07/03/2012

Amiltone e l'istruzione

Essendo già principiati a scorrere impetuosamente, su quell'inviolato ed adamantino schermo ad allocroici cristalli liquidi incrostato di diafani cristalli di quarzo che la mia impareggiabile esistenza mortale si vanta di essere, gli sfolgoranti titoli di testa di una nuova ed inebriante stagione agonistica, è tempo che Luigi Amiltone svella dai suoi martoriati precordi un'altra esulcerante rimembranza del suo passato tanto lustro quanto triste: solo estrinsecandone, "estroiettandone" l'opprimente gravame dal mio onusto carcame sento che potrò catarticamente liberare il mio spirito sidereo dalla tirannica ed ormai quindicennale ottenebrazione che lo attanaglia, per opera funesta di alcuni aterrimi e teterrimi demoni della mia incolpevole fanciullezza. Ebbene, parlerò dunque di un capitolo della mia vita che ho sempre debitamente sottaciuto, o a cui, al massimo, ho fatto solo fuggevoli accenni: la mia istruzione. Si potrà cogliere quanto essa, osteggiata persino da alcuni dei miei famigliari più stretti, sia stata un'esperienza tormentosa, travagliatissima, limitata se non ridotta ai minimi termini dalle soffocanti imposizioni dei miei parenti e tutori/carcerieri, e mantenuta in sussistenza vegetativa solo dalle saltuarie e brevi concessioni ottriate provenienti dall'esterno, provvidenziali occasioni di tregua che la loro spietata crudeltà ed avida prepotenza non riuscirono, fortunatamente, a negarmi del tutto. Ne emergerà drammaticamente un quadro impietoso della mia formazione raffazzonata ed approssimativa, della mia preparazione culturale lacunosa, del mio essere un individuo illetterato (da una munifica regia celeste mi si suggerisce prontamente l'espressione "homo sanza litterae"):  tuttavia non si dimentichi che è proprio grazie a tali disorganici, sconclusionati ed avventizi rudimenti di alfabetizzazione che posso raccontare al folto pubblico delle grandi occasioni le mie diuturne tribolazioni. 

Pur essendo tuttora aggranchiato dalle algide brine mnemoniche di una prima giovinezza così priva di calore umano, non posso evitare di non peritarmi di non esimermi dal non indugiare ad iniziare il lagrimoso racconto: indi comincerò.

Come già riferito nel post(o) La mia infanzia, alla tenera età di sei anni il mio venale babbo Antonio mi svendette a Ron Tennis per un pugno di sterline anglocaraibiche, o al massimo per qualche sterlina in più. Nel congedarsi da me, queste furono le parole del crudele genitore: "Vai ad abitare dallo "zio" Ron, che è tanto buono". Ma io, che già da marmocchio avevo la lingua glabra, risposi sfacciatamente: "A me sembra brutto e cattivo!" Ebbene, fino a quel momento non avevo mai subito la minima percossa, ma queste parole segnarono la fine della mia intangibilità, integrità ed invulnerabilità fisica: la scena che seguì, infatti, potè essere denominata a posteriori, dall'alacre stuolo dei miei biografi ufficiosi, come "C'era una volta la nuca di Luigi Amiltone". Ecco la tragica e minuziosa cronaca dell'evento: consapevole di aver dato una risposta sgarbata ed offensiva (e in effetti Ron mi fece in seguito querelare per ingiuria e lesa maestà dinanzi alla Corte Suprema Mc Ladren, cosa che oggi può sembrare ridicolmente inverosimile), avvertii all'istante una sorta di elettricità nell'aria; la mia lungimirante coscienza si faceva sentire dal dirupato baratro del mio animo con una flebile vocina ammonitrice, che sembrava dire: "Giù la testa, [...]!"