25/01/2012

Amiltone e la Poesia

Per permettere al mio animo fototropico di evadere dall'aterrima quanto teterrima cappa di polvere carboniosa che dal Precambriano opprime e circonfonde l'uggioso borgo vichingo di Vochingo, in cui sono testè confinato per necessità lavorative, mi sono poc'anzi dilettato a scartabellare alacremente nell'iridescente ed allocroico forziere delle reliquie del mio lustro passato recente, proprio in cerca di apriche amenità ed arcadiche facezie nel cui mirifico, beatificante, circonfulgente e flavescente antelio teporoso mi fosse possibile far evaporare il tedio atrabiliare del plumbeo e nefasto gravame Mc Ladren. Quest'edificante e sacrosanta "ricerca del tempo perduto" (come direbbe Alano Prosto celandosi dietro il suo fievole e traslucido pseudonimo di Marcello Prusto), oltre a farmi sovvenire "l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e 'l suon di lei [...]", ha riportato alla luce alcune sudate carte imputrescibili ed inincartapecoribili che possono vantarsi di ospitare, ormai indelebilmente inusti nella grana cellulosica, gli augusti grafemi di alcune struggenti liriche da me scritte nel febbraio del 2010, e cioè alla vigilia dell'epocale stagione che ha visto l'uscita di scena di Raikkone (ora provvidenzialmente tornato, forse nell'eretico intento di personificare il deus ex machina di quest'anno), il controverso ritorno dello Schiumàcchero e la leggendaria consacrazione del cherubico Vettellino. Si tratta di carmi di tono satirico-pamphlettistico che oggi possono far sorridere, e la mia austera giocondità è la prima a farlo, ma vi si trovano anche talune previsioni azzeccate, parecchi spunti di riflessione ed aspetti tuttora persistenti, rivelatisi caratteri invarianti della F1 degli ultimi tempi: e tutto ciò, in questo periodo di bassa marea agonistica, in questa mesta, cogitabonda e gemebonda quaresima motoristica, è quanto posso ostensibilmente offrire in pasto al vorace pubblico delle grandi occasioni, nella millennaristica attesa e nell'ottimistica speranza di poter replicare i quasi inattingibili fasti iconografici (e non solo) di post memorabili come Amiltone ed il Cinema, Fotoalbum di Ron e Fotoalbum.

 

Non ce n'è per nessuno     

Io, Luigi Amiltone,
unico e vero campione,
quest'anno svernicerò tutti
(sperando in pneumatici asciutti)
a partir da Gensone Bottone
(che considero un gran figaccione),
nonché Sebastiano Vettello
per finire al bel Barrichello.
Non c'è più Raikkone?
Che bello!
Senza il biondino ubriacone
campionato di più alto livello;
Ma rivoglio Nelsinnio Picchetto
in coda, o contro al muretto.
Martin Wittimarcio mi dice:
spingi a manetta ed è fatta,
ma basta con la meretrice,
lascia quella Pussicatta.
Non siamo più gregge d'armento           --->    ("frecce d'argento")
da quest'anno lo è lo Schiumàcchero,
che certo, sì, ha talento,
ma tanto alla fine lo inzacchero.
Mi fa ridere il povero Massa,
che tanto si prodiga e impegna
ma alla fine vedrai non mi passa.
Sono andati a spaccare la legna
i due fuoriclasse scarlatti
Fisichella e Badoero all'insegna
dei piloti negletti e ormai sfatti.
Fra gli allori iridati Gensone ancor ronfa:
e allor forza, Luigi Amiltone, trionfa!

 

A Michele Schiumàcchero

Mio caro kaisero sornione,
vetusto Michele Schiumàcchero,
io sono Luigi Amiltone
e vedrai che quest'anno t'inzacchero.
Lo so, sei protetto da tergo
da tale Nicola Rosbergo
che ti è egida e solido usbergo;
e poi c'è quel vecchio volpone
che di nome fa Rosso Marrone
e che sfrutta qualunque occasione.
Ma questo non basta a salvarti
dalla mia furia indefessa
ho imparato metodi ed arti
per sfogare la rabbia repressa.
Adriano Sottile m'aiuta
insieme a Roman Grossogianni
a riempir di medaglie la tuta
per i prossimi quindici anni
pertanto rinunzia, Michele
a scendere in pista quest'anno
se no una stagione di fiele
avrai, con tuo maximo danno.
Ed ora un messaggio a Gensone
perchè tenga bassa la cresta
sarò io in pole posizione
sarò io a correre in testa
sarò io l'inglese omaccione
che andrà sul podio a far festa
insieme a Martìn Wittimarcio
vincerò mille trofei
e tu, prima acerbo ora marcio
puoi andare a pescar con Sampei.

 

A Fernando Alonso

Alla cortese attenzione
del celebre Fernando Alonso:
ciao, sono Luigi Amiltone
per me tu sei tosto ma stronso.
Certo, la mia è presunzione,
ma vedrai, aspettiamo il responso:
tu, da grande campione
miri al successo più intonso;
ma giuro, sei fai lo sborone
ti sculaccerà lo zio Alfonso.
Comincia ad avere paura,
comincia a temere anche Massa,
Filippo ha la testa dura
e se ci si mette ti passa.
E bada: non farti aiutare
da Giacomino Alguersuari
se no ti farò tamponare
da Bu(sc)emi e i suoi loschi compari.
Mi hai già messo contro il buon Senna
ma di lui poco m'importa
per la foga lui sgomma, s'impenna
ogni gara per lui sarà corta.
Alonso, mollusco oppur pesce
bollito vetusto e ormai stanco
che, se per sorte gli riesce,
Santander già svende sul Banco.
Mi disse, Ron Tennis il saggio:
"Tranquillo, Ferraglia non vola,
più sfreccia il Ciao della Piaggio"
ma mi sa che non è più la sola,
se rimiro il mio macchinone
prodigio d'eterea bellezza
ricordami il grosso camione
che provvede all'urbana nettezza.
Chiamavasi "FRECCIA D'ARGENTO",
era un mito inossidabile,
ma parmi ora FECCIA DA SPENTO,
e tutto ciò è intollerabile;
non chiedermi come è possibile,
la colpa è di Wittimarcio,
certo, non è immarcescibile,
ma è figo più di Scamarcio.
Alonso, se mi dai del cafone
dirollo a Bernino Ecclestòne,
e tu primadonna ammuffita
ritirati dalla partita.
Ancor ti ricordo, ai bei tempi,
guardandoti in televisione
quando facevi gli scempi
alla Minardi, nero squadrone;
poi con Trulli ed il gran Fisichella
hai passato qualche anno da stella
lagnandoti con Flavio Briatore
per qualunque noia al motore.
Ci vedremo, mio caro Fernando,
sui circuiti stretti e roventi,
rammenta, io non sto scherzando,
tu farai parte dei lenti.

 

A Sebastiano Vettello

Vettello Vettello
ti parla Amiltone
leva casco e cappello
sei di fronte a un campione.
Tu sei molto giovane, ingenuo ed illuso,
bada a star dietro
o sarai fuoriuso.
Hai Marco Vebbero che ti fa scudo,
spero per te che sia anche il tuo drudo,
ma contro di me non ti servirà a nulla,
pertanto ritirati, torna alla culla.
Se fai lo spaccone
perchè bevi Red Bullo
Luigi Amiltone
leveratti il trastullo:
ricordi Cultardo?
stessa tua situazione,
dov'è, l'infingardo?
l'ha cacciato Amiltone.
E il giaguaro smeraldo,
e la freccia arancione?
Squagliatisi al caldo
respir d'Amiltone.
Rammenti Giampaolo?
Cognome Montoya...
Emigrato a San Paolo
vende semi di soia.
Ti sovvien dell'indiano
della gialla Giordana?
io gli ho dato una mano
ma ogni cosa fu vana...
com'è che sparì
dalla circolazione?
"Và via di qui!"
gli urlò un giorno Amiltone.
Ricordi Hakkinenno?
Un grande campione...
ma per cacciarlo un sol cenno
bastò a Luigi Amiltone.
E lo sai dov'è andato a finire
quell'Ainzo Araldo Frentzeno?
l'ho esiliato per sempre in Zaire
così ce n'è uno di meno...
che aveva fatto, il porcone?
cosa, quella testa matta?
Stava palpando il bel seno
della dolce mia Pussicatta...
disonor, grave insulto, ma almeno
picchiò duro Luigi Amiltone.
E rimembri il gran Mosleino,
quel che chiamavano Max?
fece un immondo casino,
ruppe concordia e anche pax:
or di lui tacciono i Media
come per maledizione
non c'è neanche su Wikipedia
grazie a Luigi Amiltone.
Ordunque, tirando le somme,
ho sbranato fior fior di campioni
non soltanto piallando le gomme,
ma anche rompendo alettoni...
e tu, Vettellino giocondo,
che ancora sei meno di zero,
vuoi farmi arrivare secondo?
Ma svegliati, scendi dal pero!

 

A Rudy  (I)  [un utente ferrarista del forum di Virgilietto]

Alonso, quel Fernando
un tempo in squadra meco
va da anni rabdomando
della gloria l'ultim'eco
profondendo ed essudando
di sforzi un grande spreco.
Egli nacque nelle Asturie
e divenne fuoriclasse,
ma non trattenne le sue furie
quando vinsi  a mani basse
con lui nel mio squadrone
in quell' anno sventurato
in cui il finnico Raikkone
ha impunemente derubato
del sommo titolo Amiltone.
Da allora, Alonso è ritornato
- fra i commenti biechi del paddocco -
a testa bassa dal suo indomito Briatore,
che per espiazione gli ha intimato
di disegnare il nostro monoblocco
per svelare i segreti del motore.
Non so dir se egli fu un allocco
o un aborto di disegnatore,
ma dopo il loro ultimo ritocco
squagliossi come burro il propulsore.
E questo è il gran campione?
Lo vuoi trionfatore?
Il trionfo di Amiltone
sarà il suo inceneritore.
E i discepoli di Oviedo?
ed il banco Santander?
questo io ti chiedo:
c'sa vout c'li possen fèr?

 

A Rudy  (II)

Oh caro, carissimo Rudy,
ti pasci di vani tripudi:
mi parli di Alonso e Schiumàcchero,
l'ho detto, entrambi li inzacchero.
In quanto al bel Ron, che tu chiami Dennis,
il gran Federero non lo batte a tennis.
Martìn Wittimarcio fa il tifo per me
e io dovrei perdere? Dimmi perché!

29/08/2011

Amiltone ed il Cinema

Nella spasmodica e scalpitante attesa dei prossimi Gran Premi, Luigi Amiltone divulgherà Urbi et Orbi, ai lettori di buona volontà, molti succulenti dettagli e saporiti risvolti del suo rapporto con il Cinema, intendendo con ciò sia la semplice visione di film sia, in modo particolare, la grandiosa esperienza cinematografica in cui sono stato recentemente coinvolto, insieme a tutto lo scintillante e iridescente circo della F1; la documentazione fotografica che allegherò - con indefettibile abnegazione - sarà un prezioso ed inedito corredo al sagace racconto di cotanta indelebile epopea, che i signoroni di Ollivuddo già ci invidiano. Ma procediamo con ordine...

Essendo stato trapiantato nell'umida Anglia in tenerissima età, la mia infanzia non poteva esimersi, cinematograficamente parlando, dalla visione in serie di tutti quei noiosi e nebulosi film britannici prodotti parecchi anni fa dalla compagnia denominata "Organizzazione della schiera" (Rank Organization in dialetto sassòne), quella che aveva come logo il famoso "suonatore di gong", figura misteriosa e archetipica che compariva prima dei titoli di testa per fracassare i timpani degli spettatori. Di tutta quella serie di vecchie pellicole uggiose e deprimenti quella che riuscivo a sopportare di più, tanto per volerne trovare una a tutti i costi, era I 39 scalini, storia a tinte fosche di sanguinario spionaggio prussiano (con pianificazione di un attentato internazionale) in seno all'alma Inghilterra del 1914: una pellicola veramente degna del nonno di Ron Tennis, come concorderà chi ha letto il mio post Storia di Ron. Ridotto allo sfinimento da quella lunga serie di bigi polpettoni propinati per interminabili lustri in tutti i cinema di Stefanaggio e dintorni, nonchè sui noiosi canali televisivi britannici, il mio interesse per la cinematografia si era già ridotto ai minimi termini ai tempi delle scuole superiori, e rimase molto basso ancora per alcuni anni. Il punto di svolta è arrivato pochi anni fa, quando mi è arrivato a casa un volantino che pubblicizzava un innovativo cineforum a seduta unica: esso si proponeva, nelle 6 ore di un unico pomeriggio, di operare un sintetico compendio critico dell'intera storia del Cinema, proiettando subito dopo quelli che venivano chiamati "gli unici due veri pilastri del Cinema di tutti i tempi", una insuperabile coppia di pellicole da cui non si poteva prescindere, a differenza di tutte le altre, tra cui c'erano tutti i banausici film "del gong" da me visti in gioventù. La cosa mi intrigava, e la proposi anche alla Pussicatta, che fu ben lieta di venire, in quanto quel giorno tutti i centri commerciali e le buticche d'alta moda erano chiuse. Arrivati nella sala del cineforum, gremita in ogni ordine di posti, la mia mente iperattiva cominciò subito ad arrovellarsi per cercare di indovinare quali potessero essere quei due leggendari e supremi film di culto: Via col vento e Ben Hurro? I Dieci Comandamenti e 2001 Odissea nello Spazio? Casablanca e Il Dottor Zivago? C'era una volta il West e C'era una volta in America? La Corazzata Potemkin e I sette samurai? Quo vadis? e Incontri ravvicinati del terzo tipo? La dolce vita e Novecento? D'altronde per buona parte di questi film non sarebbe stato possibile vederne due di seguito in meno di 5 ore...il mistero si faceva sempre più fitto. La Pussicatta, dal canto suo, sperava che proiettassero La Sirenetta e Torta americana, dando ulteriore prova di essere un po' mentecatta. Anche il resto del pubblico si interrogava freneticamente sulla scelta dei film, su cui era stato mantenuto il più assoluto riserbo da parte degli organizzatori. Finalmente arrivarono questi ultimi, con la pompa magna d'un cattedratico collegio docenti di Oxfordo, reggendo in mano alcuni appunti disordinati e due anonimi DVD registrati da loro stessi. La prima impressione che suscitarono in me fu quella del "tanto fumo e niente arrosto", e si tenga presente che Luigi Amiltone raramente s'inganna. Difatti cominciarono con il loro "compendio critico della storia del Cinema", con il quale passarono in pochi minuti e con poche parole dai film muti all'ultimo capitolo della saga magica di Arrigo Vasaio, dai più conosciuto col nome idiomatico di Harry Potter. Si arrivò troppo presto al momento delle proiezioni, cui sarebbe seguito un commento critico e un breve dibattito. Dopo un magniloquente preludio di fanfare si annunciarono i due titoli trascendentali, le colonne d'Ercole del Cinema d'ogni tempo: scoprii con cocente delusione, atroce disillusione e somma desolazione che si trattava di Fiorina la vacca e Acapulco prima spiaggia...a sinistra. Circa il 90% del pubblico sciamò verso l'uscita vociando selvaggiamente, ed era quello che avrei voluto fare anch'io, ma quel colpo mi fece svenire per un paio di minuti. Quando rinvenni stavano inserendo il DVD del primo film nel lettore, così mi affrettai ad alzarmi per uscire, convinto che la Pussicatta mi avrebbe subito seguito. Invece la mentecatta, sebbene le sue aspettative non fossero state esaudite, era tutta ringalluzzita perchè quei titoli le piacevano molto, e voleva rimanere a vederli: non solo rimase pervicacemente seduta, ma mi ghermì bruscamente il braccio per impedirmi di andarmene, e non riuscivo a divincolarmi. In pochi secondi si spensero le luci e uno degli organizzatori tuonò: "Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro!" Assai contrariato tornai a sedere, con l'intento di scivolare comunque via il prima possibile, cercando di non farmi vedere. Ma la Pussicatta, sospettando questa mia intenzione, mi tenne avvinghiato ininterrottamente per tutte quelle ore, cosicchè dovetti rimanere fino alla fine. In sala erano rimasti, oltre a noi, solo pochi altri, al massimo una decina di persone: come si può ben immaginare, erano gaudenti e scanzonati scapoloni tra la mezza età e l'età pensionabile, impazienti di vedere o rivedere qualche scena di sapore boccaccesco e sghignazzare sguaiatamente ad ognuna delle salaci battute volgarotte che tempestavano quei due film. Al termine delle proiezioni ero un po' disgustato dalla grana grossa di quei filmetti (che peraltro avevo già visto a sprazzi quando li guardava il mio venale babbo Antonio), mentre la Pussicatta era in fibrillazione, e avrebbe voluto rivederli dall'inizio. Qualche birbaccione seduto dietro di noi gridò verso gli organizzatori: "E ora vogliamo Giovannona Coscialunga, disonorata con onore! Vogliamo la Giovannona!" Con mia somma sorpresa gli organizzatori, allibiti, sbiancarono: lo trovavano tanto meno edificante dei film da loro proiettati? Più o meno sono tutti e tre dello stesso rango...Ma il peggio fu che gli altri spettatori a loro volta reiterarono e rinfocolarono a gran voce l'esecrabile proposta, e la Pussicatta divenne la più scalmanata ed insistente sostenitrice di quel plebiscito popolare e fomentatrice di proteste, in quanto da piccola aveva visto solo il primo tempo di quel film (e l'aveva adorato) e voleva vederne una volta per tutte la seconda parte. Inoltre idolatrava sia l'Edvigia Fenecca che Pippo Franco, protagonisti dell'incriminata pellicola. Gli organizzatori, riavutisi dal temporaneo deliquio, se ne andarono in fretta e furia, temendo un linciaggio da parte di quel manipolo di esagitati che pretendeva a tutti i costi di vedere il film, che loro non avevano materialmente e che non avrebbero comunque avuto intenzione di proiettare. Svaniti nel nulla gli araldi della sacra arte del Cinema, pian piano gli scapoloni eccitati si calmarono, e tornarono a casa. Alla fine anche la mia fidanzata si arrese all'impossibilità della proiezione ed accettò di rincasare, pur pretendendo che per il suo compleanno io le regalassi il DVD di quel famigerato film, oltre a quelli degli altri due cui avevamo assistito. Quello stesso anno, dopo l'incredibile delusione di quello scadente cineforum, mi appassionai al genere "occidentale", ossia western, e soprattutto ai memorabili film di Sergio Leone. Nelle sale cinematografiche di Stefanaggio, che tuttora non rincorrono le effimere ultime mode, proiettavano ogni sabato uno di questi bei film, e io non mancavo mai un appuntamento, trascinandomi dietro una Pussicatta non troppo entusiasta per via di tutte quelle polverose sequenze di galoppate, sparatorie, silenzi di tomba, e di tutti quei brutti ceffi dalle barbacce scure. In particolare ella sviluppò una viscerale avversione per uno dei protagonisti di quei film e di molti altri western in genere: il mitico e grifagno Leo Van Cliffo, che alcuni sceicchi da me conosciuti preferiscono chiamare pittorescamente "Leo Van Califfo". Ebbene, anch'io mi inchino alla volontà dei ricchi sceicchi e lo chiamerò a mia volta così. Questo senso di repulsione anticaliffiana nacque in lei la prima volta che lo vide, ossia nel film Per qualche dollaro in più; bisogna però notare che in questo film, a differenza di tanti altri, il nostro Van Califfo è uno dei "buoni", sebbene procuri ai becchini diversi cadaveri  (il nostro Leo interpreta il colonnello Mortìmero, cognome azzeccato dato che, in effetti, quasi tutti quelli che hanno a che fare con lui muoiono alla svelta). In aggravante, egli difetta di buona creanza, dimostrando fin dalla prima scena di infischiarsene altamente dei regolamenti ferroviari (sul treno si aggrappa, con supremo egoismo e menefreghismo, al freno di emergenza per scendere alla stazione dell'ubertosa e ridente cittadina di Tucumcari, in cui non era prevista fermata) e, poco dopo, irrompendo con un calcio nella stanza in cui un'allegra signorina stava facendo il bagno, cercando vanamente di scusarsi con un tardivo e banale "Perdono, madama" pronunciato in Francese prima di andarsene.

