbe potuto comodamente rifilargliene altri 2. Un'altra volta se la prese con Senna perchè, percorrendo una scicagna, si era fatto superare da un aereo militare che aveva appena infranto il muro del suono, proprio a perpendicolo sul circuito.

 

 

 

 

 

 

_45440348_mclaren1984.jpgNonostante tutta questa intransigenza, quando le doppiette dei suoi pilauti erano particolarmente schiaccianti, Ron non disdegnava di salire sul podio e sorridere di gaudio e letizia.

 

 

 

 

 

t0121jdfsu002.jpgDa allora sono passati svariati anni, e vari pilauti si sono avvicendati alla guida della Mc Ladren in F1: scozzesoni mascelloni congenitamente lenti al retrotreno (come Cultardo), finnici biondini talora col vento in poppa (Hakkinenno), talora con birra in bocca (Raikkone), azzardate scommesse colombiane (leggasi Giampaolo Montoya)...ma ciò che veramente importa, è che in quel periodo io stavo crescendo e maturando sotto l'ala protettrice dell'alma mater Mc Ladren, trovando in Ron un secondo padre (talvolta preferibile al primo, che aveva venduto la mia pelle per qualche verdone). Questa foto è stata fatta nel periodo in cui Ron pubblicizzava C'era una volta il West, l'immortale film di Sergio Leone.

 

 

 

 

 

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Ovviamente ripagai la fiducia di Ron con una interminabile sequela di successi in tutte le categorie minori per le quali transitai nel mio quindicinale apprendistato... guardate qui come mi ergo, perentorio e baldanzoso, su quel piccolo podio! E guardate il volto estasiato di Ron...nessuna vittoria di Alano Prosto o Airtone Senna avrebbe potuto renderlo più euforico di così!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4-Hamilton-Urkel.jpgEccomi a 13 anni...non ero adorabile? Mi ricordo che in quell'anno, una volta, nella foga agonistica della competizione, ruppi la leva del cambio...giunto ai box, anzi direttamente Sotto il Tetto del paddocco, dove con me eravamo in 8, incredulo per quello che era successo chiesi ai meccanici, con vocetta stridula: "Sono stato io a fare questo?", emettendo anche un piccolo grugnito innocente e simpatico. Ma ovviamente non era colpa mia, era la leva che era difettosa e fragile.

 

 

 

 

 

 

Stanlewis&Ronllio.jpgInutile dire che nel corso di questi anni io e Ron siamo diventati inseparabili...

 

 

 

 

 

 

 

lewis-hamilton1151.jpgIo crebbi e maturai, maturai e crebbi, diventando un gran pilotone ed un gran figaccione, finchè nel 2007 arrivò il mio momento: l'esordio ufficiale in F1!

 

 

 

 

 

 

 

 

Lewis_Hamilton-Ron_Dennis.jpgEcco il momento storico in cui Ron, mediante la formale cerimonia del "qua la zampa", mi accolse in squadra, legando indissolubilmente il futuro della Mc Ladren alla mia vita mortale ed alla mia opera immortale.

 

 

 

 

 

 

 

 

photo_verybig_102847.jpgRon mi presentò agli ingegneroni, ai tecnici ed ai meccanici...

 

 

 

 

 

article-0-01386F6C000004B0-419_468x539.jpgPoi mi mise subito all'opera, com'era giusto che fosse.

 

 

 

 

 

 

 

 

08-lewis-hamilton-wax.jpgLewis_Robot.jpgVi ricordate quando ho detto che all'esordio in Formula 1 ero quello che si poteva definire, in dialetto sassòne, un cyborg? Ebbene, Ron provvedette a farmi avere una tuta adeguata alle mie esigenze...

 

 

 

 

 

 

 

 

Ron+Dennis+F1+Grand+Prix+Belgium+XT3yl8Gda10l.jpgAppena immerso nel dilagante rosso vermiglione dello sponsòro Vodafòne, cominciai subito a mostrare i muscoli...visto che immenso bicipite?

 

 

 

 

 

 

 

 

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E così, grazie anche ai saggi consigli del mio padre padrone e patrono...

 

 

 

 

 

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 ...ed alla sua premurosa assistenza in pista...

 

 

 

 

 

 

 

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 ...i miei trionfi non tardarono ad arrivare...

 

 

 

 

 

 

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 ...cosa che rese Ron sempre più orgoglioso di me...

 

 

 

 

 

Anthony+Hamilton+Ron+Dennis+Brazilian+F1+Grand+X7yqVGzG8dql.jpg...ma che al contempo fece rispuntare fuori, in prospettiva di laute percentuali sui miei guadagni, il mio venale babbo Antonio, che mi aveva svenduto a Ron alla tenera età di 6 anni (la metà di quei 12 indicati da una leggenda del tutto apocrifa) per un bel mucchio di sterline anglo-caraibiche.

 

 

 

 

 

WalterWolf_AlfredRiedl_RonDennis_LewisHamilton.jpgComunque sia, fu un periodo bellissimo...qui Ron mi presentò in pompa magna a degli illustri sconosciuti, di cui non mi degnai minimamente di ricordarmi gli anodini nomi...

 

 

 

 

 

alain-prost-lewis-hamilton-and-ron-dennis-09KCYM.jpgPoi Ron mi fece conoscere il mitico ed immarcescibile Alano Prosto, eroe d'altri tempi... Egli, tuttavia, dopo il ritiro dalla F1 cominciò a filosofare e ad acquisire delle bislacche posizioni eretiche: ad esempio, con un clamoroso voltafaccia nei confronti del suo passato, cominciò a dire che i suoi anni in Formula 1 erano stati solo una gran perdita di tempo. E così, scrivendo un'opera colossale di migliaia di pagine, egli tentò di andare Alla ricerca del tempo perduto...

 

 

 

 

_45468351_hamilton_get416.jpgQueste sue posizioni mi resero Alano Prosto abbastanza antipatico...più che conoscere lui, avrei voluto conoscere Airtone Senna...ma si sa, il Destino beffardo ti strappa sempre le persone più care, mentre quelle più tediose non se le porta mai via...beh, a parte Alano Prosto, devo tornare a dire che quello del mio esordio fu un bel periodo...

 

 

 

 

 

alonso-dennis-abad.jpgAh no, diamine...ecco...mi ero dimenticato l'altra faccia della medaglia...in quell'anno arrivò anche Nandino!!! Guardate come tentava odiosamente di arruffianarsi Ron!

 

 

 

 

 

r146383_514697.jpgGuardate che cavolo di sorrisoni forzati ed ipocriti sono stato costretto a fare per fingere di andare d'accordo con lui, per il bene della squadra...

 

 

 

 

 

 

 

 

083alonso_468x428.jpg...quando lui, di soppiatto, andava a fregare le cibarie dalla cambusa Mc Ladren e di nascosto (e occultato dagli occhialoni neri) si abbuffava come un suino, andando poi davanti agli specchi deformanti dimagranti per dimostrare illusoriamente che era sempre nel suo peso forma...!

 

 

 

 

 

 

 

Lewis-Hamilton-Ron-Dennis-Belgian-GP-2008_1360787.jpgEbbene, la sua presenza, ingombrante e destabilizzante, mi fece perdere la concentrazione e l'infallibilità...e da lì cominciarono i casini...questa foto, ad esempio, immortala la prima e unica volta che mi presentai in ritardo da Ron: il suo inesorabile cronografo Taggo Euero mi inchiodò, segnalando impietosamente il mio folle ritardo di 51 secondi e 234 millesimi alle prove libere, e la sua tirannica tetragonia mi punì mandandomi poi a letto  senza cena per quella sera. Fortunatamente venne la Pussicatta a consolarmi...

 

 

 

 

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Ron-Dennis-F1-return.jpgA proposito, apro una piccola parentesi: queste furono le espressioni di Ron la prima volta che vide la Pussicatta e i suoi poderosi airbag...

 

 

 

 

 

 

 

3484876367717083518f.jpgMa torniamo ai problemi derivati da Nandino: ebbene, questa foto ne è un esempio lampante. Egli mi allettò con il miraggio di pavoneggiamenti tecnologici, mirando invece solo ad umiliarmi in pubblico...e per farlo guardate chi ha ingaggiato...roba dell'altro mondo...

 

 

 

 

 

0078040.jpgMa lo Schiumàcchero non è nuovo a questo genere di facete irrisioni: guardate un po' qui...

 

 

 

 

 

 

348367336314b980f4c8.jpgComunque sia, queste cose farebbero perdere le staffe a chiunque... guardate infatti che sciagura mi è successa verso la fine della stagione... e guardate che diavolo di commissario di percorso mi hanno affibbiato... pazzesco...

 

 

 

 

 

 

 

ron_dennisggg.jpgFu ovviamente colpa di Ferdinando se alla fine fu Raikkone a soffiarci il mondiale 2007... guardate che trauma fu per Ron...

 

 

 

 

 

 

 

 

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In conferenza stampa, un allibito ed incredulo Ron, con il sangue in faccia ed alla testa, alla stregua di una cartina di tornasole decretò inequivocabilmente - anche senza parole - quale squadra aveva vinto...la scarlatta Ferrari!

 

 

 

 

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...oltre al danno, la beffa: per ipocrita diplomazia, Ron fu costretto, suo malgrado, ad inviare un delegato a fare dei (falsissimi) complimenti alla Ferrari, vincitrice dei due titoli...Ron fece bene a mandare Martino Wittimarcio, così almeno Stefanino Domenicali, dopo avergli stretto la mano, dovette passare una buona oretta in bagno a lavare e disinfettare la sua...

 

 

 

 

 

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...tra l'altro, poi, in una conferenza stampa di fine anno io e Ron fummo bersagliati dagli insulti ed improperi di alcuni facinorosi e tronfi ferraristi, sicchè fummo costretti a tapparci le orecchie e subire in silenzio... 

 

 

 

 

 

 

Bahrain+F1+Grand+Prix+Practice+vjG5iyxy3zZl.jpg ...con l'aggravante di quest'ultimo episodio Ron accumulò una funesta rabbia repressa...

 

 

 

 

 

 

 

 

BMW+PGA+Championship+Previews+k5PP3F4iBmBl.jpg...che potè sbollire soltanto con terrificanti smazzate di golf(o).

 

 

 

 

 

 

 

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Ma il più provato e sconvolto da quella tragedia fui io, che fortunatamente trovai adeguato conforto tra le calde braccia di Ron...

 

 

 

 

 

 

 

 

_45166560_alonso2_afp300.jpgInvece quell'irresponsabile di Nandino, giustamente esiliato dall'alma mater Mc ladren, si consolò immediatamente tornando da quella sua prosperosa amante bionda che era la Renolta...ma nei due anni che seguirono scoprì che non era più leggiadra come una volta...!