... ma non feci in tempo a seguire quel consiglio, e sulla mia nuca si abbattè, per mano del babbo, il più tremendo scapaccione cui il globo terracqueo avesse mai assistito. La mia testa subì uno scossone del nono grado della scala Rìttero (intendendo qui non il matematico né il musicista, e nemmeno quello delle tavolette quadrate di cioccolato, ma il sismologo), che causò la prematura caduta di quattro dei miei capellini crespi, in una ecatombe tricologica che rammenterò sempiternamente. Ma quella rovinosa percossa fu solo una pallida avvisaglia di quello che era il vero colpo, quello psicologico: la mia vita mutava drasticamente direzione, ed io dovevo staccarmi dalla città dove avevo vissuto i miei primi anni. C'era una volta Stefanaggio. Poichè, con i miei sei anni, mi ero testé affacciato all'ampio balcone esistenziale dell'età scolare, mia madre, prima della meschina vendita (cui si era suo malgrado rassegnata in ossequio alla soverchiante ed atavicamente imperante autorità patriarcale), si era posta il problema della mia istruzione elementare: ma babbo Antonio, che mi considerava una mera macchina da soldi, non intendeva muovere un dito in questo senso. Allora ella andò da Ron, si prostrò e prosternò ai suoi piedi spiegandogli la situazione: dalla laringe di Ron risuonò un ringhio semi-soffocato che indicava sicura disapprovazione ed irritazione. Come al solito, Ron non aprì bocca, ma la sera stessa arrivò a casa dei miei, mediante due araldi di nero vestiti, un comunicato ufficiale Mc Ladren, documento che notoriamente possiede la stessa perentoria autorità delle antiche gride. In esso ci si riferiva a me in termini di "prototipo sperimentale di macchina da vittoria", identificazione reistico-oggettuale che sembrava precludere a priori qualsivoglia rivendicazione inerente ai diritti inalienabili di un essere [sovr]umano, e nella fattispecie di un [sovra]bambino. Ma, incredibilmente, il documento apriva uno spiraglio: "si riconosce altresì, considerati i difetti e le lacune di programmazione riscontrati nelle centraline elettroniche del macchinario in oggetto, l'oggettiva necessità - previa assenso del venditore - di affidare, dal tramonto all'alba di ogni giorno, la suddetta apparecchiatura ad un vicino laboratorio esterno specializzato in meccatronica per dilettanti": di seguito si specificavano le generalità anagrafiche del proprietario di quel laboratorio, che risultava essere mio zio paterno, che in effetti era un sedicente ingegnere meccatronico da strapazzo, residente con la famiglia nella prima periferia di Vochingo. Ron, silente strumento della Provvidenza, si era inventato un pretestuoso stratagemma per poter eventualmente affidarmi, durante le ore di buio (ma le ore diurne sono quasi altrettanto tenebrose, a Vochingo), ai miei zii, che mi avrebbero iscritto a una scuola serale intensiva. I miei genitori accettarono il consiglio, e telefonarono agli zii per sottoporre loro la cosa. Mio zio, degno fratello di papà Antonio, non era troppo entusiasta, ma alla fine accettò per non fare brutta figura. Mia zia era invece raggiante, ma il suo parere aveva lo stesso peso insignificante di quello di mia madre. Comunque sia, si raggiunse questo storico accordo interamiltoniano, ed io fui iscritto senza indugio ai corsi serali dell'Istituto Comprensivo Anglo-Caraibico Anormale Superiore di Vochingo, che si vanta di essere una delle tre migliori (ex aequo) scuole dell'ecumene, e riunisce in un paternalistico abbraccio, fra le sue gloriose mura, tutte le classi dal primo anno di scuola materna alla quinta liceo. L'approdo naturale di chi, eroicamente, riesce ad uscire da questo istituto è, nemmeno a farlo apposta, la sezione più prestigiosa del celeberrimo ateneo di Oxfordo, ossia l'Accademia Anglo-Caraibica di Oxfordo, che non può esimersi dal vantarsi di essere l'istituzione di rango universitario migliore al mondo. La pianificazione dicotomica della mia gioventù era dunque stata indelebilmente tracciata, dalla sapiente mano demiurgica di quel deus ex machina di Ron: avrei trascorso le ore mattutine e pomeridiane in quello spettacolare dedalo tecnologico della tentacolare e sovrumana