17506-6584.jpg

 

Colonnello Douglasso Mortìmero (Leo Van Califfo)

 

 

 

 

 

La settimana seguente siamo andati al cinema a vedere I giorni dell'ira di Tonino Valerii, e la Pussicatta si è nuovamente trovata davanti lo spauracchio Van Califfo, questa volta nel ruolo del cattivo Franco Telbio, misterioso e portentoso pistolero di mezza età che arriva nell'ameno paese di Cliftone, e che, spalleggiato dal giovane Scotto Maria di cui diventa maestro d'armi e di vita (povero lui!), riuscirà via via ad uccidere, mediante duelli, tranelli, carte bollate ed astuzie assortite, varie autorità e personalità illustri del luogo, arrivando di fatto ad avere in pugno la cittadina e farne il "proprio regno". Alla fine del film la Pussicatta aveva un forte senso di nausea.

Lee_van_Cleef_DayofAnger_05.jpg

 

Franco Telbio (Leo Van Califfo)

 

 

 

 

 

Ma il peggio per lei doveva ancora arrivare: il sabato successivo la trascinai a vedere il sontuoso Il buono, il brutto, il cattivo, episodione finale della celebre Trilogia del Dollaro. Lì Van Califfo interpreta il  tetro e cattivissimo sergente Sentenza, individuo orrido, avido e sanguinario di fronte al quale la Pussicatta ebbe diversi conati di vomito e convulsioni da mentecatta, soprattutto nella scena il cui Sentenza malmena violentemente una meretrice nella semioscurità per estorcerle informazioni: la mia ragazzona, che dice di immedesimarsi molto in quella povera vittima muliebre, è rimasta traumatizzata a vita da quei fotogrammi. Oltre a ciò, Sentenza compie altri gesti riprovevoli: va a casa di un povero diavolo per ucciderlo su commissione e prima di farlo tergiversa silenziosamente e gli scrocca un lauto pasto, senza che il poveretto si sia mai sognato di invitarlo a tavola; fa derubare i prigionieri sudisti del suo accampamento militare e gestisce un bieco traffico di ricettazione dei loro effetti personali; nello stesso campo fa torturare nientemeno che Tuco Benedetto Pacifico Giovanni Maria Ramirezzo (detto "il Porco"); ma in particolare, cosa più grave di tutte, nelle ultime scene del film tratta il "Biondo" Clinto Foresta dell'Est come un qualsiasi manovale, gettandogli ai piedi una vanga e intimandogli di scavare una fossa (il "Biondo" fa bene a rifiutare sdegnato, lasciando l'onere dello scavo solo a quell'impulsivo e zotico omaccione di fatica di Tuco, interpretato da Elia Vallacchio) per dissotterrare la famigerata cassa di dollari di cui si parla per tutto il film.  Alla fine del film la Pussicatta era svenuta, e dovetti portarla in braccio fino alla macchina (che fatica!).

leevancleef.jpg

 

Il sergente Sentenza (Leo Van Califfo)

 

 

 

 

 

 

La settimana successiva toccò al film Il ritorno di Sabata; la Pussicatta pensava di ingannarmi dandosi per ammalata. Scoprii la pantomima e la trascinai a viva forza al cinema, rassicurandola dicendo che quel film era di tutt'altra categoria rispetto a quelli di Sergio Leone, e quindi era improbabile che ci fosse quel ceffo del Califfo. Ma arrivati davanti al cinema, nella locandina del film vedemmo giganteggiare proprio quest'ultimo, e la mentecatta cominciò ad urlare sguaiatamente, si divincolò e corse a casa. Io entrai normalmente e mi gustai le imprese del Baffo.

51r3PU6vcAL.jpg

 

Sabata (Leo Van Califfo)

 

 

 

 

 

 

 

 

La settimana successiva fu il turno di un altro western, Mezzogiorno di fuoco. La mia fidanzata si era asserragliata in casa, e non voleva più vedere western in vita sua, per timore di rivedere quello sgherro del Califfo. Le spiegai pazientemente che il film in questione era molto precedente rispetto agli altri, era addirittura in bianco e nero, ed era assai improbabile ritrovarci l'odiato baffino, che probabilmente a quel tempo remoto frequentava ancora le scuole superiori; inoltre la rinfrancai informandola che c'era la rassicurante presenza di Gario Cooperativo come protagonista. Lei, risollevata, accettò di venire. Si erano appena spente le luci in sala quando ecco spuntare inesorabilmente, accompagnato da una musichetta tambureggiante, il faccione di un giovanissimo Leo Van Califfo, di cui io stesso non mi sarei mai aspettato la presenza.

high-noon-lee-van-cleef.jpg

 

Riecco il nostro eroe!

 

 

 

 

 

 

La mentecatta andò in crisi isterica e urlò come una indemoniata, tanto che un nostro vicino di poltrona consigliò di contattare subito un esorcista. Con sommo imbarazzo e vergogna portai fuori l'invasata, la chiusi in macchina e poi mi riprecipitai in sala per assistere al film, che però mi ha lasciato sostanzialmente deluso: mi aspettavo molta più azione. Per la gioia della Pussicatta, quella fu l'ultima pellicola della rassegna western di quell'anno: la settimana successiva si passava a film ben più recenti e di genere diverso, a partire da 1997 - Fuga da Nuova York. Ma la mentecatta non voleva ugualmente venire al cinema, perchè ogni volta che vedeva un film con me finiva in tragedia. Le diedi tutte le rassicurazioni del caso, facendo leva sia sul fatto che il film non era più un western, sia sul fatto che il baffino era sicuramente diventato troppo decrepito per recitare ancora. Ma riuscii a convincerla solo informandola del fatto che il protagonista era quella nerboruta virilità ipertestosteronica di Curto Russello, omaccione che risvegliava in lei "animaleschi istinti primordiali di natura imprecisata", come mi disse.  Come molti sapranno, la trama vede il suddetto Curto, che interpreta un coriaceo e famigerato galeotto condannato alla pena capitale, essere costretto dalla polizia ad entrare nottetempo nell'isola-carcere di Manatta,  per portare in salvo il Presidente degli Stati Uniti, che ci era caduto dentro eiettandosi con un'apposita capsula di salvataggio dal suo stesso aereo, che era stato dirottato dai terroristi proprio per schiantarsi contro i grattacieli cittadini. Ma indovinate un po'...chi è il commissario di polizia che costringe il nostro eroe a cotanta impresa, pena una morte atroce? Un incanutito Leo Van Califfo!

EscapeFromNY201.jpg

 

Ancora lui...sempre lui!

 

 

 

 

 

 

La Pussicatta, svenuta, cadde come corpo morto cade, esanime sulla poltroncina del cinema; ma io avevo da guardare il film, e non le diedi neanche retta. Ho così assistito all'avventurosa incursione di Curto Russello nella spettrale Nuova York diventata pericolosa prigione infestata da ogni genere di depravata gentaglia: ma la principale preoccupazione del nostro baldanzoso antieroe sembra essere, più che quella di trovare il Presidente e salvarlo, quella di farsi chiamare "Iena" da tutti i poco raccomandabili sgherri che incontra. Tutti costoro, peraltro, lo ritenevano morto, e dunque inizialmente è comprensibile la loro ritrosia a dare della iena a una persona da tempo ritenuta defunta. E' da notare come invece alla fine del film, incontrando nuovamente l'antipatico commissario Leo Van Califfo, il nostro Iena, con un clamoroso voltafaccia, ci tenga ora a farsi chiamare per cognome, avendo forse capito che è meglio non dare tanta confidenza a quell'odioso baffino che spunta fuori in tutti i film. Ma torniamo al Presidente degli Stati Uniti, da salvare dalle grinfie dei perversi e sadici criminali di Manatta: egli, interpretato da Donaldo Piacenza, subisce alcune torture ed esperienze sgradevoli. A dire il vero, il cinema ha sempre bistrattato un po' il nostro Donaldo: nell'immarcescibile Altrimenti ci arrabbiamo egli si becca una bella forchettata sul dorso della mano, mentre ne Il Conte di Montecristo, versione del 1975 con Riccardo Ciambellano e Tonio Curtis (da non confondere con Antonio De Curtis, vero nome del "principe della risata"), il pingue Donaldo finisce per suicidarsi con un colpo di pistola, dopo essere finito in bancarotta. Alla fine della proiezione di 1997 - Fuga da Nuova York recuperai la Pussicatta, che nel frattempo era rinvenuta, e la riaccompagnai a casa. Lei proclamò Urbi et Orbi che non sarebbe mai più venuta al cinema con me, ed io risposi che in tal modo mi avrebbe fatto un gran piacere, perchè ogni volta faceva delle sceneggiate indegne e mi costringeva a farle da infermiere, psichiatra, esorcista e pure da facchino, quando dovevo riportarla a casa di peso. E tutto per quale ragione? Per quel simpatico baffino del Califfo!

Da allora passò qualche anno tranquillo, in cui peraltro i miei fitti impegni targati Mc Ladren mi hanno lasciato poco tempo per guardare dei film...ma se la Formula 1 aveva cacciato via per la porta di servizio il Cinema dalla mia vita, quella stessa Formula 1 lo stava per fare rientrare dallo spalancato portale di una cattedrale gotica, tanto per usare una metafora. Circa un mese fa è infatti accaduto che Bernino Ecclestone, durante una riunione con i capi delle scuderie del gran circo, si sia lamentato della poca remuneratività globale della F1, che nonostante tutte le arzigogolate macchinazioni introdotte in questi anni continua a non offrire più un grande spettacolo; la soluzione avanzata da Bernino, in modo ovviamente autocratico ed impositivo, è stata quella di abbinare ad ogni GP la successiva proiezione di una pellicola che fosse il fedele rimacchio (ossia rifacimento) - prodotto ed interpretato direttamente da noi della F1 (per limitare al minimo i costi di produzione) - di film celebri e pluripremiati. Per esempio, dopo il GP d'Italia Bernino ha pensato di proiettare la "versione da paddocco" de I Dieci Comandamenti, che ripropone una trama identica ma sostituisce i personaggi originali con noi pilauti, i nostri tecnici, capisquadra ecc., arrivando persino a rispolverare alcune pregiate vecchie glorie della F1, sia superstiti che decedute dinanzi alla voracità del tempo edace e alla diabolicità del destino beffardo. Lo stesso varrà per tutti gli altri film che rivisiteremo. Naturalmente i personaggi che ognuno di noi andrà ad interpretare saranno selezionati in virtù di spiccate somiglianze fisiche e/o analogie caratteriali; e così come il produttore di tutti questi film sarà il caro Bernino, il supremo regista sarà il nostro granitico Ron Tennis, che è destinato a diventare demiurgo cinematografico di prim'ordine. A tal proposito egli si è fatto portare, il primo giorno di riprese, un poster(o) che raduna le foto di tutti i più celebri e grandi registi: vi si trovano, per citarne qualcuno, Sergio Leone, Alfredo Icciococco, Stefano Spilbergo, Stanleino Cubricco, Steno, Federico Fellini, Vittorio De Sica, Dario Argento, Francesco Truff'auto, Frizzo Lango, Cecilio Blonto dei Mille, Ridleino che Scotta, Tonio che Scotta, Giovanni Carpentiere, Giacomo Camerone, Rolando Emmericcio, Davide Lince, Pietro Almodovaro. Ebbene, Ron fissò quel poster(o) con sguardo truce e ringhiando sinistramente, finchè se ne uscì, improvvisamente, tuonando un "mi fate ridere, mi fate", ma senza accennare nè ad una risata nè al minimo sorriso. Ma bisogna considerare che un ringhio meno minaccioso di altri corrisponde, nella scala gestuale e comunicativa di Ron, a un benevolo sorriso, o addirittura ad una distensiva, sebbene sarcastica, risata. In ogni modo proseguì: "Vi farò vedere io come lavora un vero regista!" e incenerì il poster(o) con il solo sguardo. Ebbene, è giunto il momento di passare in rassegna i film che abbiamo rivisitato, mostrando in anteprima planetaria gli inediti fotogrammi che le più grandi case cinematografiche, come la Pitture Paramonte, la Volpe del Ventesimo Secolo, e la Universale già hanno principiato ad invidiarci.

Cominciamo con la prima pellicola che proietteremo: l'immortale ed immarcescibile I Dieci Comandamenti di Cecilio Blonto dei Mille: un film che persino alcune rocce metamorfiche degli strati profondi della litosfera hanno già visto più volte. Inutile dire che per sostituire i monumentali protagonisti originali nell'interpretazione di personaggi storici altrettanto straordinari servivano figure di caratura eccelsa: sfruttando una certa somiglianza Ron diede allo Schiumàcchero la parte di Mosè, andando così a sostituire quel grandioso finto èstone di Carlone Estòne; io lo fronteggiai nella parte di Ramesse, sostituendo Iullo Brinnero: antagonista di lusso, certo, ma pur sempre figura perdente ed anche invidiosa...e prima o poi Ron mi sentirà...Comunque sia, il contraltare è avere come Nefertari la Pussicatta, e poterle rivolgere sprezzantemente quell'indimenticabile ed impareggiabile battuta maschilista: "Tu sarai la mia sposa, e sarai mia ogni qualvolta ti desidererò...e questa sarà la mia più grande gioia. Che tu ne gioisca o no non mi interessa...ma io credo di sì!". Ed anche il poter suggellare ogni mio comando con la stentorea formula "Così sia scritto: e così sia fatto" è stato molto gratificante...