 

 

 

 

 

 

 

 

2356746949_03a839fb54_o.jpgEbbene, allontanato Fernandino, le regole della Formula 1 imponevano che mi si dovesse trovare un nuovo compagno (anche se io non ne sentivo il bisogno); la triade Mc Ladren di allora (Ron, Martino Wittimarcio e Norberto Augh), dopo un frugale banchetto, decise chi assumere come gregario di Luigi Amiltone...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ron-dennis-stepping-down-as-mclaren-mercedes-f1-team-boss.jpg...e in breve arrivò la fumata bianca: si trattava del finnico e amabile Kovaleineno! 

 

 

 

 

 

 

McLaren+CEO+Ron+Dennis+Fishing+Challenge+Supports+3I-Zbk_RRCPl.jpgCome da finnica tradizione, per ringraziare Ron della sua generosità Kovalo, radunando i suoi famigliari (sulla sinistra c'è suo padre), donò a Ron un pesce pescato da lui stesso nelle acque di un lago finlandese. Ron fece finta di gradirlo, ma in realtà i pesci gialli non gli piacciono...Hakkinenno, a suo tempo, aveva regalato a Ron un pesce che era due volte questo, e in più aveva un bel colore argentato come le nostre monoposto...Raikkone aveva invece donato a Ron un pesce strano, nella cui pancia fu rinvenuta, quando il cuoco lo sventrò per cucinarlo, una certa quantità di vodka...

 

 

 

 

 

emp-5489368.jpgQuell'anno, il 2008, fu meraviglioso...fu l'anno del mio titolo mondiale. Ron, animato da forti presagi, già all'inizio della stagione prese in mano il microfono e giurò perentoriamente, in mondovisione: quest'anno vinceremo!

 

 

 

 

 

RonDenis.jpgSotto l'impeccabile e tetragona guida tecnico-strategica di Ron al muretto, in effetti, la contorta matassa dei gran premi andò via via dipanandosi in modo a noi sempre più favorevole, pur tra alterne vicende...

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ron, nella sua infinita democraticità, concedeva alla squadra non un solo risultato possibile (ossia la vittoria), bensì due: il trionfo o la vittoria.

 

 

 

 

 

pdkronnorbt.jpgQuella stagione, densa di vittorie e buone prestazioni, fu costellata da numerose e pantagrueliche grigliate, occasioni che rinforzarono lo spirito di squadra ed i legami di Ron con un pezzo grosso della Merdedes (nostra fornitrice di motori), il possente Norberto Augh, che delle grigliate era il sovrano assoluto ed il più ghiotto convitato. Ron e Norberto insieme erano magnifici e terribili, una coppia d'acciaio: quando essi si aggiravano per il paddocco, tutt'intorno dilagava il terrore. Fonti non ufficiali insinuano che, quando i due passeggiavano insieme per Vochingo o per le vie di Londra, Norberto chiedesse il pizzo alle rosticcerie ed alle friggitorie, mentre Ron lo esigesse dalle officine e dalle utensilerie.

 

 

 

 

 

dennismercedes.jpgQui Norberto e Ron irridono i taccagni rivali della BMW, che in occasione della prima vittoria del loro Robertino TestaCubica avevano organizzato una grande grigliata improvvisata ma con poche scorte alimentari, rimanendo così a secco di salsicce e vurstelli a neanche metà pasto.

 

 

 

 

 

200px-Ron_dennis_2000Monaco.jpgRon continuava a sentire nel suo animo che quel 2008 sarebbe stato per noi l'anno giusto per ritornare agli allori iridati...forte di questa fiducia e tranquillità, egli poteva spingere audacemente il suo sguardo penetrante oltre i più lontani orizzonti, arrivando a contemplare i sovrumani misteri del futuro più lontano, senza più alcun timore delle vili scudisciate del Destino beffardo e del Fato crudele, della Moira impietosa e delle Parche maligne.

 

 

 

 

 

 

 

_44146995_ron203.jpgOh, era un anno buono ma non vincevo sempre...e per questo Ron storceva un po' il naso...

 

 

 

 

 

 

dennis.jpg...ma sapeva che alla Mc Ladren mancava davvero poco per la vittoria finale (in questa foto mima l'effettiva distanza che c'era fra noi e la gloria immortale della vittoria).

 

 

 

 

 

 

ron-dennis_97678t.jpgRon era sempre più sicuro di sè e della nostra forza...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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...ma nell'ultimo gran premio della stagione, quello decisivo, per molti giri le cose sembrarono complicarsi per me...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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...la situazione era delicata e tesa...a causa della pioggia stavo perdendo posizioni...c'è stato da trattenere il fiato...

 

 

 

 

 

Felipe_Massa-trofeo.jpg...il Destino beffardo sembrava ora arridere a Filippino, che iniziò l'ultimo giro gongolando per una vittoria mondiale ormai a portata di mano (imprimetevi bene questo suo sorrisone nella memoria, da quel giorno in avanti non lo rivedrete mai più...)...

 

 

 

 

ron-dennismb,.jpg...ma in extremis la sorte, impersonata dal caro Timo Glocco, premiò me e la Mc Ladren! Ron, vittoria, vittoria, vittoria!

 

 

 

 

 

 

_45166678_dennis_afp416.jpgRon, con una mano sul cuore per trattenere il selvaggio palpitare euforico del suo miocardio, indica con radiosa ironia la posizione della Ferrari in classifica: "dietro, alle nostre spalle"!

 

 

 

 

 

 

41376-hi-RD_Ron_Dennis-001.jpgDopo svariati anni senza successi, Ron e la Mc Ladren ritornarono finalmente in vetta, sulla cresta dell'onda...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

article-1240141-047C1383000005DC-964_468x286.jpg...i giornalisti di tutto il mondo ricominciarono a braccarlo per poter avere qualche sua inestimabile dichiarazione, o semplicemente un autografo...

 

 

 

 

 

RON_DENNIS_280x390_443762a.jpg...Ron era commosso da tutto ciò...

 

 

 

 

 

 

 

 

ron_dennis05g.jpg...ma a volte i giornalisti esagerarono, ed arrivarono pure a fargli delle proposte indecenti...ma ci pensò lui a fermarli...

 

 

 

 

 

 

 

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Per festeggiare la grande vittoria, organizzammo una festa epocale, a cui era severamente vietato l'accesso ai non invitati...lo stesso Ron si mise davanti alla porta a fare da mastino...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

jack_heuer_jh_rd_ron_dennis-001-2.jpg...durante quella festa, Ron mi presentò il leggendario Giacomo Euero, la mente sovrumana che aveva creato il trascendentale cronografo Taggo Euero...

 

 

 

 

 

 

 

 

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...ma soprattutto mi presentò un generoso sceicco che mi fece i complimenti per la vittoria e come premio mi regalò un giacimento petrolifero tutto mio!

 

 

 

 

 

ron-dennis-mclaren-mp423-2008.jpgA metà serata, un Ron quantomai radioso, volendo emulare il mio esempio canoro dell'anno precedente, quando per il suo sessantesimo compleanno mi esibii in "O sole mio" (vedi il post "Fotoalbum"), annunciò agli invitati di voler cimentarsi nella canzone napoletana "I te vurria vasà"...  

 

 

 

 

 

img_7311.jpg...e fu un'esibizione superba!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

article-0-0257C49D000005DC-651_468x359.jpgRon, più che mai esaltato, si lasciò un po' andare e bevve qualche alcolico di troppo...a fine serata era decisamente brillo e disinibito, ma si fermò in tempo per non cadere nell'ubriachezza molesta...

 

 

 

 

 

 

 

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...il giorno dopo, smaltita la mezza sbornia e recuperato, nella plenitudine tetragona ed obnubilante del nero assoluto, il suo proverbiale e serioso autocontrollo...

 

 

 

 

 

 

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...decise di mettersi alla prova nella spericolata guida di uno dei nostri più potenti modelli stradali, per rispondere a quelle vipere che gli imputavano di essere solo un flemmatico stratega da muretto e non più un temerario omaccione d'azione...

 

 

 

 

 

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...e quello fu il primo passo per uno stentoreo potenziamento e ringiovanimento ulteriore della sua immagine: Ron, che qui vediamo ricondotto alle sue giuste dimensioni colossali, divenne l'uomo dell'anno...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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...un superdirigente dai poteri eccelsi...

 

 

 

 

 

 

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...il simbolo per eccellenza dell'efficienza, del lusso, della modernità...

 

 

 

 

 

 

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il capo dei capi, il boss dei boss (alla facciaccia di Hugo Boss)...cercato, osannato e bramato da tutti...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 ...dai ricchi e dai potenti (come Massimino Mosleino, Bernino Ecclestòne, Cristiano Oronero)...

 

 

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... e dalle procaci femminone...anche se per quest'ultima ha trovato in me un agguerrito concorrente... infatti, dietro la schiena della miss, il mio braccio sinistro e quello destro di Ron stanno lottando per spartirsi la preda...

 

Ron-Dennis-in-the-Ovei.jpg ...ma all'inizio del 2009 Ron, rendendosi conto che nonostante tutto stava invecchiando, preferì fare un passo indietro, per lasciare la gestione della scuderia ad un giovane. Inoltre, dato che le sue articolazioni cominciavano a dare qualche problemino, Ron cercò uno di quei bagni speciali tutto incluso con trattamenti di relax, idromassaggio, solarium, cromoterapia, sauna...

 

 

 

 

 

 

 

 ron-dennis-martin-whitmarsh.jpg                                                           Ron-Dennis-and-Martin-Whi-002.jpg                                                           

Ma a chi lasciare tutto il cucuzzaro della gestione sportiva Mc Ladren? Semplice, a Martino Wittimarcio!

 

 

 

 

martin-whitmarsh.jpg

Che omaccione, il nostro Martino! (per agghindarlo così c'è voluto il lavoro di tre giorni di due sarti, un centro estetico e due truccatrici)

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ecco Martino che cerca di imparare da Ron l'arte della postura ieratica e dell'espressione tetragona ed impassibile. Notiamo che i due hanno all'occhiello un papavero, a dimostrazione che la Mc Ladren è veramente stupefacente.

 

 

 

 

 

martin-whit_1244936c.jpgE dicevano che la triade l'aveva la Juventus... quella della Mc Ladren è la sola, vera, invincibile triade! Guardate qua!

 

 

 

 

 

Ron-Dennis-talks-about-his-28-year-old-journey-with-McLaren-52159.jpgQui vediamo i due pilastri fondativi della Mc Ladren degli ultimi anni: il pilastro vero, ossia Ron, e quello fittizio, mero specchietto per le allodole, la Vodafòne col suo logo tra l'arancione ed il rosso vermiglione.