sede Mc Ladren, oppure al mitico circuito del Sasso d'Argento; dopo il rutilo occaso, invece, avrei dovuto provvedere a recarmi autonomamente, mediante un vacchio karto Mc Ladren vincolato alla leggendaria Torre di Carbonio di Ron da una catena di lunghezza chilometrica, a scuola, per cinque ore di lezione. Durante l'intervallo avrei consumato la mia parca cena, ossia un pacchetto di crackers non salati in superficie (ma neanche in profondità!) che il più delle volte, visto lo schiacciamento sistematico che subiva da parte dei massicci volumi enciclopedici che avevo nello zaino, si tramutava in un desolante sacchettino di briciole. Sarei poi rincasato dagli zii, ormai a sera inoltrata o a notte fonda (a seconda della stagione): avrei dovuto studiare alcune ore nel silenzio più assoluto per non disturbare i dormienti, poi, finalmente, coricarmi a mia volta, per le poche ore residue che restavano prima delle rosee dita dell'aurora e della fulgida (per chi si trova fuori dalla cappa di polvere carboniosa di Vochingo) alba di un nuovo giorno. Cominciai così quest'esistenza tirannica, che non mi lasciava un nanosecondo di tempo libero: alla Mc Ladren sgobbavo come un ipermelaninico, facevo il possibile e non di rado anche l'impossibile, ma Ron era sempre di umor nero; di sera, a scuola, mi impegnavo più che potevo, e cercavo di non perdere alcuna di quelle inestimabili lezioni. I maestri, severi e dalla psiche imperscrutabile, erano in generale assai parchi di elogi, ma a me qualche volta ne facevano, seppur tiepidi. Ma quando arrivò a casa la mia prima pagella - il pagellino di metà quadrimestre - fu subito chiaro che si trattava di lodi di mera convenienza diplomatica (tutti sapevano che ero una delle nuove reclute del temuto impero Mc Ladren): i miei zii lessero infatti con sgomento, su quel documento rivelatore, una sequela impressionante di uno e di zeri. "Matematica: uno, zero!", tuonò lo zio; "Idioma anglo-caraibico: uno, zero", gli fece eco la zia. "Dialetto britannico: uno, zero"... e via di seguito, in una via crucis sempre più imbarazzante. Lo zio inveì furiosamente contro di me, giurando di non aver mai visto una pagella peggiore, una pagella che sembrava un codice binario (ed essendo ingegnere meccatronico, se ne intendeva...). La zia, a mia parziale discolpa, azzardò la surreale ipotesi che la pagella fosse stata intenzionalmente tradotta dai professori nel sistema binario, proprio per renderla di più semplice lettura all'ingegnerone da strapazzo: in tal caso, gli uno non sarebbero stati voti fallimentari, ma sufficienti. Ma lo zio non si lasciò abbindolare, e per dimostrare l'idiozia appena proferita dalla moglie (scrivendo "zia" avrei fatto rima...sarà per la prossima volta), andò a prendere le recenti pagelle dei miei due cugini, Gregorio e Girolamo, che avevano alcuni anni più di me e frequentavano lo stesso inclito istituto, ma ovviamente nei canonici corsi mattutini. Dopo aver preventivamente rimarcato che i suoi figli frequentavano le medie, pertanto i corsi erano ben più impegnativi di quelli della mia prima elementare serotina, lo ziastro, per farmi vergognare ulteriormente, lesse le loro votazioni ad alta voce, in tono stentoreo e pomposo: "Matematica: sei! E dico sei, capito?"..."Idioma anglo-caraibico: sette! Si scusi se è poco..."..."Geografia lunare: sei e mezzo!"..."Filologia ellenistica: quattro più!"