800px-Charlton_Heston_in_The_Ten_Commandments_film_trailer.jpg

                                                          Mosè (Carlone Estòne)       

 

Mosè Schiumacchero.jpg

Mosè (Michele Schiumàcchero)

 

Yul_Brynner_in_The_Ten_Commandments_film_trailer.jpg

Ramesse Amiltone.jpg 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ramesse (Iullo Brinnero)             Ramesse (Luigi Amiltone) 

 

Anne_Baxter_and_Yul_Brynner_in_The_Ten_Commandments_film_trailer.jpgNefertari Pussicatta.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Nefertari (Anna Bàxtera)                               Nefertari (Pussicatta)

 

Forse in pochi se ne accorgerebbero se non lo dicessi apertamente, ma la nostra versione de I Dieci Comandamenti è sottesa da un pregnante simbolismo, finalizzato ad una eloquente allegoria degli ultimi anni della Ferrari e dei ferraristi. Cominciamo dall'inizio: la schiavitù del popolo di Israele, asservito da quattro secoli al giogo degli Egiziani, è eloquente metafora dei grigi anni Ottanta e Novanta della Ferrari, in cui la scuderia di Maranello era soggiogata dallo strapotere di Guglielmi e, in particolar modo, Mc Ladren. Nei panni del faraone io rappresento dunque, pur in anticipo sui tempi (ma non si poteva certo dare la parte di Ramesse a quel biondino di Hakkinenno!), l'ultimo sovrano Mc Ladren che, nell'epocale momento della riscossa Ferrari, si trova a fronteggiare l'eroico "liberatore" della parte opposta: lo Schiumàcchero, omologo di Mosè. Così come gli Ebrei si affrancano dagli Egiziani, la Ferrari riesce a risollevarsi dal giogo Mc Ladren e ritorna all'antica gloria. L'attraversamento del Mar Rosso simboleggia l'incedere trionfale dello Schiumàcchero e dei suoi accoliti nella marea dei successi Ferrari negli anni 2000-2004, con impetuose mareggiate di orgoglio scarlatto che travolgono gli impotenti uomini Mc Ladren così come i flutti delle acque che si richiudono spazzano via i soldati egiziani. Dopo la traversata del Mar Rosso, il Popolo Eletto, ebbro della sua nuova libertà che pare incondizionata e sterminata, comincia ad alzare troppo la cresta, a gozzovigliare e ad abbandonarsi ai peggiori vizi ed eccessi: allo stesso modo dopo il 2004 i ferraristi, ormai tronfi e montati in superbia, cominciarono a pascersi di miraggi di invincibilità, prendendo la nuova stagione sottogamba. Così come il Signore punì il Popolo d'Israele dalla dura cervice con il lungo esilio nel deserto, i ferraristi dovettero sopportare il digiuno di titoli degli anni 2005 e 2006. Mosè, ormai molto invecchiato, lasciò la sua gente nelle sapienti mani del più giovane Giosuè ed ascese al Cielo; allo stesso modo lo Schiumàcchero, alla fine del 2006, lasciò la guida della sua Ferrari a Raikkone (che non assomiglia per niente al Giosuè del film, mentre in seguito fortunatamente si rimediò sostituendolo con Nandino, che invece è molto più simile) e si ritirò onorevolmente dalla F1. Il fatto è che il tedescone avrebbe fatto meglio a non tornare: ora, per coerenza, bisognerebbe aggiungere, rispetto alla trama del film originale, una sequenza in cui Mosè ritorna sulla terra,  scoprendo che il suo antico ascendente sul popolo è ormai svanito e che le giovani generazioni lo hanno già dimenticato per altre figure di riferimento, che lo hanno soppiantato definitivamente.

Ma passiamo agli altri film che rifaremo: continuando con il genere dei colossali di carattere biblico e storico abbiamo in cantiere anche Ben Hurro, Quo Vadis? , Spartacus e La Tunica, ma per questi non abbiamo ancora girato neanche una scena. Per quanto riguarda l'ultimo film elencato a dire il vero Ron ha qualche dubbio e ritrosia, perchè sa benissimo che se lo girassimo tutti noi della casta (cioè del cast), ci divertiremmo per settimane a girovagare con occhi spiritati per il set chiedendo "C'eri...laggiù?", oppure a pronunziare con soverchia umiltà le parole di un anziano israelita che nel film offre la cena al protagonista: "Non hai desinato? Forse vorrai onorare il mio povero desco". In ogni caso si tratta di un signor film, e meriterebbe che Ron gli conferisse nuovo lustro con la sua regia. La Tunica, come molti sapranno, si vanta di essere il primo film in Cinemascope: il mio venale babbo Antonio, che a suo tempo l'ha visto al cinema anglocaraibico dell'isola di Barbadosso, mi ha potuto confermare la cosa in tutto e per tutto. Mi ha infatti raccontato che entrando in sala, per la prima volta in assoluto,  su ciascuna delle due pareti laterali era stata disposta una nutrita fila di scope, in modo che al termine della proiezione quei villanzoni degli spettatori, o meglio uno per ciascuna fila, scelto con sorteggio, provvedesse da sè a ripulire il pavimento della propria fila di poltrone dalle briciole di poppo corno e affini. Si trattava indubbiamente di un salto di civiltà di portata epocale: ma c'è da sottolineare che in quelle isole ci sono sempre stati alcuni bricconi e bucanieri che di civile avevano ben poco, e lasciavano sul pavimento del cinema anche bucce di banana e scorze e foglie d'ananasso, provocando dei pasticci inauditi quando venivano pestate. Alcuni di questi lazzaroni erano i turpi sicari di un temutissimo malavitoso di origine straniera, tale "Uomo Del Monte" che imperversava in tutto il Sudamerica e anche in America Centrale. Sulla nazionalità di questo misterioso individuo, che nessuno aveva mai visto (forse chi l'ha visto in faccia è trapassato prima di poterlo raccontare in giro), c'era la più assoluta incertezza: dal cognome poteva essere tanto islandese quanto coreano, tanto togolese quanto cingalese. Si sapeva soltanto che perpetrava razzie di frutta - che poi vendeva (fondando così un vero impero commerciale e diventando ricchissimo, coniando poi a proposito lo slogan(o) "La frutta frutta") a prezzi astronomici - e scorribande di vario tipo, tanto da essere diventato il terrore di tutta l'America latina. Gli bastava pronunciare o meno un semplice "sì" per decretare la sorte di chiunque, persino di intere popolazioni: si narra che una volta una intera tribù amazzonica rimase col fiato sospeso per sedici anni di fila, perchè l'Uomo del Monte doveva decidere se bruciare o no le loro capanne, dato che gli uomini della tribù avevano a suo tempo cercato di impedire che le truppe mercenarie di Del Monte depredassero di banane la loro foresta (forse se i nativi avessero potuto contare su Banana Joe sarebbe finita diversamente, e in modo più spiccio). Al termine ultimo per il pronunciamento della sentenza, l'Uomo del Monte decise di astenersi dal dire "sì", così la tribù fu graziata e non vi fu alcun incendio. Ma torniamo ai suoi sgherri in quel cinema di Barbadosso in cui c'era anche mio padre: quegli zotici, prevedibilmente, non avevano alcuna intenzione di impugnare la scopa e pulire tutto il sudiciume che avevano causato, e stavano litigando col titolare, il quale si appellava al classico "la legge è uguale per tutti". Per evitare momenti di tensione, mio padre, confidando in un miracolo, consigliò che a dirimere la questione fosse la sola autorità cui quei sicari si sarebbero piegati: l'Uomo Del Monte in persona. Fece questa proposta e uno dei sicari, mettendosi a ridacchiare, accettò subito di telefonargli per chiedergli se dovevano pulire, certo che il capo li avrebbe esentati dall'incombenza.  Ma la sentenza del misterioso imperatore della frutta fu di tutt'altro avviso (dimostrando un barlume di civiltà a fronte di tutti i suoi nebulosi crimini esecrabili), così colui che gli aveva telefonato tornò in sala proiezioni e disse agli altri, con aria abbacchiata, "l'Uomo del Monte ha detto sì". Tirarono poi a sorte fra loro per designare chi doveva pulire, mentre gli altri nel frattempo si sorbirono un succo di frutta. Debbo riconoscere che in quel frangente mio padre ha saputo operare come strumento della Provvidenza, quasi con il mio stesso successo. Ma lui non aveva nessun casco giallo salvifico-redentivo fra le mani...comunque, ciò non toglie che sia venale ed egoista, perchè come ho detto più volte mi ha abbandonato svendendomi in tenera età al tirannico Ron per qualche verdone, e da quando ho cominciato a vincere in serie e a guadagnare grandi somme è magicamente rispuntato fuori per rivendicare cospicue percentuali sui miei incassi.

Ma proseguiamo con i film che noi del paddocco abbiamo girato durante le vacanze appena concluse: si annoverano in particolare i film della Trilogia del Dollaro di Sergio Leone, nonchè il magistrale ed inincartapecoribile C'era una volta il West, e qualche scena di Giù la testa. Partiamo dai primi tre: mentre per l'onnipresente, logorroico ed emotivissimo personaggio interpretato da Clinto Foresta dell'Est (ossia Joe/Il Monco/Il Biondo) non c'era alcun problema di identificazione dell'attore fisicamente più simile, che Ron riconobbe subito in Gensone Bottone, qualche difficoltà in più si è palesata quando c'è stato da scegliere chi doveva impersonare gli altri personaggi principali, ossia quelli impersonati nella versione originale da Gian Maria Volonté, Leo Van Califfo ed Elia Vallacchio. Nessuno, tra i pilauti presenti, passati e trapassati, sembrava assomigliare troppo a quei tre, finchè, aggirandosi in un angolo remoto del paddocco, il sottoscritto Luigi Amiltone ebbe una fulminazione: l'unico che poteva assomigliare al terribile Leo Van Califfo era Riccardo Bransòne, barbuto capo scuderia delle Vergini, che inizialmente era rimasto in disparte dagli altri perchè s'era beccato una malattia tropicale contagiosa. Una volta guarito gli vennero dunque affidate le parti del Baffo, e le svolse egregiamente. Per quanto riguarda il barbuto Elia Vallacchio, che ne Il buono, il brutto, il cattivo interpreta il già nominato Tuco Benedetto Pacifico ecc. ecc., si decise di rimpiazzarlo con Nandino, a cui, come si vedrà, era già stato affidato un personaggio simile in  C'era una volta il West. Bisognava ora trovare un sostituto per i ruoli originariamente interpretati da Volontè, che erano fondamentali nei primi due film. Inizialmente si scelse nuovamente Ferdinando, che non era poi così dissimile e fece una buona impressione nel provino, ma Filippino, vedendo che il compagno di squadra aveva già tre ruoli e lui nessuno, scoppiò in un fragoroso pianto e in una crisi di identità ("Ma allora io chi sono? Non valgo proprio niente? Ma in fondo tutti noi chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Con che macchina ci andiamo?"): Ron, dimostrando una generosità che nessuno di noi avrebbe mai sospettato, decise di accontentarlo cedendogli i ruoli di Volontè (Ramone Rosso in Per un pugno di dollari e l'ancor più feroce Indio in Per qualche dollaro in più), dato che anche in Pippino si ravvisava una certa somiglianza con l'attore italiano. Il nostro Massa, galvanizzato, già cominciava a fare lo spaccone e ad atteggiarsi a cattivone (ce lo vedete, Filippino?); inoltre, interpretando l'Indio nel secondo film, Filippino avrebbe finalmente avuto  l'occasione cinematografica di ammazzare in duello il proprio mentore Barrichello (come mostrerò fra poco), con il quale ultimamente non andava più molto d'accordo, dopo il furioso risentimento di quest'ultimo che era seguito alla frase filippiniana "Non farò la fine di Barrichello", come ho a suo tempo narrato in un commento sulle pagine sportive di Virgilietto. Ebbene, mostro ora i risultati del lavoro di noi tutti sul set...

ennio-morricone-la-trilogia-del-dollaro-1989.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Joe/Il Monco/Il Biondo          [Ramone Rosso]/Indio    [Col. Mortìmero]/Serg. Sentenza

(Clinto Foresta dell'Est)         (Gian Maria Volontè)         (Leo Van Califfo)

 

 

trilogia phot.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Joe/Il Monco/Il Biondo          [Ramone Rosso]/Indio    [Col. Mortìmero]/Serg. Sentenza

(Gensone Bottone)               (Filippo Massa)                (Riccardo Bransòne)

 

 

 (300409221556)perunpugno_2.jpg                                                                                                                    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Joe (Clinto Foresta dell'Est) e l'oste Silvanito (Giosuè Calvo) in Per un pugno di dollari        

 

Clint Bottone e Briatore.jpg 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Joe (Gensone Bottone) e l'oste Silvanito (Flavio Briatore) in Per un pugno di dollari   

  

eastwoodwponcho.jpgclinto bottone.jpg

 

 

    

            

 

                                                                      

 Joe/Il Monco/Il Biondo                                       Joe/Il Monco/Il Biondo

(Clinto Foresta  dell'Est)                                    (Gensone Bottone)  

 

                                                                                                                                                                                                             

 

clint.jpgclint bottone2.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

Joe/Il Monco/Il Biondo                    Joe/Il Monco/Il Biondo 

 (Clinto Foresta dell'Est)                   (Gensone Bottone) 

 

 

gianmaria-volonte-in-una-scena-del-film-per-un-pugno-di-dollari-42581.jpgIndio (Gian Maria Volontè)

 

 

 

 

 

 

 

nandino indio.jpgIndio (Fernando Alonso)

 

 

 

 

 

 

 

filippino indio.jpg

Indio (Filippo Massa)

 

 

 

 

 

 

 

 

Lorenzo_Robledo_ForFew_03.jpgBarrichello Robledo.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Traditore dell'Indio                Traditore dell'Indio

(Lorenzo Robledo)                 (Rubenso Barrichello)

 

[Questo personaggio verrà ucciso in duello dall'Indio.]

 

 

 

 17506-6584.jpg                                                            bransone califfo.jpg           

 

 

 

 

 

 

 

Colonnello Mortìmero (Leo Van Califfo)         Colonnello Mortìmero (Riccardo Bransòne)

 

 

lee-van-cleef-2.jpgbransone califfo2.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Serg. Sentenza (Leo Van Califfo)      Serg. Sentenza (Riccardo Bransòne)

 

 

Eli_Wallach_Gbu_08.jpgTuco Nandino Vallacchio.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Tuco (Elia Vallacchio)            Tuco (Fernando Alonso)

 

 

ALDO_G~1.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitano nordista avvinazzato (Aldo Giuffrè) ne Il buono, il brutto, il cattivo

 

 

Aldo montoya.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitano nordista avvinazzato (Gian Paolo Montoya) ne Il buono, il brutto, il cattivo

 

Passiamo ora a C'era una volta il West, monumentale affresco dell'epopea western ormai al tramonto, incalzata dall'arrembante progresso rappresentato dall'arrivo della ferrovia, dall'industrializzazione, dall'attecchire del capitalismo e dell'affarismo anche nelle desolate terre dell'Ovest americano, che prima sembravano assopite sotto il sole e la polvere della locale natura aspra e selvaggia, fatta di  deserti e di impervie montagne rocciose. Anche i rudi e solitari personaggi del vecchio West, permeati  di arido cinismo ma talvolta anche di una certa ineffabile malinconia, hanno ormai una mentalità superata e, difficilmente in grado di adattarsi, si preparano a cedere il passo a generazioni più giovani con idee più innovative ed intraprendenti, con vedute più ampie.                                           Per quanto riguarda la nostra rivisitazione, Ron ha voluto dedicare il ruolo dell'eroe, Armonica, al compianto ed indimenticato Bruccio Mc Ladren, fondatore della nostra omonima scuderia (e dicendo ciò appoggio la mano destra al cuore). Chi meglio di lui poteva incarnare il laconico, granitico, audace, inflessibile ma in fondo sensibile eroe del vecchio West?

 

BruceMcLaren2.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tributo a Bruccio Mc Ladren: tutti in piedi!

 

 

Charles_Bronson_Ouatitw_07.jpg

Armonica Bruccio.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Armonica (Carlo Bronsòne)         Armonica (Bruccio Mc Ladren)

 

 

Nelle prime fasi del film, Armonica scende da un treno alla stazione del ridente paesello chiamato "Angolino", dove avrebbe ottenuto un appuntamento (poco galante) con un certo Franco: costui, che evidentemente non vuole trovare il tempo per vecchie rimpatriate noiose, invia però ad accogliere il forestiero tre dei suoi più truci sicari (uno più brutto dell'altro), i quali periranno subito in uno scontro a fuoco in cui riusciranno soltanto a ferire lievemente Armonica. Ebbene, il beffardo gioco delle somiglianze fisiche mi ha condannato ad interpretare uno di quei tre sgherri, e precisamente quell'ipermelaninico zozzone (interpretato nel film originale da Cavalcato Legnoso, che il dialetto britannico storpia in Woody Strode) che beve con voluttà l'acqua raccolta sul suo polveroso cappellaccio nero.  Ma anche il mio venale babbo Antonio, che forse gli assomiglia più di me, ha voluto provare l'abominevole ebbrezza di impersonare quel ceffo, sicchè questo è il quadro della situazione:

 

Woody_Strode.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Sicario che beve dal cappello (Cavalcato Legnoso)

 

Woody_Strode hamilton 1.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Sicario che beve dal cappello (Luigi Amiltone)

 

 

Woody_Strode hamilton2.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Sicario che beve dal cappello (Antonio Amiltone)

 

 

Per il burbero  sicario moro tormentato dalla mosca, invece, Ron ha scelto quell'omaccione australe di Giacomo Bràbbamo, che è proprio il sostituito ideale di Giacomo Elàmio: giudicate voi...