 

 

 

 

 

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Ma torniamo al nostro nuovo capo, Wittimarcio: improvvisamente si sentì oppresso da nuove pesanti responsabilità, come reggere l'assedio dei gionalisti... questa foto del maggio 2009 rappresenta lo storico momento in cui Martino, nauseato dalle insistenti, ripetitive e faziose domande della stampa, sta per vomitare sui microfoni dei cronisti sportivi di mezzo mondo...Da quel giorno la stampa mondiale imparò a non pressarlo più di tanto...

 

 

 

dsc_0061.jpgMa nel 2009 tutto andò a rotoli... Una volta ci fu anche bisogno dell'intervento di Ron per aprire un'inchiesta su un fatto bislacco: sul pavimento dei box fu rinvenuto un mucchietto di letame. Dopo settimane di indagini comparative, si scoprì che era stato Kovalo a pestarlo accidentalmente con la ruota posteriore sinistra, portandoselo poi dietro e disseminandone un po' dappertutto in scie e mucchietti. Tutto ciò mandò in malora la stagione, e Kovalo fu infine cacciato...

 

 

 

 

 

 

ron-dennis-mclaren1.jpgC'era dunque bisogno che Martino e Ron si consultassero per scegliere il mio nuovo gregario per il 2010...un giornalista ficcanaso si piazzò alle virili spalle di Ron per carpire qualche indiscrezione: Ron, accortosene, si voltò e lo incenerì con lo sguardo.

 

 

 

 

 

 

Canadian+F1+Grand+Prix+exEdKmlQ8tfl.jpgAlla fine, con quello che secondo me fu un errore di valutazione, il prescelto fu quel fannullone di Gensone Bottone, che ci mise poco a paludarsi di rosso vermiglione. E' per la sua presenza, neghittosa ed insieme sovversiva, che anche nel 2010 non siamo stati al vertice, e che continuiamo a navigare a vista in un mare che sembra sempre più dominato dalle Red Bullo e dalle Ferrari. Che dire...speriamo nel 2011.

29/01/2011

Storia di Ron

Giacchè molti si sono interessati al mio superbo/grottesco pranzo con Ron, immagino che a molti farebbe piacere saperne un po' di più sull'imperatore dell'universo Mc Ladren: ebbene, ve lo farò conoscere tratteggiandone una sommaria ma succulenta biografia, prima con qualche aneddoto scritto e poi con un fotoalbum, esattamente come ho fatto per la mia augusta persona. Ebbene, per capire alcuni tratti della sua personalità è necessario risalire ben oltre la sua data di nascita (intendo quella anagrafica, poichè a ben vedere lo spirito di Ron è un archetipo universale che ha sempre pervaso il cosmo fin dalle sue origini), e precisamente all'identità di suo nonno materno: costui era un colonnello prussiano, ed è appunto questo progenitore che, mediante la figlia, trasmise anche al nipotino Ron l'inflessibile rigore caratteriale, l'inveterata austerità tetragona e lo stacanovistico zelo operativo che erano proverbiali nell'esercito prussiano. Cotanto nonno era un personaggio veramente importante (venerato in Pomerania, osannato in Renania, celebrato in Sassonia, magnificato in Vestfalia), tanto da essere considerato l'erede morale di Ottone di Bismarco (un coriaceo politicone che divenne poi un astutissimo banchiere, che riuscì a raddoppiare il valore del Marco coniandolo in monete d'ottone) e, negli anni Venti, dell'imperatore Hindenburgo (quel pachidermico pallone gonfiato che, nel colmo della sua boria, decise di andare in America a pavoneggiarsi, ma vedendo che là erano ancora più avanzati della sua Germania, la cosa gli bruciò così tanto che prese fuoco). Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, il nonno di Ron ebbe una condotta a dir poco ambigua ed utilitaristica, sintomo che le sue precedenti incrollabili certezze pangermanistiche erano ormai collassate: nella prima fase della guerra, quando la Germania di Adolfo Itlerodolfo sembrava invincibile, egli era fermo sostenitore della sua nazione; quando invece la situazione cominciò ad arridere agli Alleati, il nonnone prussiano, nel frattempo rimasto vedovo, prese baracca e burattini ed emigrò in Anglia insieme alla figlia ventenne, dichiarandosi di punto in bianco oppositore ideologico del regime nazista. E' bene precisare che i Britannici conoscevano bene il famoso nonno di Ron, e quindi erano poco convinti di questo improvviso ripensamento: fu così che Vistòne Ciurcillo in persona si prese la briga di andare alla frontiera litoranea delle bianche scogliere di Dovero per rivolgere un approfondito interrogatorio a padre e figlia, per appurarne le recondite intenzioni (potevano essere spie) e concedere loro o meno di accasarsi in Anglia. Dopo 15 ore di terzo grado, Ciurcillo capì che i due cercavano solo di rifarsi una nuova vita in un paese meno guerrafondaio: ebbero il permesso di trasferirsi nei sobborghi di Londra, a Vochingo, un paese di fondazione vichinga sempre circondato da una fitta cortina di nebbia. Là, dopo aver imparato l'Inglese con un corso della De Agostini, e perso il fastidioso accento teutonico, essi cominciarono ad essere progressivamente ben visti dai vicini, e si integrarono alla perfezione nella cittadinanza. La figlia del colonnello, di cui è superfluo menzionare il nome (ella fu solo un tramite biologico per la nascita di Ron), conobbe un bel giovanotto locale, che di cognome faceva Dennis (il suo nome di battesimo è altrettanto irrilevante), e lo sposò con rito anglicano. Pochi anni dopo la fine del conflitto mondiale, e precisamente il 1° giugno 1947, a Vochingo, in completo accordo con un'antica profezia celtico-normanna, venne così alla luce, in un giorno di burrascosa eclissi totale, Ron Dennis. Il nome di battesimo fu scelto proprio dal suddetto nonno, con  la specifica intenzione che assomigliasse il più possibile ad un ruggito, per ricordare e celebrare, a ciascuna pronuncia, i "leoni di Prussia", metaforico epiteto riferito ai prodi soldati dell'esercito prussiano.   Dell'infanzia del piccolo Ron non vi sono molte testimonianze, e lui stesso non ha mai voluto parlare dell'argomento: ma sembra, ma un dossiero del KGB, che egli giocasse sempre solo, e soltanto col meccano. Fonti non ufficiali riportano che Ron, nei primi anni, fosse ritenuto muto, e che abbia detto la sua prima parola solo a 5 anni: essa era "carburatore". Durante la fanciullezza Ron non legò mai con altri bambini; si divertiva invece a perseguitare un anziano vicino di casa giocandogli scherzi demoniaci e rovinandogli la casa: reinterpretando liberamente questo lato pestifero di Ron, che lo condusse ad essere una vera minaccia, negli anni Novanta il Cinema omaggiò il passato remoto del nostro beniamino con il film Dennis la minaccia, quello con Valter Matteo. Ma il piccolo Ron, fortemente chiuso in sè, asociale, scontroso ed interessato solo alla meccanica, sembrava avere seri problemi relazionali, che il suo premuroso padre cercò di curare ricorrendo ad un rimedio da sempre considerato potente e versatile: lo sport. Fu così che Ron e suo padre cominciarono a giocare a tennis: in breve si scoprì non solo che al giovane tiranno quello sport piaceva, ma anche che era destinato a diventarne un fuoriclasse, tanto da cambiare il suo cognome in "Tennis" (alla consonante palatale debole "d", che a Ron non era mai piaciuta proprio per la sua fiacca debolezza fonetica, si sostituì la più perentoria palatale forte "t"). Dopo intensi pomeriggi di allenamenti e tornei estenuanti, suo padre lo portava nel vicino bar Davis e ordinavano dei panini con la coppa: nacque così, grazie alla bravura di Ron e a quell'immarcescibile affettato servito in quel mitico bar, la celeberrima Coppa Davis che da decenni avvince tutto il mondo del tennis. Ron divenne in breve il più grande tennista del mondo, titolo che detiene tuttora (basti pensare che nel 2009 si esibì da solo in un doppio contro Ruggero Federero e Raffaello Nadallo, e stravinse ridicolizzandoli, lasciandoli a 0), anche se la Federazione Internazionale del suddetto sport lo ha recentemente pregato di astenersi dallo scendere in campo contro i nuovi campioni e sbaragliarli, in quanto la sbalestrata gioventù odierna e quella futura hanno e avranno sempre più bisogno di credere in nuovi fuoriclasse che siano modelli di comportamento. Il primo e vero interesse di Ron, per giunta, era sempre stato e tuttora rimane la meccanica, pertanto, dopo la fulminante consacrazione tennistica - ottenuta una volta e per sempre - egli tornò ad interessarsi solo di meccanica razionale, passando, in pochi anni, da apprendista meccanico a capo meccanico di importanti compagnie motoristiche. Nel 1971 egli fondò una scuderia di Formula 2, chiamata La Corsa delle Rondelle, dopodichè, non pago di quella, ne cambierà quasi una all'anno fino al 1980, quando sempre a Vochingo, commemorando il suo inveterato mito Bruccio Mc Ladren (pilota e ingegnere di auto da corsa) nel decennale della sua morte, Ron decise di eternare il nome dell'eroe fondando la Mc Ladren Internazionale, che voleva essere innanzitutto una furiosa nemesi verso il crudele destino beffardo che recise tragicamente il filo vitale di Bruccio a soli 34 anni, durante una delle sue gare. Ron, rivolgendo anatemi solfurei alle Parche, giurò di vendicare Bruccio ad ogni gran premio, ed è per questo che la Mc Ladren deve, per ordinamento costitutivo, essere infallibile; deve anche essere tetragona e