...e potrei continuare! Annichilito da quel confronto umiliante, strisciai afflitto e gemebondo nell'oscurità del ripostiglio maleodorante dove mi facevano dormire, accucciato sull'algido pavimento. Proprio quando mi ripromisi di migliorare a scuola, la scure del destino beffardo si abbattè su di me: arrivò dalla corte suprema Mc Ladren la sentenza che mi condannava a due mesi di reclusione per le ingiurie a Ron di cui ho parlato in precedenza. Scortato da due sicari vestiti di nero, fui condotto nei sotterranei della Torre di Carbonio, e precisamente in una cella di completo isolamento e totale oscuramento. Naturalmente Ron diede disposizioni precise affinché nessuno potesse portarmi cibo ed acqua: per due interminabili mesi mi nutrii dunque solo del mio straziante rimorso. Al termine di quel periodo di reclusione, una delegazione capeggiata dallo stesso Ron venne ad aprirmi la cella ed a mettermi in guardia da eventuali ricadute comportamentali: Tennis ringhiò orridamente, e un fidato interprete tradusse: "Alla prossima che ci combinerai, finirai lì dentro". Un giovane Martino Wittimarcio, nascosto alle spalle di Ron, ghignò sadicamente e stridulamente:"là sarà pianto e stridore di denti!" Ma la mia vista, ancora inibita da quel lungo periodo di completa ottenebrazione, non mi dava modo di scorgere alcunchè di ciò di cui i miei carcerieri stavano parlando. Solo dopo una decina di minuti riuscii a scorgere con orrore, laddove mi avevano indicato, il famigerato "Buco Nero Mc Ladren", un misterioso ed occulto inghiottitoio da cui - analogamente ai buchi neri astronomici - nulla poteva risalire, nemmeno la luce. Riguardo a questo mostruoso tunnello erano da tempo fiorite alcune inquietanti leggende metropolitane e megalopolitane, peraltro tutte interrelate fra loro, secondo le quali esso sarebbe stato e tuttora sarebbe, rispettivamente:

-  l'ancestrale baratro sottomarino in cui, in tempi immemorabili, fu risucchiata Atlantide;

-  collegato al centro della Terra (dove appunto si troverebbe anche Atlantide, secondo l'immarcescibile film Viaggio al centro della Terra di Enrico Levi);

- la galleria d'accesso all'Inferno (dantesco o meno), che l'immaginario collettivo colloca effettivamente nelle viscere del pianeta;

- collegato al "pozzo superprofondo di Kola", altra perforazione su cui fiorirono a suo tempo bufaloidi leggende metropolitane legate agli Inferi (gli scettici controllino pure!), con tanto di documento audio, rintracciabile in Rete, di presunti lamenti dei Dannati captati e registrati da un fantomatico microfono speciale calato nello scavo. Ma su questi misteri sovietici può saperne di più Vitalino Petrovo, e pertanto vi reindirizzo al suo magistero.

L'unica cosa certa è che il fanciullo Luigi Amiltone non voleva per nulla al mondo finire in quell'abisso: mi ripromisi di attenermi il più fedelmente possibile alle ferree norme comportamentali del Codice Mc Ladren. Dopo la tragica assenza bimestrale mi ripresentai a scuola, e lì, pur essendo a conoscenza delle mie vicissitudini, non mi fecero sconti: non appena varcai la soglia dell'aula, di punto in bianco mi trovai sottoposto a verifiche ed interrogazioni su un programma di cui non sapevo nulla. Inutile dire che feci scena muta...con l'aggravante che, per cercare di salvarmi dal dileggio e dal pubblico ludibrio, pensai bene di mettermi a ringhiare sinistramente, imitando le ben note modalità espressive di Ron, in modo tale che i professori mi credessero contagiato da Ronite acuta e, terrorizzati da questo, decidessero di lasciami in pace. Ma così non fu: mi rimproverarono aspramente sia per la mia impreparazione che per il mio torvo rancore represso. Con la concomitante fine del quadrimestre, arrivò a casa un'altra impietosa pagella, ai cui voti non osavo pensare: immaginavo che stavolta non ci fosse nemmeno un uno, e che si trattasse di voti negativi o al massimo di zeri. La realtà superò le mie più rosee previsioni, in quanto continuavano ad esserci solo degli uno e degli zeri: la pagella non sembrava poi così diversa dalla precedente, anche se in quella c'erano due cifre numeriche per ogni materia (uno e zero), mentre in questa ce n'era una sola (uno oppure zero). Mio zio, quantunque continuasse ad essere di umore atrabiliare, rilevò addirittura che questi voti sembravano migliori dei precedenti: mentre prima, in ognuna delle dieci materie di studio, avevo un uno seguito da uno zero, ora avevo uno in sette materie e zero soltanto nelle rimanenti tre. "Questo qui a stare in cella migliora, dev'essere il suo luogo naturale", osservò il tiranno, senza peraltro farmi il minimo complimento per il mio lieve quanto inspiegabile miglioramento scolastico.  