 

Jack_Elam_OUATITW_03.jpgElamio Brabbamo2.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Sicario della mosca                     Sicario della mosca

(Giacomo Elàmio)                       (Giacomo Bràbbamo)

 

 

Jack_Elam.jpgElamio Brabbamo.jpg

 

 

 

 

 

Sicario della mosca                                               Sicario della mosca

(Giacomo Elàmio)                                                (Giacomo Bràbbamo)

 

 

Per il terzo sicario, quel terchio biondaccio capellone spettinato che si schiocca ossessivamente le dita, Ron ha scelto Nicola Aidfeldo, conferendogli un onore che difficilmente gli ricapiterà.

 

 

 

Al_Mulloch_heidfeld.jpgmullocco heidfeldo.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Sicario biondo (Al Mullocco)        Sicario biondo (Nicola Aidfeldo)

 

 

Chiuso il cerchio dei biechi gregari, parliamo ora del loro capo, il temibile Franco su cui Armonica vuole compiere la sua annosa vendetta: per emulare la grandiosa interpretazione di Enrico Fonda nel film originale, Ron non ebbe il minimo dubbio fin da subito: quel ruolo si attagliava con innegabile perfezione al nostro Vebberone. Anche qui lascio giudicare voi, perchè le foto sono eloquenti...

 

once-upon-a-time-in-the-west-henry-fonda.jpg

Franco (Enrico Fonda)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

franco vebberone.jpgFranco (Marco Vebbero)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

039_64850.jpgFranco (Enrico Fonda)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

franco vebberone 3a.jpgFranco (Marco Vebbero)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

600full-henry-fonda.jpgFranco (Enrico Fonda)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

franco vebberone4.jpg

Franco (Marco Vebbero)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Henry_Fonda_Ouatitw_05.jpgfranco vebberone 2.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Franco (Enrico Fonda)           Franco (Marco Vebbero)

 

 

Dopo aver presentato Franco, mostriamo il suo "datore di lavoro": il malato signor Morto(n), ricchissimo uomo d'affari del settore ferroviario che ha portato la ferrovia dalle coste atlantiche fino alle selvagge terre del West, con l'obiettivo di raggiungere il Pacifico. Ma la sua tubercolosi ossea viaggia più rapidamente del suo treno personale, e prima della fine del film il signor Morto(n) diverrà realmente tale; inoltre, per un singolare contrappasso, lui che prima di morire sperava di vedere le onde del Pacifico dovrà accontentarsi di una volgare pozzanghera, ad ennesima dimostrazione della pochezza dei mortali e della debolezza dei loro intenti dinanzi alle sardoniche mire del destino beffardo. Il signor Morto(n), che nel film di Leone è interpretato da Gabriele Ferzetti, viene da noi sostituito da uno Stefano Domenicali dalla brutta cera.

 

10429870_gal.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Signor Morto(n)  (Gabriele Ferzetti)

 

 

morto domenica.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Signor Morto(n)   (Stefano Domenicali)

 

 

Parliamo ora della protagonista femminile del film: quella Gillia che da Nuova Orleansa arriva in treno nella ridente cittadina di "Sasso della Bandiera" per trasferirsi a casa del neomarito e dei figli di lui. Dopo averli aspettati a lungo alla stazione si fa accompagnare in calesse alla fattoria del marito, dove scoprirà con sgomento che l'intera famiglia è stata sterminata a colpi di pistola (da Franco e quattro suoi tirapiedi). Ebbene, per sostituire la splendida Claudia Cardinale in questa parte di rilievo qualcuno (e specialmente il Vebberone, che in una scena doveva portarsi a letto la nuova interprete) sperava con lussuriosa bramosia e febbrile concupiscenza che si scegliesse la mia prosperosa Pussicatta: ma io riuscii a fregare l'intero pubblico dagli ormoni bollenti, rilevando che invece le assomigliava molto di più Gessica Michibata, la fidanzata di Gensone Bottone. Ed è oggettivamente vero...

 

claudia-cardinale1.jpgGillia (Claudia Cardinale)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

jessica cardinale.jpgGillia (Gessica Michibata)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Accenniamo anche al simpatico oste di una pittoresca locanda nel bel mezzo della Valle dei Monumenti, dove Gillia ed il suo birocciaio faranno una sosta prima di raggiungere la già citata fattoria. In questa locanda, che nella nostra versione del film Ron ha deciso di affidare alla sapiente gestione di quella vecchia e fascinosa sagoma di Emersone Fittipaldi, essi incontreranno l'enigmatico Armonica ed anche il pericoloso bandito Caienna, altro personaggio importante della pellicola.

 

lionel stander.jpg

Oste (Lionello Standero)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lionello fittipaldi.jpg

Oste (Emersone Fittipaldi)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ed eccoci arrivati all'ultimo personaggio importante del film, il già citato bandito Caienna, anch'egli capo di una banda di sgherri sgangherati, di cui però non si fida più di tanto. Caienna, incriminato per errore, a causa di alcuni indizi fatti costruire ad arte da Franco per incastrarlo, della strage  compiuta da quest'ultimo alla fattoria del marito di Gillia, una volta sfuggito all'arresto si reca proprio alla suddetta fattoria, dove sente "odore di soldi". Qui incontra Gillia, che ha deciso di rimanere a vivere lì, pur non avendo più nessuno per cui restare. Il rude Caienna, dopo un approccio iniziale un po' intimidatorio, si muove gradualmente a compassione per l'infelice esperienza e l'incerto futuro di Gillia,  cercando in seguito di aiutarla, spalleggiato in questo anche da Armonica: questi vuole proteggere la donna dai nuovi tentativi di Franco di ucciderla o comunque scavalcarla per impossessarsi del prezioso terreno su cui sorge la fattoria, ma ha anche un conto di sangue da saldare direttamente col malvagio assassino. Caienna, interpretato nel film di Leone da Giasone Robardi, è affidato alla luciferina personalità di Ferdinando delle Asturie.

 

Jason_Robards_OUATITW_03.jpg

Nandino Caienna.jpg 

 

 

 

 

 

 

 

 Caienna (Giasone Robardi)          Caienna (Fernando Alonso)

 

 

Jason_Robards_OUATITW_02.jpgNandino Caienna 3.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Caienna (Giasone Robardi)   Caienna (Fernando Alonso)

 

 

Jason_Robards_OUATITW_06.jpgNandino Caienna 2.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Caienna (Giasone Robardi)   Caienna (Fernando Alonso)

 

 

Inutile precisare che nel finale del film Armonica uccide Franco in un epico duello condito da una triste analessi: e così l'eroico Bruccio Mc Ladren libera il globo terracqueo dalla minacciosa presenza del rio Vebberone, salvando l'umanità dal più atro demone della perversione.

 

 Dopo questo titanico film, Ron intendeva dare compimento alla serie dei western leoniani con il rimacchio di Giù la testa, altra pellicola memorabile. Per il momento si sono girate solo alcune scene, e posso solo anticipare che nella parte dell'irlandese dinamitardo Giovanni troveremo Riccardo Bransòne, che non farà rimpiangere il coriaceo Giacomo Coburno.

 

dyna10.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni l'irlandese (Giacomo Coburno)

 

 

bransone coburneo.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni l'irlandese (Riccardo Bransòne)

 

 

Per terminare con il genere western, Ron voleva anche riproporre il leggendario I Giorni dell'ira: i protagonisti di questo film, di cui ho già accennato la trama all'inizio, saranno sempre il nostro onnipresente Riccardo Bransòne (che prenderà la parte di Leo Van Califfo nel ruolo di Franco Telbio), e l'indimenticato Airtone Senna, che sostituirà Giuliano Gemma nel personaggio chiave di Scotto Maria.

 

 

Gemma.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Scotto Maria (Giuliano Gemma)

 

 

Gemma Airtone.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Scotto Maria (Airtone Senna)

 

 

Un altro ambizioso progetto che Bernino e Ron volevano realizzare è il rifacimento del film Il Conte di Montecristo, nella già citata versione del 1975 con protagonista Riccardo Ciambellano, e con le illustri presenze di Donaldo Piacenza, Tonio Curtis e Trevore Ouardo. L'unico inconveniente di questo film è che presenta una scena del tutto invisa a Ron, in cui si dà in pasto al pubblico mondiale quello che per lui è un inconcepibile  saggio di insolenza verbale: si tratta della scena in cui l'infimo Cadirusso, scendendo dalle scale del palazzo di Montecristo, incontra una sua vecchia ed odiata conoscenza, un suo compagno di galera di nome Faustino. Ebbene, quando Cadirusso, tra l'incredulo ed il rabbioso, pronuncia sibilando il nome di quest'ultimo, il dolce Faustino, facendogli un sorrisetto irridente, gli rivolge con somma strafottenza questa frase di affettuoso saluto ad un vecchio amico: "Quale fogna hanno aperto?". Per Ron tutto ciò è intollerabile, ma non sarà certo quest'inezia a fermare l'inarrestabile macchina da soldi della nostra produzione cinematografica. Per il momento posso dire che il protagonista, il bistrattato Edmondo Dantesso che diventerà poi, con un incredibile capovolgimento di fortuna, lo spietato Conte di Montecristo, sarà ancora lui, Riccardo Bransòne, barbuto e baffuto patrono delle Vergini.

 

cop.jpgbransone montecristo.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Conte di Montecristo                 Il Conte di Montecristo

(Riccardo Ciambellano)                 (Riccardo Bransòne)

 

 Un altro grande film che abbiamo rivisitato durante le vacanze appena terminate è quello universalmente celebre con il suo sconclusionato ed idiomatico nome sassòne di Top Gun, adrenalinico film aeronautico dei sempreverdi anni Ottanta con pilotoni gasati e sboroni nella cui casta (cast) spiccano Tomo Crociera e Vallo Chilmèro (che i più audaci arrivano a chiamare Vallo Calimero, visto il suo scurissimo colore di capelli ed il suo carattere assolutamente titubante e piagnucoloso). Su questa bella pellicola noi tutti abbiamo profuso un mare di energie, ma il risultato finale è stato esaltante. L'idea originaria era quella di far interpretare i due succitati pilauti rivali da due campioni di razza dagli opposti tipi fisici e caratteri, e a questo proposito la scelta migliore sarebbe stata, come qualcuno potrebbe immaginare o suggerire, la contrapposizione Fernandino-Raikkone, nei rispettivi panni (sudaticci) di Mavericco (Tomo Crociera) e Uomo di Ghiaccio (Vallo Calimero); e in effetti abbiamo girato parecchie sequenze in cui i protagonisti erano loro due, ma ben presto, essendo Ron in cerca di una somiglianza fisica più stretta possibile, qualcuno di nome Luigi Amiltone ebbe da obiettare che nel nostro circo c'erano due pilauti forse più somiglianti di loro agli originali: il problema è che non erano nomi così altisonanti. Tutti mi chiesero chi intendessi, non riuscendo a scorgere, nel nutrito reparto biondini della F1 attuale o comunque recente (i pilauti dovevano essere giovani), qualcuno che somigliasse all'Uomo di Ghiaccio Calimero più dell'Uomo di Ghiaccio Raikkone. Io risposi che l'anno scorso avevo visto  sulla faccia di Nicola Ulkenbergo, quello che diventa un colosso verde quando s'arrabbia, delle espressioni molto simili a quelle di Vallo Calimero nel film in questione: e mostrai alcune foto che sembravano testimoniarlo. Così si chiamò Nicolino, che già era stato dimenticato dai più, e gli si affidò la parte, facendolo diventare una star. Ma io, nella mia infinita saggezza, avevo previsto che il rimpiazzamento di Raikkone in corso d'opera sarebbe stato un'insoffribile onta per il finnico biondino, che oltre ad essere logorroico è anche supremamente permaloso: sicchè, per compensarlo in parte dello smacco, suggerii di reimpiegarlo nel personaggio secondario dell'Uomo Lupo, altro pilotino biondino che terrà d'occhio le mosse di Mavericco durante il suo periodo di crisi, per conto della compagna di lui. E in effetti, ad oggettivi riscontri fotografici, il volto di Raikkone assomiglia più a quello dell'Uomo Lupo che non a quello dell'Uomo di Ghiaccio. Per quanto riguarda Mavericco, invece, feci notare che il mio amico Timo Glocco, almeno in certe sue espressioni e con un preciso taglio di capelli, assomigliava a Tomo Crociera più di Nandino. Ferdinandino, che è più cavalleresco e meno stizzoso di quel beone di Raikkone, cedette la parte al carissimo Glocco senza lamentarsi minimamente nè in pubblico nè in privato, e senza aspirare a particine di consolazione, che per giunta non ebbe proprio. Grazie alla mia lungimiranza somatica erano nate due nuove stelle del cinema: Nicola Ulkenbergo e Timo Glocco.

 

 val1.jpg128082048697EZ77.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vallo Calimero                                     Nicola Ulkenbergo

 

 

224cap007.jpg

Uomo di ghiaccio (Vallo Calimero)

 

 

 

 

 

 

 

icemanno raikkone.jpgUomo di ghiaccio (Chimio Raikkone)

 

 

 

 

 

 

 

iceman ulk.jpgUomo di ghiaccio (Nicola Ulkenbergo)

 

 

 

 

 

 

 

TopGun1.jpegUomo di ghiaccio (Vallo Calimero)

 

 

 

 

 

 

 

icemanno raikkone2.jpgUomo di ghiaccio (Chimio Raikkone)

 

 

 

 

 

 

 

icemanno hulkenbergo.jpgUomo di ghiaccio (Nicola Ulkenbergo)

 

 

 

 

 

 

 

17356-19821.jpgUomo Lupo (Barrio Tubbo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

uomo lupo raikkone.jpgUomo Lupo (Chimio Raikkone)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vediamo ora come se la cava Timo Glocco nei panni (sudaticci) del tenente Peto (pardon, Pietro) Miccello detto "Mavericco", al preclaro posto dell'inclito Tomo Crociera: ma prima apprezziamo, nelle foto seguenti, la forte somiglianza del nostro Timo con il Tomo di Ollivuddo...

 

Timo_Glock_300.jpg

Sembra davvero lui!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tom-cruisegg.jpg

mavericco glocco1.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Tomo Crociera                                              Timo Glocco

 

 

top-gun_l.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro Miccello "Mavericco" (Tomo Crociera)

 

 

mavericco nandino.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro Miccello "Mavericco" (provino iniziale di Fernando Alonso)

 

 

mavericco glocco.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro Miccello "Mavericco" (Timo Glocco)

 

 

 Un ulteriore vantaggio dell'aver affidato la parte a Timo Glocco deriva dal fatto che egli ha per fidanzata una fascinosa biondona che ben si attaglia al ruolo di Carletta (nome di codice di Carlotta Foresta Nera), bionda "istruttrice" boccoluta che nel film si invaghisce di Mavericco. Vediamo allora, nelle foto sottostanti, il confronto al naturale fra le due coppie, e poi il modo in cui Glocco e compagna sono riusciti a calarsi nelle rispettive parti:

 

tom-cruise-kelly-mcgillis-top-gun1212.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carletta e Mavericco (Chellia Macca Ghillisia e Tomo Crociera)

 

 

 

 C_27_photogallery_3215_GroupPhotogallery_listphoto_itemPhoto_6_immagine.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Isabella Reisia e Timo Glocco 

 [Ebbravo Timo Glocco! Alla facciaccia di chi ti reputava un allocco...]

 

 

3116409_std.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carletta e Mavericco (Chellia Macca Ghillisia e Tomo Crociera)

 

 

topo gano.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carletta e Mavericco (Isabella Reisia e Timo Glocco)

 

 

 Ron Tennis disse che, per onorarmi, voleva dare anche a me una parte in questo film: al che ho cominciato a preoccuparmi, sentendomi pervaso da un vago presentimento...e infatti i miei timori si rivelarono fondati. Vi lascio indovinare che personaggio mi ha fatto interpretare...

 

c8owo3mr150pro1w.jpghamilton_mcl_07_mm.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Clarenzio Gilliardo Il Giovane                   Luigi Amiltone

 

 

7288186.jpgsole calante amiltone.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Tramonto                                         Tramonto

(Clarenzio Gilliardo                      (Luigi Amiltone)

 Il Giovane)

 

 

 

Con il personaggio di Tramonto il mio decoro e la mia gloria hanno veramente toccato il fondo: un ruolo così crepuscolare, degno del Decadentismo primo-novecentesco, non l'avevo mai avuto. Spero solo che il prossimo passo non sia ritrovarmi al fianco di Ciucco Norrigi nella serie televisiva Camminatore, rangero del Texasso che tutti gli anni mandano quotidianamente in onda nel preserale di Rete4, e che in estate è degnamente sostituito da quel motociclista capellone del Rinnegato, interpretato da Lorenzo Lame. Comunque questa volta Ron mi sentirà: è la terza volta che mi affibbia un personaggio cinematografico di second'ordine o in ogni caso perdente, e questa non è cosa nè buona nè giusta.

Nella infinita efficienza della nostra casta (cast), siamo riusciti a trovare un nuovo interprete anche per il ruolo del capo istruttore Vipera, vero e proprio idolo della scuola di addestramento Top Gun, che si trova all'interno della base aerea di Miramare (e quindi vicino a Rimini: chi l'avrebbe mai detto?): e chi altri potrebbe sostituire l'attore Tomo Scherritto, se non, di nuovo, Riccardo Bransòne?