tenebrosa, giacchè incarna una sorta di minaccia funerea verso la crudeltà del destino. Ebbene, da allora Ron e la sua Mc Ladren raccolsero trionfi a vagonate; dopo un'infinità di riconoscimenti, premi  e medaglie d'oro, nel 2000 a Ron furono conferiti, per i suoi meriti sportivi ed industriali (per il suo insuperabile contributo in campo automobilistico e per essere di fatto assurto a supremo ambasciatore della Gran Bretagna), persino una plurilaurea honoris causa in  Ingegneria Meccanica, Ingegneria dei Materiali ed Ingegneria Ambientale, ed il titolo onorifico di Comandante dell'Ordine dell'Impero Britannico. E pensare che suo nonno e sua madre erano crucchi! Ebbene, il nostro Ron, giammai vetusto ma già da anni onusto di gloria, ha pensato bene, nel 2009, di lasciare (teoricamente) il comando della scuderia a qualche giovane cresciuto nel suo vivaio meccatronico, e di occuparsi, in qualità di presidente del gruppo Mc Ladren, delle auto stradali. In realtà è sempre lui che muove i fili della scuderia, e non potrebbe essere altrimenti. Per la scelta del suo successore al comando della scuderia Ron aveva a disposizione un folto manipolo di tecniconi iperqualificati, ma nessuno di essi sembrava essere spinto da quella specie di insopprimibile anelito battagliero e vendicativo, quel sacro fuoco motivazionale della competizione fino alla morte (anzi, oltre la morte), quella volontà di annichilimento di tutti gli avversari, a partire dal Destino beffardo e dall'Errore per arrivare alle varie scuderie di turno: insomma, nessuno dei candidati - acquiescenti ed imbelli ingegneroni meccatronico-cibernetici - sembrava un ardimentoso condottiero che mettesse davanti a tutti i tecnicismi di sorta la schiacciante vittoria volta a vendicare il fondatore Bruccio Mc Ladren, cosa che era l'originario spirito della scuderia, come detto. Ma un giorno, sorprendentemente, dal loro ignavo novero spuntò fuori una personalità bizzarra, una virilità strabica che non era un genio della meccanica ma che aveva le idee chiare e lo spirito battagliero: si trattava di Martino Wittimarcio. Egli, nel suo discorso di autocandidatura, impressionò Ron e tutti gli altri con queste parole: "Ciurma Mc Ladren, massa di indomiti bucanieri a me cari più della mia stessa esistenza mortale, volete fare marcire tutti i nostri avversari, dal primo all'ultimo? Volete sbudellare il rognoso Destino Beffardo? Volete fare dell'Errore cibo per vermi? Volete inzaccherare la Ferrari, ricoprire di muffa la Red Bullo, far sparire la Renolta sotto le ragnatele, versare letame sulla Merdedes, lanciare uova marce sulla Guglielmi, mandare in malora la Forza India? Io sono l'uomo giusto per farlo." Ron, fulminato in senso positivo, non esitò a conferirgli, mediante solenne investitura e giuramento sulla tomba di Bruccio, la carica di feldmaresciallo Mc Ladren che ora detiene con orgoglio. Ma Ron rimane comunque il nostro supremo riferimento, e quando non è occupato a promuovere le vetture stradali o quando non si ritira nella sua tetra Torre di Carbonio, continua a circolare nei nostri stabilimenti e a sorvegliare i ritmi di produzione e assemblaggio delle tayloristiche catene di montaggio mediante il fedele cronometro Taggo Euero, a cui gli tutti gli orologi atomici del mondo fanno imprescindibile riferimento. Si dice anzi che il moto di pianeti, stelle e galassie si adegui alle tempistiche di quel sovrumano cronometro ed orologio. In ogni caso, persino Ron sta lentamente invecchiando, e nella sua tetragonia si sono spesso viste delle crepe: ultimamente sorride un po' troppo spesso (più di una volta all'anno) e ha fatto bislacche concessioni di permessi speciali ad un paio di ingegneri, quando i loro genitori anziani sono morti. Inoltre, c'è qualche piccola cosa di cui Ron non riesce più ad avere il controllo assoluto (non era mai accaduto niente di simile da quando aveva 3 anni), come ad esempio certi nuovissimi marchingegni informatici e certe mefistofeliche diavolerie relative ai cellulari. A questo proposito racconterò, per concludere in bellezza, un bizzarro e simpatico aneddoto avvenuto circa una settimana fa. Era lo scorso lunedì mattina, e Ron si aggirava nervosamente per i corridoi degli uffici Mc Ladren senza parlare con nessuno, come avesse un rovello segreto che lo teneva sulle spine; io e Wittimarcio eravamo in una saletta ristoro lì vicino, a prendere un caffè. All'improvviso arriva un dirigente della Vodafòne, venuto, come ogni anno, per concordare nei dettagli le clausole più recondite del contratto di sponsorizzazione che abbiamo con loro: io gli feci una profonda genuflessione, e Martino Wittimarcio gli lucidò solertemente le scarpe con la lingua. Tra l'altro egli aveva portato un carico di nuovi cappellini Vodafòne rosso vermiglione, per i quali Gensone Bottone va letteralmente matto. Ron, una volta avvistato l'illustre ospite, senza fare tanti convenevoli gli disse, in formale ed ossequioso gergo britannico, "Veh, vin chè n'atim", e accompagnò le parole con un eloquente gesto della mano che lo invitava a seguirlo. Temendo che Ron volesse scorticare l'ambasciatore, io e Martino lo scortammo fin nell'ufficio di Ron, il quale poi ci tranquillizzò sulle sue intenzioni, dicendoci nel contempo che potevamo rimanere perchè potevamo essere utili. Ecco il problema che affliggeva Ron, e che quest'ultimo sottopose alla telefonica perizia del dirigente Vodafòne: la sera prima, Ron aveva ricaricato di 10 sterline il credito esaurito del suo cellulare, usando una carta prepagata Vodafòne, ed aveva avuto la conferma automatica che l'operazione era andata a buon fine. Aveva poi spento il cellulare, l'aveva riposto in cassaforte, ed era andato a dormire (altro segno di cedimento senile di Tennis, che dalla nascita fino al 2008 non aveva mai sentito il bisogno di dormire). Aveva riacceso il cellulare solo l'indomani mattina, appena giunto in ufficio (e quindi solo un'ora prima di quel colloquio), e aveva provato a telefonare, scoprendo con indicibile sgomento che il credito era di nuovo esaurito. Ron non sapeva darsi pace per questo inspiegabile mistero. Il dirigente Vodafòne, mettendo le mani avanti, precisò di essere un managero esperto di finanza, non un tecnico esperto di quei problemi, e che molte volte, addirittura, preferiva telegrafare, inviare telegrammi o fare i segnali di fumo piuttosto che usare il telefonino e farsi spennare dalla sua stessa compagnia. Tuttavia, armato di indefessa buona volontà, chiese a Ron di fargli vedere il telefono, poi chiese di poter usare un computero per collegarsi al sito della Vodafòne. Dopo alcuni passaggi, comparì una schermata che rivelava qualcosa di molto strano: al numero di Ron risultavano addebitati 5 abbonamenti a suonerie polifoniche, per il costo di 2 sterline ognuna: e tali addebiti, di solito, avvenivano il primo giorno della settimana. Ecco svelato il mistero dell'esaurimento del credito: ma Ron, con volto allibito ed incredulo oltre ogni limite umano, sosteneva di non saperne nulla, e pensava che qualcuno gli avesse giocato un brutto scherzo, affibbiandogli quei servizi in abbonamento. L'omacciòne Vodafone, per curiosità più o meno legittima, propose di sentire quelle famigerate suonerie che erano l'oggetto del contendere; Ron, un po' contrariato ma non molto deciso, bofonchiò che era inutile ed irrilevante sentirle, e bisognava invece indagare senza indugio sul colpevole di quel misfatto e recuperare tassativamente le dieci sterline, con i dovuti interessi ed un congruo risarcimento per la perdita di tempo ed il disturbo. Ma alla fine, poichè anche io e Wittimarcio eravamo dell'idea di ascoltarle, le sentimmo. Con nostra suprema sorpresa, nell'ufficio tetragono di Ron risuonarono, nell'ordine, le ariose e spensierate sigle dei celebri cartoni animati Heidi, I Puffi, Sailor Moon, Candy Dolce Candy e Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo. Durante quelle sigle noi tutti ci guardammo l'un l'altro: io, Wittimarcio e l'uomo Vodafòne eravamo esterrefatti, ma avevamo una fortissima voglia di ridere a crepapelle, ma ci trattenevamo perchè cedere all'ilarità al cospetto di Ron implica una punizione con atroci torture, se non il licenziamento. Ron aveva un faccione sempre più allibito, e gli occhi sgranati gli stavano letteralmente per cadere fuori dalle orbite oculari. Ma cominciava a sembrarmi un'espressione troppo ostentata, troppo plateale: mi venne il sospetto che Ron volesse ingannarci con una invereconda commedia, mentre in realtà era stato proprio lui ad abbonarsi a quelle scanzonate suonerie, cercando però di farsi rimborsare l'esborso a dir poco esoso. E allora, la mia indiscussa genialità partorì in tempo reale uno stratagemma diabolico per appurare se l'espressione di Ron era genuina o artefatta: mi chinai facendo finta di dovermi riallacciare una scarpa, e quando fui abbassato, gettando lo sguardo al di là della paratia della scrivania, osservai i piedi di Ron: ebbene, il suo piede destro stava sbarazzinamente battendo su e giù al ritmo della sigla di Heidi, in una subliminale ammissione di colpevolezza per me incontestabile. Eh Ron, caro Ron, resterai uno dei più arcani misteri dell'universo...