D'altro canto, per non addolcire troppo la pillola, cercò il pelo nell'uovo e fece anche l'osservazione opposta: "Almeno nella scorsa pagella aveva un uno anche nelle materie in cui adesso ha solo zero...è irrecuperabile". In seguito seppi, da un misterioso delatore, che mio zio aveva chiesto a Ron di incarcerarmi per sempre, così i miei voti sarebbero aumentati e lui non avrebbe più dovuto darmi ospitalità entro le mura di casa sua. Ron, che non è stupido, gli fece rispondere (ovviamente non gli ripose in prima persona): "Ed il faraonico affitto di quella cella privilegiata ce lo paghi tu?" Mio zio, avaro, avido e venale quasi quanto il suo degno fratello, desistette da quel progetto. Nel quadrimestre successivo mi impegnai al massimo, recuperando con straordinari di studio notturno anche il programma di quegli sventurati due mesi di prigionia, e non feci un giorno di assenza. Ma, ahimè, le pagelle di metà e fine periodo tornarono a dare lo stesso nefasto responso della prima volta, ossia dieci uno seguiti da vicino da dieci zeri. Lo zio, esasperato, decise di attuare un nuovo scellerato piano: scrivere, imitando la mia calligrafia, una lettera minatoria a Ron che mi avrebbe condannato per sempre - secondo lui - alla prigionia, e che gli avrebbe fruttato dunque i due vantaggi già menzionati. Ignorava però che quello relativo alla pagella non ci sarebbe stato, perchè a causa di quella missiva zeppa di minacce sarei inesorabilmente finito nell'abominevole Buco Nero per il resto dei miei aterrimi giorni. La mia fortuna fu che la zia si accorse del suo intento criminoso e cercò di dissuaderlo: non ci riuscì, ma almeno potè mettermi in guardia. Scattò allora la contromossa del sottoscritto: consegnai ad un notaio Mc Ladren sia un saggio calligrafico stilato di mio pugno, sia un foglietto di appunti scritto da mio zio, e da me abilmente trafugato da una sua vecchia agenda. Quando, sulla tetra scrivania in fibra di carbonio di Ron, pervenne l'incriminata lettera, i periti calligrafi Mc Ladren effettuarono una comparazione tra la grafia dell'epistola e quelle dei due documenti che avevo consegnato al notaio: il responso fu a mio favore, ed il responsabile di quell'oltraggio provò per tre mesi la cella oscura. Una volta uscito da lì, l'eventualità di ripetere l'esperienza traumatizzante, se non quella ancora peggiore di finire a sua volta nell'imbuto infernale, gli servì da spauracchio e valido deterrente, sicchè non provò più ad inguaiarmi agli aterrimi occhi di Ron. I rimanenti anni delle elementari filarono via abbastanza lisci, ma sempre con quei voti orrendi. Alla fine della quarta lo zio si degnò di andare a parlare con i miei docenti, che espressero su di me giudizi assolutamente positivi; una volta rincasato riferì alla zia, che rimase piacevolmente sorpresa. Ma lo zione riteneva di aver scovato la chiave di lettura di quell'enigma: a suo parere i professori avevano edulcorato la pillola solo per timore reverenziale del patrocinio Mc Ladren che mi tutelava. Al termine della quinta, dopo l'ennesima pagella di quel tenore vergognoso, egli, che in gioventù era stato bucaniere nei mari caraibici insieme a mio padre, decise di punirmi ricorrendo ai vecchi metodi: dopo aver riempito la piscina della sua villetta di piragnassi (orrendi pesci satanassi), si armò della vecchia sciabola piratesca e, puntandomela alla schiena, mi