 

viper.jpg

vipera bransone.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Vipera (Tomo Scherritto)                              Vipera (Riccardo Bransòne)

 

 

Ma Ron non si accontentava ancora: voleva assolutamente trovare qualcuno che interpretasse, al posto di Giacomo Tolcano, il simpatico, dolce ed affettuoso comandante pelato della portaerei Impresa, da cui all'inizio ed alla fine del film decollano gli aerei di Mavericco e colleghi. E dopo affannose ricerche nello stanzone dei cimeli della F1 che fu, il candidato ideale emerse dal suo decennale oblio: era quella vecchia gloria di Nicola Lauda!

 

 

James-Tolkan-150.jpg

Lauda 3.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Giacomo Tolcano                                    Nicola Lauda

 

 

 78e1fde4.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comandante "Pungente" (Giacomo Tolcano)

 

 

stinger lauda.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comandante "Pungente"  (Nicola Lauda)

 

 

Per quanto riguarda gli aerei militari presenti nel film, per rimpiazzare quelli originali Ron aveva intenzioni categoriche, derivategli dalla sua deformazione professionale: per i caccia "F14 Tomocatti" statunitensi si sarebbero usate delle Mc Ladren dell'anno scorso appositamente riverniciate e dotate di ali ed armamenti, mentre i "Migghi" sovietici, con la loro brava stella rossa, sarebbero stati simulati al meglio dalle Ferrari, modificate con adattamenti analoghi. Inutile dire che Ron e tutti noi della Mc Ladren abbiamo intimamente e criminalmente gongolato nel vedere abbattute direttamente dalle nostre Frecce d'Argento così tante Ferrari...

 

Ron decise di sfruttare l'occasione, fintanto che eravamo in tema, per rivisitare un altro film degli anni Ottanta sulla contrapposizione aeronautica fra USA ed URSS: il meno conosciuto Volpe di Fuoco, di e con Clinto Foresta dell'Est. Per raccontare in due parole la trama, in tempo di Guerra Fredda i sovietici hanno realizzato, in due esemplari sperimentali, un velocissimo e sofisticatissimo caccia in grado di subissare tutti i velivoli e le difese americane; all'eroico maggiore statunitense interpretato da Clinto stesso tocca la difficile missione di infiltrarsi nella base militare russa dove si trovano gli esemplari dell'aereo e rubarne uno, pilotandolo fino in America per sottrarlo ai nemici e poterlo studiare accuratamente per arrivare a riprodurlo. Ancora una volta, quei Rossi dei Russi saranno impersonati dagli uomini Ferrari, che potremo toglierci il lusso di definire, reaganianamente, "l'Impero del Male", e che la perfetta organizzazione di noi occidentali della Mc Ladren  riuscirà a beffare sonoramente (come ai nostalgici tempi della storia di spionaggio che segnò l'anno del mio esordio in F1). Nella nostra versione del film, data la somiglianza già mostrata in ambito della Trilogia del dollaro, Clinto Foresta dell'Est sarà sostituito da Gensone Bottone (non a caso pilauta Mc Ladren), di cui provvederemo a simulare l'intercorso invecchiamento di circa 15-18 anni (il lasso temporale effettivamente passato fra i tre film di Leone e Volpe di Fuoco, ben riscontrabile nel mutato aspetto fisico di Clinto). Il suo omologo sovietico, ossia quel tenente colonnello Voscovo (zio di Vitalino Petrovo) che piloterà il secondo aereo Volpe di Fuoco per inseguire l'aereo trafugato, doveva quindi essere interpretato, per coerenza, da un pilauta Ferrari: ebbene, nella mia smisurata perizia somatico-fisionomica ho subito individuato l'uomo ideale, vero sosia dell'attore originale Caio Lupo...quel finnico ed ormai obliato biondone salutista che sul cibo non mette mai sale!

 

 

KaiWulff001.jpguntitled mika salo.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caio Lupo                                                           Mica Salo

 

 

59021.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tenente colonnello  Voscovo (Caio Lupo)

 

 

voskovo salo.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tenente colonnello Voscovo  (Mica Salo)

 

 

Attualmente abbiamo in cantiere la rivisitazione della grandiosa saga di Guerre Stellari: in questi film saremo noi della Mc Ladren a diventare il nerissimo, crudele e tirannico Impero del Male (come poi è giusto e naturale che sia), mentre i ribelli saranno esponenti delle altre squadre, vittime del nostro opprimente strapotere. In questo senso è una vera fortuna che il nostro cherubico Vettello assomigli così tanto a Luca Camminatore nel Cielo, giovane paladino della saga! Gli hanno già affidato la parte, naturalmente. Invece il suo amico ed alleato Iano Solo, per coerenza, dovrebbe essere un ferrarista...la parte non è stata ancora assegnata, quindi vedremo, ma potrebbe andare, perchè no, al carismatico Nandino! Ed il suo inseparabile amico peloso, Masticabacca, potrebbe essere Filippino, sempre che non si offenda. I due droidi potrebbero essere interpretati dai pilauti della Renolta o della Merdedes, ad esempio, ma questo si vedrà più avanti. Vediamo direttamente le immagini relative ai personaggi già assegnati...

 

LukeESB1.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luca Camminatore nel Cielo (Marco Amillo)

 

 

 

Sky vettello.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luca Camminatore nel Cielo (Sebastiano Vettello)

 

 

 

 joda.jpg                                                              joda totto.jpg               

 

 

 

 

 

 

 

Ioda (Franco Ozzo)                                           Ioda (Gianni Toddo)

 

 

 

joda[1].jpgjoda[1]totto.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ioda (Franco Ozzo)                      Ioda (Gianni Toddo)

 

 

 

2010_12_19-2010_12_19_23_48_27-jpg-48660.jpgGuardate bene questa foto...

(Bernino Ecclestòne)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Imperatore_Palpatine.jpgBernino Palpatine.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Imperatore Palpatine                        Imperatore Palpatine

(Iano Macco Diàrmide)                     (Bernino Ecclestòne)

 

 

 

 

 RonDennis.jpg

Si rimiri il faccione di Ron...

 

 

 

 

 

 

 

 

darth%20vader.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Darto Fenero/Darto Vadero    (Sebastiano Boschetto)

 

 

ron vader.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Darto Fenero/Darto Vadero    (Ron Tennis, in semitrasparenza)

 

 

Ora voglio farvi vedere come la nostra truppa cinematografica sia subito entrata nella parte anche nel normale ambito della F1...

 

lewisMS0112_468x317.jpgQui parlo con Bottone, già camuffato da anonimo soldato imperiale...

 

 

 

 

 

 

 

 

Dart_Fener_e_Soldato_al_Supermercato.jpgE qui Ron e Bottone, andati al supermarcato per comprare un po' di frutta per la truppa affamata, si dilettano in goliardie velatamente allusive...

 

 

 

 

 

 

 

Il nostro generoso e democratico Ron vuole anche concedere qualche interpretazione d'attrice alla mia esagitata Pussicatta, che non aspettava altro: ella gli ha chiesto di poter ripercorrere le orme della sua idolatrata Edvigia Fenecca, con cui mostra alcune somiglianze fisiche, nel rimacchio di una di quelle tante commedie sensuali e piccanti da lei girate negli anni Settanta e Ottanta con i vari Pippo Franco, Lino Banfi, Alvaro Vitali...una cosa è certa: il sostituto perfetto di Alvaro Vitali è già stato individuato pubblicamente tempo fa...

 

1.jpg2006todtportrait400dn5.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alvaro Vitali                                                             Gianni Toddo

 

 

 

progetto.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Gianni Toddo e Alvaro Vitali: gemelli separati alla nascita.

 

 

 

Ma vediamo ora come se la cava la Pussicatta nei panni (pochi e succinti) di Edvigia Fenecca...

 

 

big_01edwigefenech.jpgfenecca pussicatta.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                 Edvigia Fenecca                                            Pussicatta

 

 

 

 

FENECH%20by%20PASCUTTINI%203.jpg Mmm...l'Edvigia Fenecca!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

nicole_scherzinger_seno.jpgMmm(mmm)...la Pussicatta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se la cava bene, non c'è che dire...e sono bellissime ambedue.  È strano come,  in ogni virilità che si rispetti, la visione di tutte queste curve dia origine, per contrasto, ad un...rettilineo!

 

 

Il fatto di trasformare, nelle settimane in cui non ci sono Gran Premi,  il gran circo della F1 in una grande compagnia cinematografica ha portato anche un altro vantaggio: ora che tanti di noi sono importanti attori, Nicola Rosbergo abbasserà un po' la cresta e non si pavoneggerà più come prima per aver, come sostiene lui, "recitato nel celeberrimo film Titanico con il nome d'arte di Leonardo Di Caprio"!

 

 leonardo-di-caprio_450.jpgnico_rosberg3.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo Di Caprio                                           Nicola Rosbergo

 

 

 

 

a8138ed3-1c4e-49e8-8bf6-32f7e731c639.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nicola Rosbergo e Leonardo Di Caprio: altri due gemelli separati alla nascita.

 

A proposito di Titanico: sono casualmente venuto a sapere che il bisnonno di Gensone Bottone lavorava come manovale nei cantieri navali di Belfasto, ed ha preso parte proprio ai lavori di costruzione del colossale transatlantico poi tragicamente affondato. Questa rivelazione deriva da uno di quei fragorosi e confidenziali colloqui che intercorrono spesso fra papà Bottone ed il mio venale babbo Antonio, i quali, in qualità di vecchi lupi di mare, hanno un certo patrimonio esperienziale comune, tanto che passano molte serate insieme bevendo rummo e groggo, rievocando storie di tempeste e leggende di mostri marini e, soprattutto, raccontandosi sboccate battutacce marinaresche che li fanno scoppiare ogni volta in risa sguaiate che infastidiscono Ron e disturbano la sua ferale tetragonia. Ad esempio, sento spesso papà Bottone, parecchio alticcio, gridare complicemente a mio padre frasi come: "Cazza la randa! Cazza il fiocco! Assucca, assucca!" Al chè erompono entrambi in risatacce da osteria d'infimo ordine. Le loro esperienze in mare sono state tuttavia un po' diverse: babbo Bottone ha lavorato per anni come scaricatore al porto di Liverpollo, che ha sempre avuto la nomea di postaccio in cui si trovano i più rudi e truci lupi di mare dell'intero emisfero boreale; in seguito è diventato marinaio ed ha sfidato le più terribili burrasche dell'Atlantico con temerarietà ed incoscienza, rischiando varie volte la vita, specialmente in certi gorghi pazzeschi che si formavano al largo delle Azzorre...Mio padre, invece, da giovane, e prima di rinsavire, era un pirata dei Caraibi chiamato "Corsaro Nero" (gli hanno pure dedicato un omonimo film!) che seminava il terrore depredando, con la sua ciurma di bucanieri ipermelaninici, qualsiasi imbarcazione (dai gommoni alle portaerei, passando per i galeoni seicenteschi) intercettassero nelle acque tra le isole di Trinità e Tabacco, Granata, Barbadosso, San Vincenzo e Granatine, Santa Lucia, Martinica, Domenica, Guadalupa, Antica, Barbuta, Anguilla e Porto Ricco. Questa sua esperienza piratesca durò tuttavia solo tre anni, dopodichè diede formali dimissioni e mise la testa a posto, sposando mia madre e generando quel prodigio vivente che sono io.

Ma tornando a quell'orrendo doppio senso di "Assucca, assucca", mi viene in mente come papà Bottone, parlando con mio padre di questa bella iniziativa del cinema in Formula 1, abbia svelato con orgoglio che una volgare battutaccia marinaresca da lui inventata era stata ripresa - previa suo assenso -, nonché glorificata ed eternata da Stefano Spilbergo nell'immortale film "Lo Squalo" (o "Fauci", che è il sineddotico e limitativo titolo sassòne). Gli spettatori attenti e di buona memoria se la ricorderanno, è pronunziata scanzonatamente da Quinto (quel rude cacciatore professionista di squali impersonato da Roberto Boschetto)  poco prima che lui, lo sceriffo ed il biologo marino sàlpino sulla barca chiamata Orca per andare in cerca del pescecane assassino, e suona più o meno così (a seconda del doppiaggio): "Qui giace il corpo di Mary Succhiey [o forse Mary Sue Kyay], morta all'età di anni 106; fino a 15 anni rimase illibata, ma da allora in poi non si era più fermata!" e fragorosa risataccia. Grazie a quel caposaldo del cinema, dunque, l'inventiva sublime di papà Bottone avrà gloria nei secoli, e sarà ricordata quando le Piramidi di Giza e la Torre Eiffella saranno polvere.    Parimenti, ognuno di noi pilauti attori avrà sempiterna fama.

Torniamo ora ai film che abbiamo in programma di realizzare: Ron, volendo presto uscire dal solco imitativo delle pellicole già realizzate ad Ollivuddo, Cinecittà ecc., aveva una mezza idea di dedicare un film allo scomparso grande artista pop(olare) Andreino Varollo, quello che fece le serigrafie a colori psichedelici di Marilina Monoroa, Giacomo Lennone, Mao Tse Tungo, Lizza Tailora; ad interpretare il suo personaggio sarebbe proprio quel Bernino Ecclestòne che, per la sua fortissima somiglianza con l'artista, era stato accusato da quest'ultimo di plagio facciale; ma Bernino non esitò a ribaltare l'accusa a carico di Varollo e, grazie  alla persuasività dei suoi sesterzi, si procurò una giuria che gli diede ragione. Ma un anno dopo Varollo passò a miglior vita e Bernino, nella sua sconfinata magnanimità, lasciò cadere l'accusa, non volendo infierire sui parenti dell'artista pretendendo quel cospicuo risarcimento danni che la giuria amica aveva decretato per la violazione dell'iridescente unicità della sua immagine facciale. Ma vediamoli entrambi, ordunque!

 

6a00d8354834d753ef00e54.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bernino Ecclestòne                                        Andreino Varollo

 

 

 

 

ecclestone-warholsmall.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bernino Ecclestòne  ed Andreino Varollo: ulteriore caso di gemelli separati alla nascita.

 

 

Ma ci sono altri film biografici che potremmo dedicare a personalità illustri: ad esempio, si potrebbe realizzare un lungometraggio che narri i retroscena della recente apoteosi del Vettellino, forse dovuta ad un patto demoniaco la cui contropartita è stata la classica vendita dell'anima al Diavolo e, quindi, la conseguente caduta dal coro angelico dei cherubini, come il gestaccio di questa foto testimonia incontrovertibilmente:

 

tumblr_lfw9pjPo5U1qdb8w9.jpgSebastiano Vettello

[Interpretazione: "in medio stat virtus"]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oppure si potrebbe dedicare un film alla mia millennaristica figura  messianica , ed all'ardua missione salvifico-redentiva verso l'attuale umanità derelitta che porterò a termine con successo grazie al mio sovrumano casco giallo cadmio, inottenebrabile faro di civiltà e speranza nelle aterrime latebre della perversione universale e della dissolutezza dei costumi. A tal proposito si osservi, nella foto sottostante, l'esoterica simbologia mistica del mio casco: il numero 1 e la stella a tre punte logo della Merdedes non significano solo che  ero (e ancora sono) il primo pilauta del circo e corro su un macchinone motorizzato dalla casa di Stoccarda, ma anche e soprattutto che sono unico e trino.

 

lewis_hamilton_9_01.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono io, Luigi Amiltone: non c'è bisogno di presentazione.

 

 

Ma so che la più grande e nobile aspirazione di Ron sarebbe quella di dedicare una pellicola all'immortale figura del nostro fondatore Bruccio Mc Ladren, e celebrare i prodigi che era stato in grado di attuare nella sua breve esistenza mortale: il più clamoroso fu quello rappresentato nella foto seguente. Ebbene, Bruccio teneva in casa una simpatica tartarughina tropicale del tipo dalle orecchie gialle (come il mio casco! È destino!), e un giorno, sentendosi infervorato da un bizzarro afflato profetico e da una sorta di francescano amore per ogni creatura vivente, le promise, con commozione paterna: "Ti renderò l'animale terrestre più veloce al mondo!" E per farlo le diede il sublime nome "Mc Ladren", scrivendoglielo sul carapace (come si può vedere nella foto, aguzzando la vista). Mc Ladren, quando stava fuori dall'acqua, era già da prima in grado di ridicolizzare, con il suo passo, lombrichi, lumache e formiche; adesso, con quel battesimo del nuovo nome sacrale, era pronta a surclassare ben altri avversari. Bruccio le fece infatti fare una gara di velocità con un gatto profondamente addormentato, e Mc Ladren vinse lasciando il concorrente ai blocchi di partenza; e tutti noi sappiamo quanto sia fulminante lo scatto felino. Dopo mesi di intenso e tenace allenamento casalingo, Mc Ladren era pronta a sfidare ben altri felini, questa volta per il primato mondiale di velocità terrestre. La gara ebbe luogo alle prime Olimpiadi Animali tenutesi nel 1966 in un paese africano vicino alle isole Marianne ed alla Groenlandia settentrionale, e vide la piccola tartarughina Mc Ladren, irrisa e sbeffeggiata dal pubblico balordo, miscredente e ignorante, sfidare nei canonici 100 metri il più quotato ghepardo Ferrario, preventivamente imbottito di sedativi. La gara iniziò: Mc Ladren prese subito il comando, mentre il ghepardo rimase immobile a testa bassa e occhi chiusi, forse per cercare l'adeguata concentrazione. Quando il rettile di Bruccio fu a mezzo centimetro dal traguardo agognato, Ferrario ebbe un sussulto, si alzò di scatto con un colpo di reni e cominciò una disperata rincorsa...ma vinse la turbo-tartaruga, con 1 secondo e 715 millesimi di margine. Mc Ladren era il più veloce degli animali terrestri: Bruccio aveva realizzato uno di quei miracoli che solo  la determinazione pugnace, unita alla forza dell'amore e di quella fede che sposta le montagne, può rendere possibile. Da quel mitico animaletto Bruccio prese lo spunto per realizzare, con una monoposto, lo stesso prodigio: nacque così il primigenio nucleo della scuderia Mc Ladren, il cui potere mistico confluì intatto, dieci anni dopo la morte dell'eroe, in quell'araba fenice che era la Mc Ladren Internazionale fondata da Ron ed anodini compari (per questo si veda il mio post Fotoalbum di Ron).