27/01/2011

A pranzo da Ron

Giacchè la stagione non è ancora iniziata, continuerò a trattare argomenti di contorno, definizione quantomai appropriata per questo racconto imperniato su un pranzo memorabile. Luigi Amiltone è indubbiamente un astro di prima magnitudine, quindi, come nel più glorioso dei catasterismi, la sua degna ubicazione sarebbe nei fatati firmamenti siderei, e non certo fra i banausici mortali; ma è pur vero che anche le stelle devono giocoforza mangiare, e pertanto mostrerò Urbi et Orbi come sia breve il passo da "astronomia" a "gastronomia" (basta apporre una "g" davanti!). Ebbene, dovete sapere che ogni anno il nostro torvo Ron Tennis designa, a turno e senza riconferme (quanto è democratico!), un dipendente Mc Ladren che si sia particolarmente distinto durante la stagione, tanto da potersi definire "l'uomo Mc Ladren dell'anno" (sempre dopo Tennis): a questo inclito prescelto si concede l'onore di un pranzo ufficiale con Ron, nella sua esclusivissima e tetragona Torre di Carbonio. Essa è un'avveniristica e gigantesca (925 metri di altezza) struttura vertical-verticistica realizzata interamente in nerissima fibra di carbonio, dove Ron si apparta sia per controllare dall'alto la sterminata e formicolante sede Mc Ladren di Vochingo, sia per isolarsi dal tramestio dei mortali e parlare a tu per tu con Odino e gli altri dei della sua mitologia nordica. Ovviamente la torre è interdetta a chiunque, eccezion fatta per il tuttofare di fiducia di Ron e, una volta all'anno, per il predetto invitato speciale al gran pranzo. Ebbene, nel 2008, quando vinsi il mondiale, inspiegabilmente Ron non mi chiamò, preferendomi il mio ingegnere di pista, che a dire la verità passa tutto il tempo a girarsi i pollici, perchè io faccio tutto da solo, ed egregiamente. Ron mi disse comunque di non prendermela, perchè il mio turno sarebbe venuto presto. Nel 2009 l'invitato fu, ancora più a sorpresa, Martino Wittimarcio; a dicembre 2010, finalmente, è arrivato il mio turno.  Io ero emozionatissimo già dai preparativi, e soprattutto volevo fare al monarca un'impressione ancora migliore di quella solita...la Pussicatta voleva consigliarmi come vestirmi, e sosteneva che l'abito più adatto fosse l'elegante vestito dei fumatori sassòni (lo smochingo, che fa rima con Vochingo), naturalmente nero, per essere in armonia col colore della torre e con le preferenze di Ron. Io, invece, decisi che l'abito più adatto, sempre nero naturalmente, era il fracco: non solo perchè speravo che quell'incontro personale mi avrebbe fruttato un cospicuo aumento (e dunque un fracco di soldi in più), ma anche perchè, indossando il cilindro, avrei alluso, con una pregnante e sofisticata metafora, ai cilindri dei nostri sovrumani motori, e certamente Ron avrebbe apprezzato tale intento analogico. Agghindato di tutto punto, dunque, mi incamminai, baldanzoso ed euforico, verso la torre di Carbonio. Nel cortile esterno, approfittando della bella giornata (il cielo era color catrame ma non pioveva), buona parte della squadra stava festeggiando prosaicamente la fine dell'anno con una delle solite grigliate dozzinali per palati rudimentali: c'erano gli ingegneri, i meccanici, Gensone Bottone e Martino Wittimarcio. Quest'ultimo, da buon capo, pretendeva che la colorita ciurma iniziasse con l'assaggiare lo zampone che lui stesso aveva portato, ma tutti rifiutarono con decisione. Martino, allora, cercò di circuire e convincere Bottone, la mente più fragile fra i presenti, a mangiare la pietanza, piagnucolando ad arte "almeno tu, ragazzo mio, fammi contento...", finchè Bottone, ingenuo e sprovveduto, finì per accondiscendere. Ma già dopo il primo boccone Gensone sentì sorgere in lui un irrefrenabile urto di vomito: si piegò in due e rigurgitò tutto ciò che aveva nello stomaco, in una scena ripugnante. I meccanici, preoccupatissimi, chiesero seccamente a Martino che data di scadenza avesse quello zampone, e lui rispose "scade a gennaio, mi sembra", e indicò la scatola che conservava l'alimento. Un meccanico la prese e lesse testualmente: "Da consumarsi entro gennaio 1980"; dopodichè la strappò e la buttò per terra rabbiosamente. Non era la prima volta che qualcuno vomitava l'anima per colpa delle derrate alimentari scadute portate sistematicamente da Wittimarcio. Io, che avevo assistito alla scena, cercai di calmare gli animi e stemperare la tensione pavoneggiandomi e dicendo: "Io sì che vado ad un vero pranzo d'elite: sono invitato da Ron...altro che la vostra grigliata plebea". Quasi tutti mi guardarono esterrefatti, comprendendo la portata dell'onore che avevo; soltanto Martino, che era stato a mangiare da Ron l'anno prima, sembrava non invidiarmi per niente: ma non disse una parola, giacchè vige la norma del tassativo silenzio riguardo al pranzo annuale alla Torre di Carbonio, nulla deve trapelare, pena il licenziamento dall'alma mater Mc Ladren, che per tutti noi è assai peggio della morte. Ebbene, lasciai quei camerati alle loro gozzoviglie di bassa lega coi salsicciotti bruciacchiati o mezzi crudi, e suonai il campanello della Torre di Carbonio: ne derivò uno scampanio più solenne ed assordante di quello del Grande Ben, il campanile simbolo di Londra. La porta si aprì automaticamente, e salii sull'ascensore rapido, provviso di kers e dotto "F": in 2 secondi e 461 millesimi (secondo cronometro Taggo Euero) arrivai in cima, ed entrai in un vestibolo dove Bruccio, tuttofare di Ron, mi attendeva per annunciarmi al nostro imperatore. Lo fece, e Ron gli rispose di farmi entrare nel salone da pranzo. Così facemmo, e mi trovai in un lussuoso stanzone semibuio, con le finestre oscurate e un fioco lampadario centrale dalle lampadine a dir poco affumicate. La luce che ne derivava era a dir poco bruna, e mi permetteva soltanto di scorgere i contorni del sottostante tavolone nerastro da pranzo, uno di quei tavoli massicci e dalla lunghezza esagerata, come quelli dei vecchi castelli: era lungo come minimo 10 m. Improvvisamente sentii il rauco vocione di Ron, proveniente da una estremità del tavolo, darmi un austero benvenuto (l'austerità è il massimo livello di cordialità a cui Ron si sia mai spinto), e chiedermi se mi trovavo a mio agio. Io, timidamente, dissi che riuscivo a malapena a vederlo, vista la densa semioscurità. E Ron, deluso: "credevo che anche tu, come me, fossi un uomo illuminato, la cui chiaroveggenza platonica potesse facilmente supplire all'oscurità fisica, che è un igienico schermo alle facili euforie eudemonistiche della luce; invece, come gli altri, in questa stanza brancoli nel buio." Io, intimorito da quella constatazione che sapeva di rimprovero, cominciai a ripetere il ritornello che in Mc Ladren ci hanno insegnato ad usare nei riguardi del monarca, ossia il deferente "Come dici tu, Ron". Egli, allora, ordinò al fidato inserviente di aprire tutte le finestre, in modo che l'ambiente potesse godere di una illuminazione normale. E la luce fu (se avessi detto "Fiat lux" avreste tutti pensato ad un nuovo modello lanciato da Marchionne...e parlare della Fiat alla sede Mc Ladren è un'eresia di terzo grado): potei allora contemplare Ron in tutta la sua sfolgorante tetragonia, e vedere meglio la gran tavolata, ove piatti e posate erano rigorosamente d'argento, in omaggio al mito delle Frecce d'Argento ed al nostro circuito di casa, quello del Sasso d'Argento. Il padrone di casa, intanto, ritrattò parzialmente quello che aveva detto prima su di me: "Forse è soltanto la tua congenita ipermelaninicità che ottenebra la tua visione, rendendoti simile agli altri: ma se non fosse per questo saresti chiaroveggente quanto me". E io: "Come dici tu, Ron". Dopo avermi fatto accomodare all'altra estremità di quello smisurato tavolone, il tetragono fece segno a Bruccio di portarmi il menu, e io lo lessi bramosamente: notai che non c'erano gli antipasti...per fare un po' il fenomeno finsi di rimproverare Ron per questa mancanza, e lui, capendo l'intento scherzoso, replicò che, come avrei dovuto sapere, alla Mc Ladren si passa subito al sodo. Feci ammenda con un profondo inchino: questa volta ero stato colpito e affondato. Continuai a leggere il menu, non badando più alle inezie che mancavano, ma alle prelibatezze che c'erano: per primo un italianissimo (!?!) tris di pasta con "fusilli alla carbonara", "ruote al pomodoro" e "spaghetti in bianco"; poi un succulento "arrosto con purée", e "polenta con salsicce"; per dessert una bella "zuppa inglese" e "rotelle di liquirizia", poi "frutta", "sorbetto" e "caffè". "Un banchetto veramente principesco" dissi a Ron. Il satrapo di Vochingo iniziò poi a farmi un discorso sibillino riguardo a questo grande pranzo annuale, rivelandomi in pratica che esso aveva precisi intenti didattico-formativi e dimostrativi, e serviva ad esplicitare al meglio quella che era la ferrea filosofia Mc Ladren, che al di là di sterili e banausici tecnicismi meccanicistici si fondava su due assiomi di carattere generale: 1) Ron, unico ed insuperabile archetipo dell' "uomo Mc Ladren", è un uomo d'acciaio. 2) Siamo ciò che mangiamo.     Io pensavo che queste parole andassero intese metaforicamente, come avviene per la maggior parte dei discorsi di questo tenore: ma quel pranzo memorabile mi avrebbe sorpreso non poco. Ron, impaziente di assaporare le luculliane pietanze, emise un minaccioso ruggito (tetragono equivalente della dozzinale prassi del battito di mani per sollecitare le portate), e Bruccio cominciò solertemente a portare in tavola le vivande. Ovviamente la precedenza spettava a Ron, nel galateo Mc Ladren: vista la notevole distanza non riuscivo a vedere nitidamente la pasta che Bruccio stava servendo al suo zar britannico, ma nell'aria si era già sparso un profumino delizioso. Arrivò finalmente il mio turno, e Bruccio venne a servirmi con reverenza e dedizione il tanto atteso tris di primi all'italiana: mi porse tre vassoi d'argento contenenti rispettivamente i "fusilli alla carbonara", le "ruote al pomodoro" e gli "spaghetti in bianco", porgendomi poi anche una bottiglia d'olio e una vaschetta di formaggio grattugiato perchè potessi condire a piacimento questi ultimi. La prima impressione era molto positiva, ma poi aguzzai la vista e rimasi tra lo sgomento e l'allibito: nel primo vassoio c'erano molle e viti d'acciaio di varie dimensioni, condite (e quindi ricoperte) con nerissima polvere di carbonio e grafite grigio scura; nel secondo c'erano dei cuscinetti a sfera, sempre d'acciaio, ricoperti da rutilante ossido di ferro e carminia polvere di minio; nel terzo dominava un'intrico di fibre ottiche; la bottiglia d'olio conteneva lubrificante minerale, e quello che sembrava formaggio grattugiato era invece sapone di marsiglia grattugiato. Rimasi pietrificato. Dopo avermi servito, Bruccio mi diede di soppiatto, cercando di non farsi vedere da Ron, un grosso sacco di plastica: intuii al volo che avrei dovuto riversare furtivamente lì dentro tutta quella robaccia metallica che dovevo fingere di mangiare.  