 

Bruce-Mclaren-298x270 ingrandimento.jpgBruccio e Mc Ladren

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Vedremo quali e quanti di questi ambiziosi progetti cinematografici ci sarà possibile realizzare e  portare a termine con successo...nessuno di noi pretende di essere un superuomo...

 

 

 Superman02.jpg                                                                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sì, insomma, quasi nessuno...

 

 

Per approfondire le tematiche cinematografiche, nella mia sovrumana attitudine all'erudizione, ho cominciato a frequentare con profitto ed interesse un nuovo cineforum, stratosfericamente più analitico ed avanzato di quell'insulso incontro sul Cinema descritto nel lontano inizio di questo post(o). In ogni incontro svisceriamo, nell'arco di 4 ore, un solo fotogramma del film in questione (e ci sono in programma almeno 200 film...). Una delle più grandi e rivoluzionarie rivelazioni di questo corso è stato il sentir argomentare, a proposito del celebre film Parco Giurassico, la necessità di estraniarsi sia dalla prospettiva ideologica antropocentrica che da quella dinosaurocentrica per cogliere il vero e profondo dramma della storia narrata, ossia la tragedia esistenziale di quella povera zanzara fossilizzata nel piccolo globulo d'ambra innestato, a mo' di pomolo, in cima al bastone di quel vecchiaccio immondo di Giovanni Ammondo.

Orbene, a quello sparuto manipolo di eroi che mi ha seguito fino a qui, attraverso queste poche righe disadorne, devo confessare che sono quasi arrivato a metà della mia breve introduzione. Dopo altrettanto testo ed immagini approderò finalmente al primo dei 216 capitoli di questo post(o), ognuno dei quali vanterà una media di 16.000 pagine, intendendo per una pagina tutto ciò che ho scritto fin qui. Naturalmente scherzo: purtroppo, e dico purtroppo, per il momento non ho altro da aggiungere, e dunque mi congedo e mi accomiato prima di sentirmi rivolgere uno pseudo-ciceroniano: "Quo usque tandem, Amilton(e), abutere patientia nostra?".      

13/06/2011

Agli Inferi

Dopo la fortunosa apoteosi di Gensone Bottone, ecco che torna, mesto e contrito come un'ombra dell'Averno, Luigi Amiltone. Il riferimento infernale è quantomai adatto, e tra poco capirete perchè...ebbene, ieri, come avete visto, dopo pochi giri ero già fuori con la macchina ridotta ad un rottame. Dopo aver lanciato anatemi solfurei al destino beffardo e alla sordida macchinazione ordita contro di me dal Vebberone e da Bottone, mi sono messo a conversare amabilmente con un commissario di percorso: abbiamo parlato  per qualche minuto dei filosofi neoplatonici e della loro feconda influenza sugli umanisti. All'improvviso, nel bel mezzo della dissertazione, alla radio una minacciosa voce Mc Ladren gracchia, con tono da ultimatum: "Da Ron, subito!" Io, ricordando come mi avevano messo in croce (cruz) per le mie arrembanti manovre al GP di Montecarlo, e facendo la somma con gli incidenti appena avvenuti, temevo di non tornare vivo da quel colloquio. Proposi subito al commissario uno scambio di persona: gli concedevo l'onore di infilarsi la mia tuta ed il mio venerabile casco giallo e di presentarsi da Ron al mio posto, in incognito, mentre io sarei subito fuggito verso l'arcipelago artico canadese, da cui non avrei più fatto ritorno. Ma quello sciagurato rifiutò; gli proposi allora di venire con me al colloquio e di farmi da guardia del corpo, frapponendosi fra me e la furia di Ron; rispose che era questione di cifra, e io gli offrii 20 dollari. Lui rispose che voleva il mio intero patrimonio e la Pussicatta; a quel punto lo mandai a quel paese e, rammentandomi d'essere un impavido omaccione, mi diressi eroicamente verso il paddocco, guadagnando la scatola (box) Mc Ladren, sopra la quale le nubi erano ancora più nere che in pista. Arrivato davanti all'ufficio di Ron, la cui porta era chiusa, il terrore mi assalì e volli scappare, ma tutti i meccanici Mc Ladren mi circondarono brandendo grosse chiavi inglesi e mi sibilarono all'unisono: "Entra". Varcai la soglia e richiusi la porta; poi mi feci il segno della Cruz, ricordandomi di quella volta che, infiltrato alla sede Red Bullo, ero ormai spacciato, e la bella Penelope omonima venne tempestivamente a salvarmi. Ma questa volta non servì: lei non arrivò...anch'ella evidentemente era terrorizzata da Ron fino al midollo. Nella stanza c'erano Ron, più scuro che mai in volto, e Martino Wittimarcio, che sembrava spiritato, posseduto da qualche demone. In quella stanza prima c'era un solido tavolone di metallo: ora esso era stato selvaggiamente sfondato nel mezzo, ed era un contorto groviglio d'alluminio. Con una manata Ron lo scaraventò contro il muro, scrostandone l'intonaco, e, dopo aver ringhiato orrendamente, cacciò un ruggito tanto assordante che fece crepare il pavimento e i muri. Per qualche attimo rimasi assordato, e mi usciva sangue dalle orecchie...(Martino e Ron invece avevano i tappi). Guardai per terra, e mi accorsi che nel pavimento c'era una grande botola, che prima era coperta dal tavolo. Dopo qualche attimo recuperai l'udito, ma rimasi frastornato, sentii solo Ron che diceva: "Tranquillo, io non ti farò nulla". Questa notizia mi rassicurò molto. Con un certo sgomento, però, vidi che dal soffitto cominciò ad abbassarsi una gabbia di metallo sostenuta da alcune catene, proprio al di sopra della botola. Ron mi fece segno di entrare nella gabbia, ma io subito esitai. Arrivò Martino Wittimarcio, e con un ghigno diabolico mi strappò dalle mani il mio scintillante casco giallo, che avevo ancora con me, e mi spinse dentro la gabbia, poi la richiuse. Egli, assatanato, mise il mio casco vicino ad altri due caschetti gialli da quattro soldi: tutti e tre cominciarono a brillare e riardere di luce propria, sicchè Martino gridò: "Questo è il terzo; quando avremo gli ultimi due la Mc Ladren dominerà il mondo!" Poi bevve una specie di vino rossastro ammuffito, si mise un copricapo tribale e cominciò a recitare astruse formule magiche celtico-dravidiche, con gli occhi iniettati di sangue. Io ero sgomento, e tra l'altro quella scena non mi era del tutto nuova, mi sembrava di aver già visto qualcosa del genere, ma non ricordavo dove e quando. Martino venne accanto a me, tentò di ipnotizzarmi e mi mise rapacemente una mano sul cuore. Io chiusi gli occhi e lottai, sentendo la sua mano che mi strappava la tuta e cercava di penetrare nel mio petto...ma alla fine non ci riuscì e Martino desistette. In compenso girò una ruota e la botola si aprì: sotto di me c'era una voragine vertiginosa, una specie di camino vulcanico con in fondo un mare di lava...la gabbia cominciò rapidamente a scendere verso quell'inferno, e io deposi ogni speranza di uscirne vivo...il magma era sempre più vicino, e io mi sentivo ormai la faccia bruciare...le mie scarpe di gomma si squagliarono alla svelta e io vidi imminente il trapasso nel paradiso degli anglo-caraibici (siamo un'elite etnica così esclusiva che abbiamo un empireo tutto nostro!). Improvvisamente, la gabbia si fermò a un paio di metri dalla lava ribollente: lassù in superficie sentii una disperata voce femminile che diceva: "Farò qualsiasi cosa, ma tiratelo sù, piuttosto prendete me al suo posto..." Era quella mentecatta della Pussicatta (perchè aveva aspettato così tanto a farsi viva per immolarsi al mio posto?). Lentamente la gabbia si sollevò, ed un Luigi Amiltone quasi arrostito riemerse dal baratro infernale e fu liberato.
La Pussicatta, poco vestita, era fra le braccia di Ron; con mia somma sorpresa vidi anche Penelope Cruz, proprio lei (non mi aveva abbandonato, era solo in ritardo!) avvinghiata a Martino Wittimarcio, il quale con sguardo sadico e voglioso stava giocando a bocce dentro il reggiseno di lei. La prima cosa che feci da libero fu recuperare il mio casco, rompendo il sortilegio malefico; dopodichè, senza dire una parola a nessuno, me ne andai sbattendo la porta. La Mc Ladren era diventata per qualche minuto un vero Tempio Maledetto, ed io non volevo restarci un momento di più. Dietro la porta c'era ancora il crocchio dei meccanici, non più armati, ma sempre assiepati ad origliare. Vedendomi uscire vivo da lì rimasero allibiti, e cominciarono a pensare che fossi resuscitato. Minacciai di denunciare la loro condotta poco professionale a Ron, e tornarono tutti al loro posto in un batter d'occhio. E' stata un'esperienza terribile, ma un campione come me deve sempre saper individuare il lato positivo di ogni situazione: stando così vicino alla lava mi sono abbronzato ulteriormente, incrementando ancor di più il mio fascino esotico. Inoltre, penso che d'ora in poi sarò esente da raffreddori e dolori reumatici. Ma ecco l'altra faccia della medaglia: essendo ancora più nero, ora i commissari mi penalizzeranno ancora di più!

09/01/2011

Amiltone ed il calcio

Giacchè il piatto delle notizie di Formula 1 piange, trovandoci in un periodo di bassa marea agonistica, Luigi Amiltone estrarrà a viva forza dal suo animo esulcerato altri tristi ricordi e tormentate esperienze del suo passato. Parlerò dunque del mio travagliato rapporto con il calcio, che è stato tiepido sfondo alla mia gioventù del tutto guidereccia e per nulla godereccia. Ebbene, da ragazzetto volevo entrare nella Primavera dello Stefanaggio, lo squadrone del paesotto sassòne che la leggenda spaccia per il mio "natio borgo selvaggio": chiesi il permesso a Ron Tennis, a cui - come ho raccontato a suo tempo - ero stato venduto da mio padre Antonio alla tenera età di 6 anni. Ron si oppose decisamente e recisamente, e io pensavo che ciò derivasse soltanto dal suo feroce campanilismo, che gli faceva prediligere la squadra di calcio della sua cittadina, il temibile Vochingo, già detentore per sedici volte dello scudetto vichingo, competizione primo-novecentesca di carattere più che altro folkloristico: gli dissi quindi che sarei entrato volentieri nelle gloriose giovanili del Vochingo. Ma Ron scosse nuovamente la testa: mi disse che non avevo capito il punto, e che non si trattava di scegliere tra lo Stefanaggio ed il Vochingo, bensì di concentrare tutte le energie sulle corse kartistiche (in cui a volte m'inkartavo) e sulle future corse automobilistiche, senza sprecare tempo, energie ed integrità fisica in altri sport, per di più triviali sport di massa (povero Filippino). Il mio tiranno mi fece notare che, se avessi giocato a calcio, anche un banale pestone fortuito avrebbe potuto mettere fine alla mia carriera di pilauta: non potei dunque far altro che dargli pienamente ragione, ed abbandonare l'aspirazione al calcio giocato. Dissi allora che mi sarei limitato al tifo: ma Ron improvvisamente s'imbufalì ancora di più, e tuonò che il tifo è una delle peggiori malattie mai esistite, e che sua nonna ne morì all'età di cinquantasei anni. Aggiunse che in Europa è ormai debellato, ma che in buona parte del mondo, inclusi i Caraibi che mi diedero i veri natali, miete ancora numerose vittime. Chiesi solennemente perdono a Ron per quella mia sciagurata intenzione, e giurai di evitare il tifo più della peste e della lebbra messe insieme. Ma dentro di me, in realtà, quella del tifo era una passione insopprimibile, ed io non ci vedevo nulla di pericoloso, tant'è che avevo molti amici che andavano allo stadio ogni domenica e continuavano a godere di ottima salute. Cominciai dunque a tifare all'insaputa del tetragono Ron, e la prima squadra di "Prima Lega" che suscitò le mie simpatie fu il Tottenham (trivialmente soprannominato "il prosciutto di Totti"). L'aspetto che mi attrasse fu una sorta di aura mistica che pervadeva la squadra ed il suo gioco, una sorta di attesa messianica e millennaristica dell'arrivo, o meglio dire dell'avvento, di Francesco Totti: la squadra era stata per l'appunto fondata e plasmata nella remota speranza che egli ne diventasse, un fatidico giorno, capitano. Infatti durante il mercato non si parlava d'altro: "Totti è vicino", "Arriverà a breve", "Totti al Tottenham al 79%", "Le nostre speranze stanno per essere esaudite"...ma non arrivava mai. "Abbiate fede, arriverà", dicevano i dirigenti, e guardando verso l'alto, in una sorta di estasi trascendente, soggiungevano "Un giorno scenderà dal cielo..."; io, spazientito, osservai: "Per forza scenderà dal cielo, arriverà pur sempre in aereo, o no?". A me sembrava una frase pragmatica ed assennata, ma secondo loro avevo rotto l'incantesimo dell'attesa millennaristica, e decisero di espellermi dalla tifoseria ufficiale ed organizzata. Ma andandomene dissi loro che lo facevo con piacere, e che bisogna proprio essere dei poveri illusi e dei bei creduloni per tifare Tottenham, o quantomeno per aspettarsi che Totti ne diventi il capitano. Mi rivolsi dunque ad una nuova squadra londinese, l'Arsenale, il cui nome roboante mi aveva sempre affascinato. Inizialmente era una bella squadra, armata fino ai denti, ma in breve tempo la vidi indebolirsi: ebbi la netta impressione che qualcuno volesse smantellare l'Arsenale, e la bruciante conferma l'ho avuta quando ho visto emigrare il mio amico Tierrico L'Enrico, quel francese dal colorito simile al mio e dai connotati non troppo diversi. Dopo un colpo del genere, ho deciso di abbandonare l'Arsenale e diventare tifoso del Celsi: lo sCelsi perchè i giocatori in rosa mi sembravano ecCelsi. Ma fui in breve disgustato dal comportamento di Scevocenco, e dalle sue continue oscillazioni mercenarie tra Milan e, per l'appunto, Celsi, con il pretesto di ipocrite infatuazioni di maglia e strampalate scuse linguistiche. Fu così che smisi di tifare per i Blu, e, deluso da tutte le principali squadre londinesi, decisi di tifare per il Liverpollo di Raffaello Benitezzo. Sembrava una compagine solida e aggressiva, degna dei livelli di Luigi Amiltone, ma nel 2009 la vidi andare in crisi e mi disamorai. In più Benitezzo, nel 2010, la lasciò per andare ad allenare in Italia...io lo scongiurai: "Ripensaci, Benitezzo, o lo rimpiangerai per un bel pezzo". Come si è visto avevo ragione, ma Raffaello quando sente le sirene è così, va dove l'arrosto sembra più succulento. Deluso anche dal Liverpollo, mi rivolsi al Mancestero Unito, ma vidi che da quando Musulmano Ronaldo era emigrato verso la Spagna non era più la stessa squadra. Il bombero Vaìno Runeìno (il più giovane esperto dell'antico alfabeto celtico e vichingo delle Rune) fa quello che può, ma anche lui sembra avere perso un po' di smalto. Come ultima spiaggia sono dunque approdato, pochi mesi fa, nella tifoseria del Mancestero Città. Sembrava finalmente che potessi definitivamente accasare il mio tifo, quando mi è successo un episodio inqualificabile che mi ha fatto spezzare, in pochi secondi, tutti i ponti con il calcio, e per sempre. E quanto è successo è un'atroce riprova della malignità inestirpabile dell'animo umano. Mi è stato rivolto un insulto che non sta nè in cielo nè in terra, e che persino gli abissi ripudiano. Ebbene, in sintesi: qualche domenica fa ero allo stadio, seduto in prima fila,  a tifare per il Mancestero Città. Ad un certo punto Balotelli segna una rete mirabile, e viene a festeggiare sotto la curva, guardando un po' a sinistra e un po' a destra, come per cercare qualcuno di preciso fra i tifosi. Dopo aver guardato nella mia direzione, urla, festante: "Questo gol lo dedico a quel biondino che sta in prima fila!". Ecco, qui si colloca una frattura insanabile che spezzerà in due la storia dell'umanità; qui il tempo, per decenza, avrebbe dovuto fermarsi e, con faccia sdegnata, imporre al genere umano una gemebonda pausa di riflessione. Ma torniamo alla cronaca di quel giorno: io, incredulo e inorridito, rimasi per qualche secondo paralizzato dallo sgomento, dopodichè cominciai a guardare i tifosi che avevo di fianco, nella speranza di trovarne uno biondo, cosa che avrebbe risolto tutto. Ma di fianco avevo soltanto ragazzi bruni e prosperose fanciulle more, tranne una dai capelli rossi: Balotelli, con sommo sfottimento, stava proprio dicendo a me. E gli altri sembravano non aver dato nessun peso alla cosa, nessuno era inorridito. Avvampai di una collera inaudita, mi alzai e andai furente contro la rete, gridando al giocatore: "Vieni qui, che ti faccio albino!!!" Ma lui era di spalle, stava facendo un trionfale giro di campo. Martino Wittimarcio, che era allo stadio con me, ma che al momento dell'insulto era una decina di metri più in là (era andato a comprarsi un panino ammuffito con della mortadella andata a male, e stava tornando al suo posto), venne a trascinarmi via dalla rete, e mi ricondusse a sedere, tranquillizzandomi dicendo che la Mc Ladren avrebbe agito per vie legali contro quel barbaro, e che lui stesso avrebbe raccontato l'episodio agli avvocati, e inoltrato alla magistratura un corposo fascicolo con testimonianze giurate di tutti i presenti allo stadio. Detto questo ce ne andammo, perchè io decisi irrevocabilmente di aver chiuso con il calcio. In vita mia ho subito onte di tutti i tipi, ma questa le batteva tutte. Mi hanno dato dell'impostore, dell'ingrato, del ladro (quando in India mi accusarono di aver rubato una delle pietre sacre di Shankara), del profanatore di tombe, dell'aguzzino, dell'idiota, dell'abbronzato, del niggher; mi hanno scambiato per Giampaolo Montoya, per Kartikeyano, per Carogno Ciandocco, per uno del Terzo Mondo, e tutto questo ci può stare: ma farmi dare impunemente del biondino è decisamente troppo. Qualcuno potrebbe osservare che, in confronto al tenebroso Balotta, persino io posso sembrare biondo: ma equipararmi a gente come quel beone di Raikkone e quel fannullone di Gensone Bottone è il più atroce atto di terrorismo psicologico che si sia mai concepito. Comunque sia, col calcio è finita. Anche perchè quell'infingardo di Martino Wittimarcio, che aveva assicurato di inviare la pratica ai nostri legali, mi ha raccontato una balla: ho intravisto che l'incartamento è ancora nel suo ufficio, interamente ricoperto di polvere, muffa e ragnatele, e ci ha appoggiato sopra torsoli di mela e bucce di banane di qualche settimana fa.

11/12/2010

Alla conquista della Russia

Negli ultimi anni Bernino Ecclestòne si è strenuamente battuto, con le unghie e con la dentiera, affinchè la F1 approdasse in Russia: alla fine di quest'estate, come aveva riportato Virgilietto, il suo desiderio è diventato realtà, e pare proprio che già nel 2012 noi tutti correremo sul suolo ex sovietico. Bernino, ebbro di questo successo, non ha esitato a definirsi come conquistatore pacifico della Russia, sottolineando di essere riuscito, con le buone maniere, laddove grandi condottieri della storia come Napoleone ed Adolfo Itlerodolfo avevano miseramente fallito. Addirittura, nelle sue anacronistiche fantasie oniriche di ottantenne, Bernino si vedeva già proclamare "Zar di tutte le Russie" da un popolo festante riunito simbolicamente ai piedi dei monti Urali, su entrambi i versanti europeo ed asiatico, mentre lui, intrepido scalatore, conquistava la vetta più alta e gridava al mondo la sua volontà di dominio. Ma poi il sogno puntualmente finiva, e il caro Berni si ritrovava nel suo freddo lettuccio, col cuscino quasi ricoperto di pillole di sonnifero, allucinogeni, supposte e anche alcune pillole azzurre scadute, che la sua compagna brasiliana gli ha sempre comprato a profusione e con estremo piacere. Comunque sia, Bernino ed il premiero russo Putìno (che molti anziani emiliani considerano piuttosto infantile) hanno concordato, in vista del futuro GP di Russia, una strategia di intensa promozione turistico-culturale delle bellezze di quel Paese, ancora non molto visitato dagli Occidentali e dai Meridionali. I primi destinatari di questo progetto saremo proprio noialtri, i pilauti di F1, che verremo guidati e sollecitati dal nostro mentore (e Tiresia) Vitalino Petrovo, eroe nazionale russo, a visitare e conoscere la grande nazione.                                                                                                                                                               Il suddetto Vitalino, per coniugare l'utile al dilettevole, per non dire al godereccio, intendeva cominciare l'operazione molto "alla larga", proponendo inizialmente delle gite turistiche individuali guidate a prezzi agevolati soltanto alle fidanzate e compagne dei pilauti (il loro parere positivo avrebbe senza dubbio indotto i compagni a prenotare una seconda serie di viaggi, stavolta a prezzo pieno, per un'incantevole vacanza di coppia): ovviamente sarebbe stato Petrovo a fare da guida ad ognuna di loro, in quelle escursioni singole. Il primo che Vitalino tentò di abbindolare con questa subdola offerta fu il suo amico Gensone Bottone: Vitalino gli chiese se era d'accordo che la sua Gessica (che di per sè era entusiasta all'idea del viaggio) passasse tre giorni e quattro notti alle sorgenti del Volga con lui, che le avrebbe mostrato panorami mozzafiato. La fortuna di Gensone fu che di fianco a lui c'era Martino Wittimarcio, che una volta sentita la domanda commentò così: "Questa proposta mi piace: sento che c'è sotto del marcio!" Così Bottone, messo in guardia, rifiutò con decisione, tra le calde e disperate lacrime della sua Gessica. Subito dopo, quel lestofante di Vitalino venne da me e dalla mia Pussicatta, ed ebbe il coraggio di chiedermi se la lasciavo andare con lui per quattro giorni e quindici notti sulla penisola del Taimiro (estremità nord della Russia). La Pussicatta era euforica e raggiante, non vedeva l'ora di partire con quel biondino, ma io non ci vedevo chiaro, e chiesi il perchè di così tante notti, e che cosa avrebbero fatto in quelle gelide nottate al Taimiro. Quella scostumata Pussicatta replicò: "Beh, per scaldarci potremmo fare...ehm, no, niente", e si fermò lì in extremis, la mentecatta. Al mio sdegnato rifiuto Vitalino ha cominciato ad insistere, fissandola con bramosia, voluttà e concupiscenza: lei lo ricambiava con occhiate di languida lascivia e libidinosa lussuria...ma il mio veto rimase inflessibile. Vitalino disse allora che avrebbe rivolto quell'offerta vantaggiosa alla dolce metà di Carogno Ciandocco: evidentemente credeva, concedendo su due piedi ad un pilauta di così basso lignaggio e piccolo calibro un privilegio che originariamente spettava a me, che io sarei avvampato di stizza per un simile oltraggio, e avrei finito per accettare lo stesso la proposta indecente; invece, armandomi della mia infinita prodigalità, riconobbi che "Carogno merita questo onore molto più di me". Vitalino, fregato, provò dunque con Ciandocco, che però al momento era singolo, perchè la sua ragazza lo aveva tradito con Kartikeiano. Vitalino, cominciando ad intuire che con quella tattica non avrebbe mai convinto nessun pilauta a lasciar partire la propria dolce metà, pensò di fare un ultimo disperato tentativo nientemeno che con la pupa di Bernino, considerando che lui, anziano ed affaccendato com'è, potesse avere un momento di debolezza. Ma Bernino, ridacchiando, gli rispose: "E io dovrei lasciarla venire con te? Si vede proprio, mio caro Petrovo, che sei appena uscito dall'uovo". Vitalino decise dunque di cambiare tattica, e di proporre a pilauti e fidanzate rassicuranti viaggi di coppia, sempre con lui a fare da guida. Gli introiti sarebbero stati minori, ma pazienza...Tuttavia, le risposte che ottenne non furono lo stesso di tenore molto positivo...vediamone alcune.                                                
Il primo a cui Vitalino si rivolse fu Filippino, che, all'interno della scatola [box] Ferrari, rispose così: "Russia? No, là fa troppo caldo per i miei gusti". Di fianco a Pippino c'era Nandino, che aveva sentito tutto. Vitalino, memore del loro infuocato conto in sospeso risalente all'ultimo GP, tremava come una foglia, e stava pensando di non chiedergli niente, ma Ferdinando delle Asturie, con un ghigno satanico, lo apostrofò: "Come sarebbe, Vitalino, a me non chiedi niente? Proprio niente? Vieni avanti, su, io non ti serbo rancore...mica ti mangio..." Ma mentre diceva così, si fece dare da Colajanni una chiave inglese lunga un metro e larga 10 cm. Vitalino, trepidante, gli propose il solito tour in Russia, e Nando, apparentemente pacato, disse che sua moglie non poteva venire, ma che lui sarebbe venuto volentieri in Russia a passare varie giornate e nottate a tu per tu con Vitalino, sempre spalla a spalla, a condizione che gli fosse consentito portare quella chiave inglese...detto questo Nandino, con gli occhi iniettati di sangue, la brandì minacciosamente in aria, e cacciò un urlo di ferocia preistorica. Vitalino, terrorizzato, se la squagliò in un nanosecondo. Una volta ripresosi fece la sua proposta a molti altri pilauti, ricevendo risposte tanto strampalate ed ignoranti che avrebbero fatto cadere le braccia a chiunque...Il Vebberone: "Ci sono già stato in Russia, sulle Montagne Rocciose, e una volta mi è bastato"; il Vettellino: "Ho terrore dei piranhas e delle anaconde"; Schiumàcchero: "Amo molto l'Italia, ma la Valle d'Aosta e la Russia sono due regioni che non mi sono mai piaciute"; Lucasso di Grasso: "Russia? E' uno di quegli staterelli nuovi vicino alla Moldavia? Non mi va di andarci"; Barrichello: "I boscimani mi fanno paura"; Carogno Ciandocco: "Ci sono già stato... una volta partii a piedi dall'India settentrionale e camminai per giorni e notti verso nord, finchè arrivai a delle montagne insormontabili e coperte di ghiaccio: era per forza di cose il Polo Nord, e dato che tra l'India e il Polo Nord c'è di mezzo la Russia, ci sono già stato". Lo sconsolato Vitalino pensò che almeno il proprio compagno di scuderia, quel Roberto Testa-Cubica che viene dalla non lontana Polonia, conoscesse bene la Russia, ne apprezzasse le bellezze e volesse soggiornarvi: ma il polacco rispose:"Ci sono già stato poco tempo fa, in Russia: il monumento che mi è piaciuto di più è il Taggio Maiale". Vitalino, non capendo a cosa Roberto si riferisse, gli chiese precisazioni, e Robertino: "Massì, quel tempio...come lo chiamate in russo...? Ah sì, il "Taj Mahal"  ". Petrovo, sprofondato in un abisso di desolazione, se ne andò a passi lenti...la notizia di quei viaggi si era sparsa, e i pilauti ne parlavano tra loro, cosicchè Vitalino potè indirettamente sentire anche i commenti di alcuni colleghi a cui non aveva ancora posto la domanda...Adriano Sottile confidava a Timo Glocco che non gli sarebbe piaciuto andar là a mangiare gli involtini primavera; Cristiano Clieno diceva a Gensone Bottone che la Russia e tutti gli altri stati africani erano delle pericolose polveriere, e il fannullone targato Vodafòne era d'accordo. Vitalino, atterrito, stava rientrando a casa, quando d'improvviso gli corse incontro Sebastiano   Bu(sc)emi, dicendogli che lui e la sua miss volevano fare un bel viaggio in Russia. Gli occhi di Petrovo, prima spenti come i cieli dei crepuscoli siberiani in Dicembre, tornarono d'un fulgido azzurro rilucente, come i radiosi zampilli delle sorgenti del Volga in una giornata estiva. In un clima di contagiosa euforia Vitalino cominciò tutti i preparativi e, due giorni dopo, i tre arrivarono in aereo a Mosca. Dopo quattro giorni di visita della città, essi salirono su un treno della linea Transiberiana alla volta delle sperdute foreste della Siberia Orientale, per trascorrere qualche settimana nella natura selvaggia. Quando scesero dal treno erano nella remota regione della Jacuzia: camminarono verso nord-est per qualche giorno, sempre sotto la sapiente ed esperta guida (indigena) di Petrovo; a un certo punto, in una vallata incuneata tra monti desolati, trovarono una baracca di legno abbandonata, e lì si accamparono. Trascorsero alcuni giorni memorabili...la natura era incontaminata, Bu(sc)emi era simpatico e la sua miss conturbante e prosperosissima. In un moto d'orgoglio, ella confessò a Vitalino che aveva una quindicesima misura di seno. Petrovo, che già era bianco per il freddo, impallidì ancora di più, e la sua pelle divenne quasi trasparente, tanto che se non ci fossero stati i capelli sarebbe stato forse possibile leggere, nel suo cervello, le vogliose fantasie che gli stavano passando per la testa. Ma ben presto il rossore per quella clamorosa rivelazione gli fece tornare normale il colorito, e fu salvo. Fu il momento di coricarsi: Sebastiano Bu(sc)emi, amichevole ma sospettoso, aveva eretto, all'interno della baracca, una specie di palizzata lignea che doveva separare l'alcova sua e della sua metà dal solitario giaciglio di Petrovo. Quest'ultimo, relegato in una fredda solitudine, non riuscì a dormire...e dato che l'indomani avrebbero dovuto cominciare il viaggio di ritorno, ne approfittò per studiare le cartine. Per fare il fenomeno agli occhi dell'avvenente ragazzona, e convinto ormai di conoscere l'intero territorio russo a memoria, aveva comprato delle carte mute, ed ora non riusciva a capirci niente, non si orientava neanche a morire. Non aveva idea di come tornare indietro. Verso l'alba si svegliò Buemi, e gli chiese appunto se aveva studiato il percorso di ritorno: Vitalino, mortificato (che ossimoro!!!), confessò che non si sapeva orientare. Buemi sudò freddo: lui, guardando una mappa, non sarebbe stato in grado di distinguere la Svizzera dalla Sicilia. Per non parlare della sua fidanzata: raccontò a Petrovo una frase che lei ripeteva spesso, secondo la quale l'unica nozione di carattere pseudo-geografico che ella deteneva nella sua mente era questa frase pronunciata anni prima da quel buongustaio del suo insegnante di geografia delle scuole medie: "Rispetto al tuo seno, la Terra è piatta". I due omaccioni, al contempo imbarazzati e preoccupati, volevano assolutamente ritrovare la via del ritorno prima che la bella addormentata si svegliasse, per non fare figure barbine e soprattutto non farla arrabbiare, perchè Buemi assicurava che in caso di collera ella era capace di sfoderare delle rovinose tettate nucleari. Vitalino Petrovo, che non era appena uscito dall'uovo ed era pieno di risorse, si affidò alla tecnologia, al nuovo, rassicurando così il collega: "Ho un PC con Gugolterra ed un telefono satellitare, vedrai che la strada la trovo".  Ma Buscemi obiettò che quasi sicuramente non c'era copertura per la rete senza fili; invece scoprirono che la connessione senza fili era stranamente perfetta, e cominciarono a consultare Gugolterra. Ma il destino beffardo ha teso loro un primo diabolico agguato: curiosamente, le scritte di Gugolterra non erano in cirillico, bensì in ideogrammi cinesi, nessuno dei due riusciva a capirci nulla. Petrovo, nell'esasperazione, arrivò a confondere la Mongolia con il Kazakistan; Buscemi, addirittura, confuse la Russia con la Cina e scambiò il Mar Glaciale Artico per il più familiare Mediterraneo. La conclusione più sensata ed unanime a cui i due furono in grado di arrivare fu "percorrendo 300 km verso nord-ovest, dovremmo arrivare dalle parti di Malta": non sorprende, quindi, il fatto che Vitalino Petrovo, fortemente scettico, abbia deciso di spegnere il computer e provare col piano B, ossia una telefonata con l'apparecchio satellitare. Tuttavia tutti i numeri che componeva venivano dati come inesistenti, forse perchè sbagliava il prefisso internazionale; alla fine, stizzito, compose un numero a casaccio e gli rispose un astronauta di una stazione orbitante russa. Risollevato da quella fortunata casualità, Petrovo pensava che tutto fosse risolto: chiese ai suoi intrepidi connazionali informazioni per dirigersi verso Mosca. Ma i navigatori spaziali, che erano diretti verso Saturno, gli risposero sgarbatamente che avevano già un bel daffare con le loro traiettorie e coordinate celesti, e non volevano essere seccati da simili baggianate sugli itinerari terrestri; detto questo, riattaccarono il telefono e non risposero più ai successivi tentativi di chiamata di Petrovo. I due pilauti, disperati, non sapevano più cosa fare, e nemmeno volevano scegliere una direzione a casaccio. Improvvisamente, fuori dalla capanna videro passare un pastore locale con le sue renne. Uscirono di corsa fuori e Vitalino provò a chiedere informazioni all'indigeno, che però non parlava il Russo nè altre lingue europee, ma solo un remoto dialetto locale. Vitalino provò in tutti i modi, anche con gesti eloquenti, a chiedergli la direzione per Mosca, ma lui non capiva. Finchè, dopo circa tre quarti d'ora, sembrò che egli avesse capito la domanda, e li invitò a seguirlo nella sua capanna, situata dietro una vicina collina. Arrivati là egli mostrò loro una collezione di insetti conservati in cubetti di ghiaccio, ed in particolare un raro esemplare di mosca che avrebbero potuto acquistare per ben 600 rubli. Petrovo, spazientito, se ne andò inveendo contro il pastore, mentre Buscemi cercò di congedarsi in modo più diplomatico. Tornarono alla loro baracca, dove nel frattempo la procace miss si era svegliata ed aveva cominciato a cercare affannosamente le sue due virilità accompagnatrici. I due maschioni non poterono fare altro che confessare desolatamente di aver smarrito la via del ritorno, e Petrovo si fece il segno della Cruz e si preparò ad essere tramortito da una tremenda tettata nucleare. Invece la ragazza, calmissima, assicurò loro che non c'era da preoccuparsi: nella sua estrema previdenza, ella aveva usato il celebre stratagemma del filo d'Arianna. In pratica, quando i tre erano ancora a Mosca, ella aveva scucito un filo di nylon dal suo spropositato reggiseno e ne aveva legato l'estremità ai cancelli del Cremlino: per tutta la traversata della Russia che avevano compiuto, dunque, quel sottilissimo filo  provvidenziale si era instancabilmente srotolato e dipanato attraverso pianure e catene montuose, fiumi e laghi, ferrovie e strade, miniere e pozzi petroliferi, per circa 7000 km. Bisognava soltanto sperare che, calpestato senza ombra di dubbio da automezzi, treni, uomini e animali di mezza Russia, esso non si fosse sventuratamente spezzato. Ma c'era un altro aspetto che intrigava i due pilauti: se 7000 km di filo del reggipetto erano distesi sul suolo russo, quale minima parte dell'indumento intimo poteva rimanere sotto la pelliccia ed il maglione della ragazza? E che razza di dimensioni doveva avere ciò che quello smisurato reggiseno conteneva? La risposta era vicinissima, si intravvedeva labilmente sotto metri di pieghe della pelliccia di lei, ma era inaccessibile. I tre, raccogliendo e aggomitolando il filo, cominciarono dunque il lungo viaggio pedestre di ritorno, che percorsero in oltre tre mesi, durante i quali si cibarono di bacche e bevvero neve pressata e pioggia acida. Passarono così dai -45° del dicembre siberiano ai 10° di metà marzo a Mosca, quando arrivarono. Sfruttando questa circostanza di relativo tepore, i due uomini chiesero maliziosamente e furbescamente alla ragazza, che già si era tolta la pelliccia proprio entrando a Mosca, se non avesse caldo. Lei confessò che in effetti, dopo un inverno del genere, 10° era una temperatura pressochè estiva, e pertanto si levò il maglione, mostrando pubblicamente il seno gigantesco e quel poco di reggipetto che ci rimaneva intorno, che non bastava neanche a coprire interamente i capezzoli. Petrovo e Buemi sentirono una sorta di vera e propria attrazione gravitazionale verso quei due planetoidi, e dovettero allontanarsi di parecchi metri per poter resistere a quella forza di gravità secondaria. Ma quello spettacolo di grandi sfere catalizzò anche l'attenzione di tutti i passanti: le vecchie comari russe indicavano le floridità della ragazza con espressioni di sdegno e rinsecchiti indici accusatori, e stuoli di maschi sovietici cominciarono a radunarsi in adorazione ed inverecondo slinguazzamento. La situazione stava per degenerare...la ragazza non capiva il perchè di quella improvvisa adunanza turbinosa di folla, e Vitalino la tranquillizzò dicendo che i moscoviti avevano riconosciuto lui, l'eroe nazionale Vitalino Petrovo, e lo stavano osannando, rivolgendo al contempo sguardi di ammirazione ed invidia per i due fortunati che avevano avuto l'onore di accompagnare la sua passeggiata. La fidanzata di Buscemi ci credette, e si mise l'animo in pace. Ma li raggiunse presto un gendarme con aria austera e minacciosa: Vitalino gli spiegò che loro erano una delle squadre partecipanti al prestigioso torneo di bocce giganti intitolato a quel gaglioffo di Gorbacioffo, e che la gentile miss era la volonterosa portabocce del gruppo. Il gendarme, da principio, sembrò crederci, ma tardava ad andarsene, come chi sia rimasto convinto solo a metà. Vedendo che stava tornando alla carica, Petrovo lo liquidò con un: "Io sono Vitalino Petrovo, eroe nazionale della F1": il militare si affrettò a fare un profondo inchino, quasi prostrandosi a terra per chiedere perdono di tanto disturbo, poi andò a nascondersi per la vergogna, mentre la folla moscovita inveiva contro di lui. Missione compiuta: il primo viaggio di coppia in F1 era stato un successone, e i tre trovarono sulla Piazza Rossa Putìn e Bernino Ecclestòne che li accolsero con gioia, complimentandosi per l'audacia dimostrata...e congratulandosi in modo particolare con la ragazza, non solo per l'astuzia del filo di Arianna ma anche per motivi più corposi e tondi tondi.