E Ron pretendeva che l'ospite non lasciasse nemmeno una briciola di ciascuna portata. Non rimaneva altra scelta che fare buon viso a cattivo gioco, cosa a cui mi ero abituato fin da piccolo, e strategia che mi ha permesso negli anni di uscire con successo da situazioni che a priori sembravano disperate. Mi sistemai così il sacco sotto la tuta e, fingendo di mangiare normalmente, lo riempii via via con tutta quella minuteria meccanica: la mia fortuna era appunto la notevole distanza che mi separava da Ron, il quale - all'altro capo di quello smisurato tavolone  di ebano - non poteva vedere chiaramente se mi portavo le posate alla bocca o al colletto della tuta, sotto cui c'era l'imboccatura del sacco. Ma il tetragono mi chiedeva un parere su ogni piatto, cosicchè dovetti un po' arrampicarmi sugli specchi ed inventare mirabolanti descrizioni di aromi e retrogusti che potessero soddisfarlo, evitando ovviamente il banale e pretestuoso commento sull'onnipresente sapore metallico. Finiti i primi, Bruccio fu lesto a servire quello che sul menu era chiamato "arrosto con purée": l'arrosto era in realtà un grosso motore Merdedes a otto cilindri del 2009. Ron ordinò a Bruccio di staccargli i due pistoni che sembravano più succulenti, esattamente come si fa con le cosce di pollo, mentre a me vennero riservati due dei pistoni più malandati. Ci armeggiai dieci minuti con il coltello d'argento per fingere di voler sminuzzare quelle "carni metalliche", dopodichè Ron riconobbe che forse sarebbe stato meglio usare la fiamma ossidrica e ne fece portare due dal fedele cameriere. Pur con qualche difficoltà, riuscii comunque a infilare anche quei due pistoni nel sacco che avevo in grembo, che cominciava a pesare. Il purée sembrava autentico, provai ad assaggiarlo, accorgendomi subito dopo che si trattava in realtà di schiuma di poliuretano espanso: ci misi un po' prima di ripulirmi la bocca da quella schifezza e vuotare tutto nel sacco. Sulla tavola non c'era pane, ma avvistai dei pacchetti di crackers che sembravano assolutamente autentici, sia al tatto che alla vista: provai a masticarne uno e mi resi subito conto che si trattava di tavolette di compensato sottile sforacchiate a intervalli regolari, proprio come i veri crackers: altra fregatura. Frattanto, poi, Bruccio aveva portato tutta una serie di condimenti e formaggi. C'era, ad esempio, una ciottola di presunta farina e una di presunto lievito in polvere, che Ron mi aveva consigliato di versare sull'arrosto senza ottenere però il mio consenso: riconobbi che erano rispettivamente segatura e minuti trucioli di legno; c'era poi una specie di stracchino, che scoprii essere un panetto di silicone raggrumato, e alcuni ammassi informi di colla vinilica rappresa simulavano delle mozzarelline. In breve finì tutto alla rinfusa dentro al mio saccone pigliatutto. Era il turno della polenta con le salsicce: appurai senza fatica che si trattava di un pannetto di gommapiuma gialla con sopra dei bussolotti di terracotta; anche questa saporita pietanza finì di nascosto nel sacco, che ormai pesava una cinquantina di kg, pieno com'era di quel tripudio di ferramenta, falegnameria e materie plastiche...ma non era ancora finita. Fortunatamente Ron sembrava non essersi assolutamente accorto di tutte quelle mie manovre furtive...ed io ero sicuro che lui stesse a sua volta facendo la stessa pantomima con un sacco analogo al mio, sempre contando sul fatto che la nostra lontananza ci impediva di tenerci accuratamente d'occhio l'un l'altro. Ero convinto che Ron volesse ingannevolmente mettere alla prova il mio coraggio, simulando di mangiare il metallo per far sì che io, emulandolo, lo ingoiassi sul serio dimostrando la mia incrollabile determinazione e sprezzo del pericolo; ma a me sembrava di starlo a mia volta imbrogliando, usando la sua stessa tattica. Ad ogni modo, la farsa doveva continuare. Nell'attesa dell'arrivo del dessert, mi versai alcuni bicchieri delle varie bevande che avevo sul tavolo, e che fino ad allora non avevo toccato: i loro colori, che andavano da tinte ambrate a cromie più rossastre, erano simili a quelli di birra, vini, whiskhy: ma in breve scoprii olfattivamente che si trattava di trementina, gasolio, cherosene, e altri derivati petroliferi. Ron, indicando un bottiglione con una bevanda scurissima, mi chiese se gradivo del chinotto: io annuii e feci finta di berlo, riversandolo nel sacco, che fortunatamente era impermeabile. Comprendendo al volo che si trattava di petrolio, assicurai a Ron che quel tipo di chinotto piace molto anche al nostro detestato rivale Cristiano Oronero: Ron, con una smorfia di medio disgusto (che secondo i suoi parametri corrisponde ad un ironico sorriso), riconobbe che avevo ragione. Arrivò finalmente la zuppa inglese, che però non assomigliava per niente al classico dolce: era invece uno scialbo brodino con dentro della cosiddetta "pastina", che in realtà era un ammasso eterogeneo di rondelle e dadi meccanici di dimensioni medio-piccole. Il brodo ovviamente era di lubrificanti minerali assortiti...Tennis mi chiese come trovavo quella zuppa, ed io gli risposi che era l'alimento più sublime che un palato terrestre poteva assaporare, e fu assai soddisfatto del mio giudizio. Bruccio portò il secondo dolce, ossia le "rotelle di liquirizia", per le quali da piccolo andavo matto (una volta ne mangiai talmente tante che il mio babbo Antonio riconobbe nel mio colorito un cospicuo incremento melaninico); anche quelle sembravano autentiche, e invece, come scoprii dopo averle addentate, erano fatte con vecchi pneumatici del Ponte di Pietra...ulteriore delusione. Tutto finì occultamente nel sacco, che era ormai quasi pieno e pesantissimo, ma venne poi il turno della "frutta". Si vedeva chiaramente che arance e mandarini erano delle semplici palline di plastica arancioni, ma la cosa strana è che le banane avevano una buccia assolutamente autentica e genuina; allora ne sbucciai una, e vedendola normalissima ne inghiottii un pezzo, ma ancora una volta rimasi fregato: era di nuovo schiuma di poliuretano espanso giallo, e mentre ne sputavo i pezzetti in quel borsone di spazzatura che ormai mi soffocava, la mia anima cominciava a maledire Ron. Inutile dire che il successivo sorbetto era liquido refrigerante per radiatori tenuto per giorni in freezer e scongelato da pochi minuti...eravamo giunti all'ultimo supplizio, quello del "caffè". Ron ordinò a Bruccio di portarmi il barattolo con la polvere del "caffè", per farmene sentire l'aroma sopraffino: il profumo non era male, ma mi resi conto che era polvere di carbonio, non di caffè. Quando la scura bevanda mi venne servita in tazzina, Bruccio mi porse anche una zuccheriera: neanche a dirlo, dentro c'era della polvere di gesso che doveva scimmiottare lo zucchero. Non esitai ad abbondarne, per dare un degno finale a quella farsa di pranzo e fare felice Ron. Riuscii a versare anche quel falso caffè nel saccone, che era lì lì per straripare, poi mi alzai a fatica, sollevando un peso di circa 70 kg di ferraglia, legno, plastica e materiali vari assortiti, senza dimenticare quegli immondi liquami petroliferi. Il mio sovrano notò che ero goffo ed appesantito, ma lo ritenette naturale, ed anche lui sembrava ugualmente gravato. Era ormai giunto il momento di accomiatarmi a tornare ai piani bassi, fra i mortali, quando vi fu un colpo di scena: mentre si alzava da tavola con sommo sforzo, i vestiti di Ron si squarciarono per l'ingente aumento volumetrico del suo addome; io, pensando che fosse stato il peso del suo sacco, cominciai a dire: "Eh, Ron, quel sa...", arrestandomi appena in tempo quando, vedendo la canottiera di Ron lacerarsi lasciando a torso nudo quel fustacchione, ebbi la prova che Ron non aveva usato nessun sacco, ma aveva ingoiato tutto. Allora ripresi la frase, correggendomi provvidenzialmente in "Eh, Ron, quel sano pranzetto ha risvegliato l'ipertrofia dei tuoi addominali scultorei"; e Ron, lanciando anatemi al Creato, si lamentava di come anche quest'anno, nonostante apposite cerchiature di rinforzo in fibra di carbonio dei suoi vestiti, essi non avessero retto. Ma cambiando argomento, il monarca disse: "Ora capisci perchè si dice che sono un uomo d'acciaio, e la verità del proverbio secondo cui siamo ciò che ingeriamo". Relativamente sconvolto e appesantito dal carico, mi congedai da Ron con una profonda genuflessione, poi ridiscesi l'ascensore iperveloce della Torre di Carbonio e, uscendone, ritrovai l'allegra combriccola della grigliata: quest'ultima, dopo quel passo falso iniziale, era stata un vero trionfo dei sapori e del buonumore. Vedendomi, mi si pararono tutti davanti a bocca aperta, con mistica devozione, come fossi una teofania: vedendomi notevolmente gonfio a livello dell'addome, mi invidiarono per quella che secondo loro doveva essere stata un'abbuffata sovrumana. Se avessero saputo che invece ero io ad invidiare loro...L'unico che rimase lucido e disilluso fu proprio il maleodorante Martino Wittimarcio, reduce dall'analoga esperienza dell'anno prima: lui mi guardò con aria di solidarietà e comprese immediatamente che sotto la tuta tenevo il saccone stracolmo. Con un pretesto mi indicò dunque di andare in un certo box, dove capii che avrei potuto disfarmi del mio greve fardello, e così feci. Ebbene, quella è stata la prima volta in cui io, astro di firmamenti sublimi, ho veramente invidiato il triviale mondo dei comuni mortali e i loro semplici piaceri di vita.