19/10/2010

Avventura in Red Bullo

Dopo essermi infiltrato, qualche settimana fa, al giorno della famiglia della Ferrari, era ora di visitare in incognito anche la Red Bullo, per carpirne (ma non c'entrano nè Carpi nè Kerpen!) qualche succulento segreto tecnico.
L'occasione si è presentata qualche giorno fa, quando la squadra austriaca ha aperto le porte ad alcune innocenti scolaresche locali, per una visitina dimostrativa. Mi è dunque toccato l'improbo compito di mimetizzarmi fra un esercito di bambini biondi di 7-8 anni: per riuscirci ho dovuto mettermi in una scomodissima posizione tipo rana (ginocchia piegate e fondoschiena a 10 cm da terra) e infilarmi la maschera da biondino che avevo usato per camuffarmi da Raikkone (tanto i biondini sono tutti uguali...). Con la mia solita abilità e astuzia, il trucco ha funzionato, e sono entrato all'acropoli Red Bullo mescolato a bambini e maestrine. Tutto luccicava fin dai cancelli, e le porte non erano di vetro, ma di diamante...sicuramente tutto derivava dai proventi petroliferi di Oronero. All'ingresso ci si è presentato davanti nientemeno che il suddetto Cristiano Oronero, che con sorrisi a 36 carati ha cominciato una prosa melensa, mielosa e paternalistica, spiegandoci che per lui le visite dei bambini sono un momento speciale, perchè fra essi potrebbe esserci il nuovo Vettello dei prossimi anni. E in effetti lì in mezzo c'ero io, che sono infinitamente superiore a Vettello. Ebbene, è cominciata la visita guidata al tempio delle meraviglie: ci hanno portato nel grande atrio monumentale, dove, oltre a statue in platino di Oronero e di Vettello, campeggiava un recinto in fibra di carbonio all'interno del quale due spropositati tauri in carne ed ossa lottavano furiosamente e perpetuamente (velata allegoria dei due pilauti Red Bullo), a emulare l'effettivo simbolo della scuderia. Subito dopo ci hanno condotto  in un'ala oscura e maleodorante del complesso, con un aspetto tanto sciatto e brullo che non sembrava neanche la Red Bullo. Era una specie di casolare diroccato subito fuori dal padiglione principale: c'era parecchia muffa e le ragnatele regnavano sovrane. Tutti ci stupivamo della bruttezza di quella parte, comparata allo spasmodico lusso di quanto visto prima. Entrammo nel cascinale in rovina: il pavimento non era più in lastre d'oro, come nell'atrio coi tori, ma di vetuste e consunte assi di legno tarlato, e le pareti erano di cartone: non c'era dubbio, era il reparto Vebberone. E infatti ecco comparire l'eroe dell'emisfero australe, con barba incolta ed espressione seccata. Aveva indosso una vecchia tuta Red Bullo del 2006, lisa e tarlata, e stava salendo sulla sua monoposto per prove non ufficiali, una Red Bullo incidentata sempre dell'anno 2006, con solo tre ruote. Ho sentito sogghignare di nascosto da Cristiano  Oronero:"Per lui basta e avanza". Oronero espresse poi questo invito ai fanciulli: "Ecco, bambini, se qualcuno dovesse andare in bagno o volesse pulirsi le scarpe infangate, vi prego di farlo qui, così evitiamo di insudiciare gli altri sfarzosi ambienti che vedrete dopo". L'atmosfera lì dentro era molto strana, tutto era così posticcio e fasullo che non sembrava di stare in Red Bullo. Gironzolando nei bassoservizi del cascinale, oltre ad imbattermi in una putrida latrina, con un odore degno del miglior Wittimarcio, ho trovato un piccolo orto malandato ove il Vebberone coltivava la sua specialità preferita: il peperone. Me ne sono intascato tre, tanto per gradire. Dopo quella piccola deviazione derelitta, per vedere l'eretico Vebberone, Oronero ci ha accompagnati nuovamente nello splendente e faraonico padiglione principale, quello col pavimento dorato. La meta era scontata: dopo aver visto la pecora mora di casa Red Bullo, toccava ora allo scintillante ariete biondino, il cherubino Vettellino. Ed eccolo, raggiante, nel suo quartier generale, mentre giocava alla Stazione del Gioco (barbaramente detta "Play Station"), stabilendo record vertiginosi. Da subito è diventato l'idolo dei marmocchi, che il Vebberone l'avevano già rimosso dalla memoria. Oronero ci ha accompagnato nei corridoi e nei saloni del lussuosissimo settore Vettello, vagamente somigliante al tempio egiziano di Karnak, ma ovviamente più fastoso. Il tutto era sormontato da una cupola di diamante grande come quella di S. Pietro. In fondo al tempio, Vettello si era fatto installare un piccolo pozzo petrolifero, per compiacere Oronero. Venne il momento di uscire dal settore Vettello, ma i bambini non volevano, e si aggrappavano alle pareti pur di restare...ma Oronero incalzava con dei diplomatici "Dobbiamo proseguire", sicchè le maestre abbrancavano i fanciulli a due a due e li strappavano letteralmente da quell'angolo di paradiso presieduto dal loro eroe. Ma altro lusso e altro divertimento ci attendevano: eravamo giunti alla sala del trastullo, dove la squadra festeggiava in pompa magna tutte le vittorie e posizioni di polo che otteneva. C'era ogni sorta di squisitezza alimentare, maxischermi full HD da 98 alluci, impianti stereo, videogiochi, giochi da tavolo, biliardo, bocce, scacchiere, carte da giuoco, soldatini, Lego, peluches, super liquidator, e tutto ciò che può servire per godere a riccio e sollazzarsi a più non posso. In fondo alla sala c'era una porta misteriosa, e gli alunni, me compreso, avrebbero voluto aprirla subito, ma Oronero ci invitò prima nel suo palazzo personale, che era lì a fianco. Entrammo dunque nella sua cittadella privata, e restammo allibiti dallo sfarzo...Le pareti erano incrostate di pietre preziose da cima a fondo, e per tutta la loro superficie; i lampadari contavano non meno di 600 lampadine l'uno; la scrivania di Cristiano era grande come il ponte principale del Titanic. C'era poi una grande sala-libreria, con libri su tutte e quattro le pareti, e pure appesi al soffitto: senza farmi vedere ho preso da uno scaffale un librone da 1000 e passa pagine, tipo vocabolario, e l'ho aperto...non erano pagine di testo, ma foglioni formati da 3 banconote da 500 euro ciascuno...e lo stesso valeva sicuramente per tutti gli altri libri. C'era talmente tanto lusso che l'aria odorava di cagnusso.
In una sala c'erano una trentina di pozzi petroliferi, con le trivelle in funzione a regime massimo, e in un'altra, la sala dei trofei, erano esposte tutte le coppe del team.
Ma il loro numero mi sembrava un po' esagerato: credo che i trofei di Ferrari, Mc Ladren e Guglielmi messi insieme non sarebbero stati così tanti...Infine c'era una porticina semi-nascosta, ma che un bambino volle aprire: era uno sgabuzzino semibuio con dentro un signore pelato che disegnava, disegnava, disegnava, ormai sommerso dalle sue carte...Oronero svelò l'arcano: era Adrianino Neueino (l'artefice dei successi Red Bullo), ma Cris lo presentò come un qualsiasi tirocinante, aggiungendo però che non bisognava disturbarlo...pertanto, terminata la visita alla sua cittadella privata, ci riaccompagnò nella sala del trastullo, per entrare finalmente in quella porta misteriosa sul fondo della stanza. Era la saletta di sfogo e irrisione degli avversari: c'era una fila di sagome cartonate di tutti gli altri piloti della F1, a grandezza naturale, nessuno escluso. Di fianco c'era un cesto ricolmo di pomodori in uno stato che avrebbe compiaciuto Wittimarcio. Un gruppo di meccanici voleva mostrare ai bambini come funzionava il gioco, o meglio il rituale liturgico: uno di loro impugnò un pomodoro e lo scagliò contro la prima delle sagome cartonate, che ritraeva Fernandino: un attimo dopo Alonso era ancora più rosso del solito, fra le risa generali di tutti gli astanti, me compreso. Si ripetè la scenetta con la seconda sagoma, che era quella di Filippino: anche lui era diventato più scarlatto del solito, con l'ilarità di meccanici, bambini e maestre, e Amiltone. Oronero invitò quindi un alunno a bersagliare a sua volta una delle sagome in fondo alla sala, che ritraeva uno dei piloti delle Vergini. Operazione compiuta, e anche quel pilota poteva leccarsi i baffi col pomodoro...I meccanici ricominciarono a lanciare pomodori contro i primi bersagli della fila, che ritraevano i pilauti più temibili per la Red Bullo...era il turno di Gensone Bottone, la cui sagoma fu centrata in pieno, e qui scoppiai in una risata fragorosa che sovrastò quella di tutti gli altri. Stavo ormai lacrimando per le risate, quando improvvisamente vidi un bonzo di meccanico che, senza il minimo timore reverenziale e con la massima impudenza, scagliò un pomodoro contro la mia sagoma cartonata, che era subito dopo. In un istante la mia ilarità divenne furia funesta, mi alzai in piedi, estrassi dalla tasca i tre peperoni che avevo preso dall'orto rinsecchito di Vebbero e li scagliai contro quei meccanici sciagurati, con tale forza che caddero per terra come birilli. Oronero, subodorando l'inganno, chiamò fulmineamente lo staff della sicurezza, oltre a Vettello e Vebberone. Io uscii alla disperata dalla saletta e dalla sala del trastullo, trovando alcuni motorini che usano in Red Bullo per spostarsi da una parte all'altra dell'enorme stabilimento. Ne presi uno e scappai via a tutto gas... I miei inseguitori fecero lo stesso, ma mentre riuscii a seminare agevolmente gli addetti alla sicurezza, Vebbero e Vettello mi erano sempre alle calcagna, specialmente nelle curve lente, ove serviva un alto carico aerodinamico, mentre li distanziavo un po' in rettilineo (eppure erano tutti motorini Red Bullo!). Ad un certo punto mi accorsi che sul motorino c'erano il kers e il condotto F, e cercai di usarli ma erano rotti, neanche a farlo apposta. Quelli dei piloti Red Bullo invece funzionavano, e stavano quasi per raggiungermi...con astuzia mi misi a zigzagare irregolarmente, fintando di andare prima da una parte e poi dall'altra: Vebbero e Vettello si scontrarono, così come è già successo in campionato, e caddero entrambi. Me li ero tolti dalle calcagna. Ero ormai arrivato alla porta, che era ancora aperta, e stavo guadagnando l'uscita, ma mi si parò davanti Ruggero Chiaramente, il prestante e ipermelaninico fisioterapista del Vebberone, che tuonò i classici avvertimenti del caso: "Di qui non si passa" e "Ti spiezzo in due". Non c'era verso di scappare, era troppo tosto per me, e gli altri che avevo seminato stavano rapidamente tornando...Non avevo scampo, quindi mi preparai psicologicamente alla cattura, alla tortura, forse al trapasso, facendomi il segno della cruz. Ed ecco che compare all'improvviso proprio lei, Penelope Cruz, che seduce Ruggero Chiaramente e gli chiede di lasciarmi passare, allettandolo con la ricompensa di un bacio e un abbraccio...Ruggero, ammaliato e in fibrillazione, accetta e si scansa, lasciandomi uscire. La diva mantiene la promessa lanciandogli in mano un "bacio" Perugina e un "abbraccio" del Mulino Bianco, lasciando Ruggero deluso e perplesso...ma io e lei eravamo già fuori, al sicuro. Siamo saliti sulla mia Mc Ladren stradale e siamo sfrecciati via, verso la libertà.

La Cruz mi chiese se poteva accompagnarmi fino a casa e magari fermarsi da me per il fine settimana...io ci pensai un nanosecondo e risposi: "Massì, si può fare, tanto la pussicatta è andata in tournèe in Nuova Zelanda!" Così entrammo nella mia "bottega" e...abbassammo la serranda!