25/11/2010

Bernino contro tutti

Ebbene, anche quest'anno siamo giunti alla fine della stagione, e il gran circo della F1 smonta il tendone. Per giorni e giorni il paddocco della Marina Annuente di Abu Dhabi è stato percorso da interminabili processioni di uomini, animali e macchinari; tutto il popolo eletto era freneticamente affaccendato a sbaraccare e salire sul carrozzone di questo nuovo esodo, anzi diaspora. Alla Ferrari e alla Red Bullo, come gesto distensivo-liberatorio, hanno messo in libertà tutti i cavalli imbizzarriti ed i tauri imbufaliti che per mesi erano rimasti rinchiusi nelle scatole (box), sicchè la promiscua mandria ha potuto spandersi nelle circostanti zone desertiche e fare amicizia con i dromedari e i cammelli  locali.
Noi della Mc Ladren non avevamo animali da caricare sul carrozzone o da rimettere in libertà, ma abbiamo avuto lo stesso il nostro bel daffare con gli scarichi fognari, sempre per colpa del solito Martino Wittimarcio e dei suoi strampalati esperimenti  col cartone al posto della carta igienica. Ma il peggio doveva ancora venire...come abbiamo scoperto due giorni fa. Due mattine fa, infatti, si presenta al portone del box McLadren un bieco individuo dall'aspetto di un esattore delle tasse, e consegna un biglietto direttamente a Ron Tennis, il callido e burbero Ron. Quest'ultimo, nelle cui capaci mani sta il destino di tutti noi, legge mentalmente ed annuncia, in tono ferale: "è il solito invito di fine stagione per il torneo di Monòpoli con Bernino Ecclestòne". Dopo una pausa di riflessione, il tetragono Ron sentì crescere ed avvampare in lui insane pulsioni di vendetta per le passate sconfitte, fino ad esplodere in un : "Quest'anno lo riduco in mutande! Stavolta gliele faccio pagare tutte insieme!" Parole che - ahinoi - avevamo già sentito vanamente anche gli anni scorsi. Ma stavolta Ron sembrava veramente una furia, ed era pronto a vincere a qualunque costo. Io, Bottone e Wittimarcio lo abbiamo scongiurato di non andare, perchè i presagi non erano favorevoli, e sicuramente era la solita trappola; ma Ron, l'impavido Ron, citando un aforisma dal film "I Giorni dell'Ira", replicò: "Chi non accetta una sfida l'ha già perduta, e nel modo peggiore", quindi devo andare assolutamente. Io, che già mi aspettavo una simile risposta eroica, avevo previdentemente estratto dalla sacra urna delle reliquie del nostro fondatore Bruccio Mc Ladren (i più faziosi e agguerriti dei nostri avversari insinuano che si dovrebbe dire "Brucio Mc Ladren", dato che in dialetto britannico il nome è "Bruce") il prezioso santino che lo raffigura, in tutto il suo estatico fulgore di pioniere, patrono e capostipite di una vera e propria nazione automobilistica. Con calde lacrime di devota commozione pseudo-filiale consegnai il santino a Ron: "Se proprio devi affrontare questa perigliosa prova, Ron, tieni sempre sul tuo cuore questo santino, e che esso ti protegga da qualsiasi sventura, e che protegga noi tutti dalle infide scudisciate del destino beffardo".      Il tetragono Ron, visibilmente commosso, si sciolse in un brodo di lacrime, e abbracciò me e gli altri, che a loro volta lacrimavano copiosamente. Fu così che Ron, all'alba di ieri, uscì ardimentosamente dalla scatola Mc Ladren, come un cavaliere diretto alle crociate, senza la certezza di fare ritorno a casa. Arrivato nei dintorni della baracca di Bernino, Ron incontrò gli altri due sfidanti del vecchietto: trattandosi dello scontro al vertice tra i più grandi volponi e i più spregiudicati affaristi del circo, oltre a Bernino e Ron non potevano che esserci loro, ossia Rosso Marrone e Cristiano Oronero. Era in effetti indicativa l'assenza di rappresentanti della Ferrari: Cordero e Stefanino Domenicali in realtà c'erano, ma guardavano da lontano il gruppetto degli avversari di Bernino...sentii Cordero dire al suo occhialuto delfino: "Guarda i polli che vanno a farsi spennare..."; e lui lo sapeva bene, essendo già stato bruciato una volta, vari anni prima, quando il caro Berni gli vinse un terzo del patrimonio e metà del matrimonio (Cordero fu infatti costretto, nei giorni dispari, a portare a casa di Berni la conturbante ex moglie Edvigia Fenecca); da quella volta Cordero aveva sempre rifiutato l'invito per il torneo di Monòpoli con Bernino. Ebbene, arrivò il fatidico momento, e i tre sfidanti varcarono in fila indiana la soglia della baracca Ecclestòne, teatro dell'evento, per poi scomparire dietro la porta. Bernino, non molto avvezzo ai convenevoli, passò subito al sodo, distribuendo sbrigativamente ai commensali le pedine e i soldi del gioco. Gli sfidanti si resero subito conto che Bernino, come suo solito, aveva aggiunto tre zeri a tutti i prezzi scritti sul tabellone e nei cartoncini delle probabilità e degli imprevisti, mentre non aveva fatto la stessa cosa sulle banconote: era dunque chiaro che queste ultime si sarebbero esaurite immediatamente, e per pagare il resto ognuno avrebbe dovuto sborsare soldi propri, reali, e anche parecchi. Quello sbruffone di Bernino cominciò subito a fare il fenomeno e a provocare i rivali, dicendo: "Voi siete i grandi maghi della F1, andate a 300 all'ora, ma vi farò vedere che io ho una o due marce in più". Oronero ipotizzò che Bernino fosse stato, alcuni secoli fa, pilauta d'aviazione, ma il senso delle sue parole non era questo, e lo si capì subito dopo, quando il vegliardo tirò il dado e fece 21, lasciando gli altri allibiti. Ron volle vederci chiaro, prese in mano il dado e constatò che era normalissimo, aveva 6 facce numerate dall'1 al 6: la cosa non si spiegava, ma Bernino insisteva a dire che lui non aveva barato, e il dado sembrava normalissimo a tutti, quindi nessuno poteva lamentarsi. Con quel fortunatissimo lancio, Bernino era arrivato molto avanti nel tabellone, dritto dritto alle Probabilità. Il cartellino che estrasse fu particolarmente fortunato: "15 nuove scuderie hanno deciso di entrare in F1, e i loro sponsor ti pagheranno profumatamente e firmeranno contratti validi dal 2011 al 2026: ritira dal banco 115 milioni di euro". Inutile dire che il denaro del banco non bastò neanche per le briciole, e il resto lo dovettero sborsare in parti uguali gli altri tre. Fu il turno di Oronero, che tirò il dado e fece 3. Comprò una viuzza e ci mise sopra una casetta. Rosso Marrone fece 5, finì sulla stazione sud-sud-ovest e passò la mano a Ron, che fece 6 e finì su una piazza. La comprò e ci fece sopra una ennesima officina decentrata Mc Ladren. Il gioco andò avanti, e tutte le volte che Bernino lanciava il dado uscivano numeri a due cifre, che gli permettevano di completare molto alla svelta il giro del tabellone e di intascare ogni volta una marea di denaro dai rivali-banco. Agli altri capitavano soltanto normali numeri dall'1 al 6, come dovrebbe essere per tutti. Ecco spiegato l'arcano: i bollini che compongono i numeri sulle facce del dado sono magnetici, e il vecchietto tiene in mano una piccola calamita, quando tira, in modo da attirare tutti o quasi tutti i bollini del dado su una faccia sola (con numeri che possono arrivare a un massimo di 21), quella che esce come superiore (il moto dei bollini va a spostare un sofisticato contrappeso gelatinoso sulla faccia opposta, facendola cadere a terra); l'effetto di questo trucchetto diabolico dura solo per pochi secondi, il tanto che basta perchè tutti leggano il numero. Non appena un altro prende in mano il dado, per controllarlo o tirare, l'effetto magnetico svanisce, e il dado torna a sembrare perfettamente normale. Ebbene, il gioco proseguì così a lungo, con Bernino che continuava a incassare un fracco di denaro (a metà partita aveva già 560 miliardi di euro) e comprava tantissime caselle, monopolizzando il tabellone. Gli altri invece continuavano a perdere milioni di euro a giro, e le poche casellette che erano riusciti a comprarsi si svalutavano enormemente: per dirne una, quando Bernino metteva un albergo su una casella, esso diventava subito un hotel extralusso tipo il "Burj Al-Arab" ("Burgio l'arabo", per gli uomini di buon senso e buona volontà) di Dubai, mentre quando lo facevano gli altri l'edificio diventava subito una pensioncina a un quarto di stella con due camere in totale, col tetto cadente e cimici e lombrichi dappertutto. Ogni proprietà del vecchietto (a suo tempo accusato di plagio facciale dall'artista Andreino Varollo, quello delle serigrafie policrome dei divi di Ollivuddo) diventava subito grattacielo da record, villa faraonica, multinazionale monopolistica; le poche proprietà degli altri diventavano invece baraccopoli, discariche, fognature, miniere esaurite, deserti, sterpaglie. Bernino continuò a comprare, monopolizzando il 95% del tabellone, e aggiudicandosi tutte le stazioni, i porti e gli aeroporti, e anche qualche autostazione delle corriere (persino quelle che da Parigi vanno a Bombay passando per Buenos Aires).
I tre sfidanti, strenuamente, resistevano, non essendo ancora a corto estremo di denaro, specialmente il ricchissimo Oronero. Ma ben presto essi cominciarono a capitare sulla casella degli Imprevisti, e a raccogliere cartellini che descrivevano calamità inenarrabili che sembravano scelte su misura per loro. Ad esempio, ecco cosa capitò a Rosso Marrone: "Imprevisto: la Mercedes, dopo questo anno assolutamente grigio, cade in crisi, e non solo d'immagine: scarsi proventi, umiliazioni, figuracce, malesseri, perdita di competitività, scontri sindacali, rivendicazioni salariali: lo Schiumàcchero vuole trasferirsi alla Porsche, Rosbergo alla BMW, Norberto Augh vuole andare alla Audi, e tanti altri tecnici e ingegneri passeranno all'Opel e alla Wolkswagen. Tutti quanti, dai vertici di Stoccarda agli operai della subcatena di montaggio dei copricerchi in lega, indicano te, Rosso Marrone, come unico responsabile del disastro. Ma Bernino Ecclestòne, nella sua infinita magnanimità, è disposto a tirarti fuori dai guai: metterà una buona parola per te e convincerà tutti a restare alla Mercedes e recuperare il prestigio di sempre; se sarà necessario, ti offrirà il suo inestimabile aiuto per le strategie, anche quelle economico-finanziarie. Per questo aiuto devi pagare a Bernino 600 milioni di euro." E Rosso Marrone pagò ed esaurì anche gli ultimi risparmi, arrivando ad ipotecare, dopo le sue quattro case e dodici macchine, anche lo stesso Michele Schiumàcchero. Il callido Rosso Marrone fu dunque il primo grande sconfitto di quel torneo, ed uscì piangendo a testa bassa. La partita si era ristretta agli altri tre, ma la parte del leone la faceva sempre Bernino. Fra Ron Tennis e Cristiano Oronero si consumava una sottile guerriglia psicologica per vedere chi avrebbe ceduto prima e chi invece sarebbe rimasto, in veste di martire, a sfidare Ecclestòne per la gloria imperitura. La lotta fu dura, e a lungo entrambi rimasero a galla, ma ad un certo punto a Oronero, che aveva perso già tre quarti del suo immenso patrimonio di provenienza petrolifera, capitò questo imprevisto: "Una inspiegabile calamità ha provocato gravi incendi e devastanti esplosioni nei tuoi pozzi petroliferi del Kuwait, del Bahrein e di Iraq, Iran, India, Cina, Guatemala ed Argentina, nonchè in tutte le tue raffinerie ed oleodotti. Alcuni tsunami terrificanti hanno travolto e rovesciato le tue piattaforme petrolifere offshore al largo delle Orcadi Australi, del Giappone, di Minorca e quella del lago di Bolsena. A te, unico titolare della Oronero Petroli, spettano gli smisurati oneri di bonifica ambientale e risanamento ecologico di tutti i siti, lo smantellamento degli impianti danneggiati, la messa in sicurezza dei luoghi, ecc. Ma non temere, Ecclestòne si è offerto di aiutarti: ha già mobilitato - mediante Facebook - un plotone di suoi arzilli coetanei armati di Mocho Vileda, secchi, spugne, badili ecc. per aiutarti a raccogliere il petrolio fuoriuscito e risanare le aree, ma ovviamente vorranno essere pagati profumatamente per il loro impegno. Paga quindi a Bernino Ecclestòne 980 milioni di euro". E così anche Oronero arrivò al tracollo finanziario, e dovette abbandonare la partita. Ma il peggio è stato che, una volta uscito dalla baracca di Berni, Cristiano era ancora convinto che quei disastri ambientali fossero successi sul serio, e già cominciava a scavarsi la fossa con una vanga. Dentro quella baracca l'aria s'era fatta pesante: dopo 7 ore di gioco, rimanevano due soli contendenti: da una parte Ron, granitico, roccioso, tetragono, imperscrutabile (ma quasi sul lastrico); dall'altra Bernino, che ridacchiava mefistofelicamente e già si fregava le mani in vista della prossima vittoria. Ma Ron, impietrito nel suo volto dai lineamenti basaltici, sembrava non accusare il colpo. Gli capitò un cartoncino delle probabilità: "Bernino Ecclestòne è pronto a offrirti 100 euro per avere la monoposto usata nel quarto gran premio del 2007 da Luigi Amiltone: incassa da lui questa somma". Bernino fu costretto a sborsare i 100 euro. Poco dopo, al suddetto vegliardo capitò il seguente imprevisto: "Alla tua Mc Ladren stradale si rompe l'attacco della cintura di sicurezza: se vuoi risparmiare tempo e denaro, fattela sostituire direttamente da Ron, pagandogli 200 euro." E Bernino pagò senza battere ciglio. Ron era tutto ringalluzzito, pensava che il leggendario Bruccio Mc Ladren lo stesse effettivamente aiutando, e che sotto il suo prodigioso influsso stesse iniziando una graduale ma inesorabile rimonta cha avrebbe portato ad una sicura vittoria. Questa serie positiva continuò per altri trenta minuti circa, nel corso dei quali Ron riuscì ad intascare da Bernino la bellezza di 456,71 euro, nonchè a sottrargli il fondamentale aeroporto est-nord-est. Ron si sentiva pregno del benefico influsso di Bruccio, e si credeva ormai invincibile, ma a un certo punto gli toccò questo imprevisto: "Bentley, Rolls Royce ed Aston Martin accusano la Mc Ladren di spionaggio industriale, e ci sono le prove: Gensone Bottone, messo alle strette dagli investigatori della Iarda Scozzese, ha confessato di essersi introdotto in incognito - su specifico ordine di Ron - nelle sedi centrali di queste aziende per prendere nota di che marca di cacciaviti usavano, e per avvalorare ciò ha consegnato agli inquirenti un cacciavite sottratto con destrezza in uno stabilimento Rolls Royce. Per te, Ron, si profilano pene detentive che vanno dai 400 ai 700 anni: ma Bernino, con i suoi metodi persuasivi, può convincere gli inquirenti a insabbiare tutto e le aziende a ritirare le accuse. Questo ti costerà 2 miliardi di euro, da pagare immediatamente". Ron, costernato, pagò quello che poteva, ossia 1,8 miliardi; poi ipotecò tutte le sue proprietà (materiali, intellettuali e spirituali), e ancora mancavano 10000 euro: poichè il vegliardo non accettava proroghe o rateizzazioni, Ron fu costretto a cedergli una parte del proprio cuore, ossia l'inestimabile santino del nostro fondatore Bruccio Mc Ladren, colui che da lassù protegge e sostiene noi tutti. Così la pietra fondante della nostra scuderia, il cimelio che racchiude in sè tutto il nostro spirito, è finito fra le grette grinfie del canuto Berni. Ron, disperato, in un fiume di lacrime amarissime, voleva strapparsi i capelli, ma in questo senso non è che potesse fare gran chè...preferì straziarsi il petto con una penna stilografica prestatagli appositamente da Berni per l'atto eroico dell'"harakiri". L'anzianotto tiranno, nella sua infinita liberalità, si è dichiarato disposto a rivendere a Ron la reliquia per 50000 euro, non appena glieli potrà dare. L'importante è che il santino non cada nelle sacrileghe grinfie dei nostri avversari, Ferrari e Red Bullo, altrimenti saremmo finiti. E così, dalla baracca di Berni uscì, sconfitto e annichilito (ma labilmente rincuorato da quest'ultima speranza), anche l'ultimo sfidante. Ron, a testa bassa, faccia viola, petto sanguinante, era in ogni caso il nostro eroe, il titano che aveva tentato fino all'ultimo di resistere alla schiacciante superiorità del destino beffardo, in questo caso impersonato da quel Paperone di Ecclestòne. E quest'ultimo paragone regge eccome, perchè da una finestrella della baracca già si vedeva il vegliardo che, per festeggiare il suo trionfo, faceva tuffi in una vasca da bagno riempita di monete d'oro...Ma torniamo agli sconfitti...essi, una volta usciti distrutti e disperati dalla baracca, erano stati irrisi e dileggiati da Domenicali e Colajanni, mentre Cordero, che aveva subito la loro stessa sorte tempo addietro, non se la sentiva di sfotterli. Il raggiante Bernino, fresco di una bella nuotata nell'oro, uscì dal suo tugurio per onorare gli astanti della sua rifulgente presenza. Si diresse subito verso la scatola (box) Ferrari, e ricevette i melliflui complimenti di Domenicali e Colajanni, ma lui in definitiva li ignorò, percependo la sviscerata adulazione utilitaristica del loro tono, e si rivolse subito a Luca Cordero,  senza tanti convenevoli: "Uè, Cordè, come ti butta?" Luca rispose che in lui era ancora cocente le delusione per il mondiale perso, e Bernino sdrammatizzò con un classico e sempreverde  "Ritenta la prossima volta: sarai più fortunato". Poi il vegliardo passò al punto: "Voi della Ferrari state facendo un po' troppo i furbi...vi rammento che la partecipazione al torneo di Monòpoli di fine stagione non è facoltativa, bensì è uno degli obblighi sanciti dal famigerato Patto della Concordia" (quello firmato, con estrema discordia, a Concordia sul Secchia, in provincia di Modena); "il vostro reiterato quanto diuturno, pervicace quanto testardo rifiuto a partecipare costituisce una smaccata violazione di quel sublime trattato d'alleanza, e pertanto sarete puniti con una ammenda da 100 milioni di euro". Cordero ribattè che ricordava bene il testo di quel millennaristico patto, e non c'era scritto niente di simile, ma Bernino trasse fuori da una cartella il fatidico documento, che riportava le esatte parole del vecchio...e in calce c'era la firma di Cordero. Quest'ultimo accusò Bernino di aver falsificato il documento con Fotoscioppo, e il vecchio, incollerito, gridò "Santi numi, questo è troppo!". Sembrava che la situazione stesse per degenerare drammaticamente (Cordero era già pronto a una scazzottata), quando all'improvviso arrivò l'indomito Filippino, che aveva sentito tutto, e prese in mano eroicamente la situazione. "Ci penso io a questo qui, la salvo io la mia squadra, sono io l'eroe qua dentro" e, detto questo, si appoggiò le mani sui fianchi e alzò il mento, a tu per tu con Ecclestòne, nella posa spavalda di chi vuole intimorire l'avversario e gli mostra di attendere senza alcuna preoccupazione la sua prossima mossa, qualunque essa sia. Ma in realtà era Filippino che doveva reagire, trovare una scappatoia, perchè le richieste del vecchio erano chiare, e la situazione era in stallo: Massa chiese dunque a Berni se era disposto a giocarsi quella somma a testa o croce...in caso di vittoria del vecchio la Ferrari avrebbe dovuto sborsare il doppio, ma se avesse vinto Filippino i 100 milioni sarebbero stati abbuonati. Ecclestòne accettò, e tirò fuori immediatamente una moneta per procedere al lancio. Filippino scelse testa, Berni croce e Cordero, neutrale per modo di dire, lanciò la moneta. Uscì testa, ma  qualcuno ci aveva disegnato sopra una croce con un pennarello indelebile...Berni ebbe dunque un pretesto per sostenere che fosse uscita croce, non testa. Sull'altra faccia della moneta, ovviamente, era stato fatto l'opposto, sicchè nessuno sembrava più capirci nulla. Cordero, stanco di quei trabocchetti, tirò fuori una moneta normale dalle sue tasche, e lanciò in aria quella. Nella sua parabola aerea, la monetina sbattè contro una tettoia di metallo, il che la fece rimbalzare e ruotare come una trottola impazzita...cadde per terra e continuò a ruotare sulla costa per circa 35-40 minuti o più, scavando piccoli solchi per terra. Alla fine, dopo tanta spasmodica attesa, la moneta cadde e uscì testa. Filippino, gongolante, cominciò a pavoneggiarsi e a gridare di giubilo, e Berni colse immediatamente questo suo momento di debolezza chiedendogli un favore...Filippino, al settimo cielo, rispose incautamente "Qualunque cosa, Berni, ora che ho vinto..." e Bernino sibilò "Rivincita"...Filippino, distratto dall'incontenibile euforia, disse sì impulsivamente, e si accorse solo un paio di secondi dopo del pasticcio che aveva appena combinato. Colajanni, presago di sventura, si buttò per terra e cominciò a tempestare di pugni il pavimento; Domenicali si sentiva stringere un nodo (scorsoio) intorno alla gola; Cordero stava sudando freddo; Filippino, che prima faceva il gradasso, si sentiva tremare le ginocchia. La monetina fu lanciata nuovamente, e stavolta venne croce, il che condannava la Ferrari a pagare 200 milioni di euro a Berni. Filippino, imitando la strategia astuta del vecchietto, chiese immediatamente la rivincita, ma Bernino, che non è tonto, rispose: "L'abbiamo già fatta la rivincita! Quante altre ne vuoi, Filippino? E poi non so voi, ma io ho da fare, sono un uomo d'affari, non posso mica star qui a giocare tutto il giorno..."e detto questo se ne andò, lasciando i ferraristi congelati in una paralisi di sgomento inaudito. Il primo a riprendere conoscenza e vigore fu Rambo Colajanni, che si sfilò la cinta e cominciò a dare alcune frustate di prova per terra, cosa che cominciò a far insospettire e preoccupare Filippino,il quale cercò di svicolare... ma Domenicali e Cordero lo bloccarono saldamente, e Colajanni cominciò a fustigarlo selvaggiamente, in una scena inenarrabile che cominciava a stingere nella bluastra e metallica penombra serotina del tropico, con i venti del deserto che propagavano e disperdevano i lamenti di Filippino per tutta la penisola arabica, tramutandoli in tristi nenie raminghe del tutto simili a quelle misteriose cantilene spettrali udite, fin dalla notte dei tempi, dai pastori nomadi locali nel loro perpetuo peregrinare fra le sabbie.