costrinse ad avanzare lungo il trampolino. Quando mi trovai sugli ultimi 10 cm della tavola, che sentivo flettersi paurosamente sotto i miei piedi (tanto che stavo per farmi il segno della Cruz), arrivò di soprassalto mia zia con una lettera in mano: il collegio docenti intendeva premiarmi con la medaglia d'oro per il valore scolastico. Lo zio, pur contrariato per quell'interruzione e quell'impedimento dirimente, mi permise di scendere dal trampolino dalla stessa estremità da cui c'ero salito. "Sei proprio un raccomandato di ferro...Pazienza, rimandiamo tutto. In compenso, venderò la tua medaglia e monetizzerò", fu quanto mi disse. Andò esattamente così, ma non me ne cruccio. Approdai alle mirabili classi delle medie, i cui studenti un tempo mi sembravano essere depositari di uno scibile assolutamente sovrumano; ma mi resi conto che tra la quinta elementare e la prima media non c'era poi una differenza così abissale. Il numero di materie, che già in quinta era lievitato a quindici, cresceva ancora, attestandosi sulle venti: fra le  nuove materie voglio annoverare quella che mi è sempre parsa più bizzarra, ossia Storia delle civiltà extraterrestri. I miei livelli di profitto scolastico rimasero invariati, nonostante tutti i miei sforzi: ad ogni pagella gli zii, leggendo per tutte le materie le solite coppie di uno e zero, montavano su tutte le furie. I miei cugini, stacanovistici schiacciasassi di zelo perfezionistico, continuavano a surclassarmi con i loro votoni, che non scendevano mai sotto il tre. Gregorio, che era forse il più studioso dei due, arrivò persino, una volta in cui ammise di aver avuto molta fortuna, a raggiungere la sacra soglia dell'otto: suo padre, euforico, promise di regalargli il maestoso castello francese di Sciambordo, se ne avesse preso un altro; ma non gli ricapitò più. Tornando ai miei insuccessi, per mia fortuna i pesci carnivori erano nel frattempo morti di inedia, ma l'ingegnerone meccatronico aveva in serbo (che poliglotta!) altre tipologie di punizione e tortura: innanzitutto non mi fornirono più il pacchetto di crackers per cena, il che mi costrinse, giacchè non potevo avere neanche uno scellino e alla Mc Ladren non mi offrivano alcunchè per il mio sostentamento fisico (non mi invitavano nemmeno alle grigliate trionfali, pensate un po'), a cibarmi a tarda sera, in un parco, di bacche e foglie d'albero mentre rincasavo dopo la scuola. A volte, addirittura, mi saziai del mio solo dolore esistenziale, e proprio in quel periodo cominciai ad accusare un deciso sovrappeso; ma dopo passò, e tornai ad essere agile e slanciato, ben più di come mi vedete oggi. Ma quello del digiuno era il male minore: giacchè a scuola sembravo non rendere nulla, e con il passaggio alle medie la retta del prestigioso istituto era assurta a livelli che la Mc Ladren, mia garante e tutrice (il)legale, considerava insostenibili (fa ridere pensare che una delle visiere a strappo del mio casco attuale costa molto più di quanto sia costata complessivamente tutta la mia istruzione), Ron e lo ziastro, d'accordo con il babbo (che non vedevo più da almeno sei anni), mi spedirono a lavorare come aiutante, durante la seconda parte delle mie notti, di un panettiere locale. L'esiguo emolumento che mi avrebbe versato (circa uno scellino al mese) sarebbe bastato per pagare l'esosa retta, ed ai tre carcerieri sarebbe rimasto qualcosa da spartirsi per arrotondare. Al fornaio fu poi intimato di non darmi nulla da mangiare, e di vigilare anzi su ogni granello della sua farina. Ecco dunque le mie nuove giornate: dall'alba al tramonto - a stomaco vuoto - in Mc Ladren a correre sui karti; al primo crepuscolo di corsa a scuola, per cinque ore massacranti - ancora a stomaco vuoto; a tarda sera, visto il mio gravoso impegno aggiuntivo, che già toglieva ore, oltre che al sonno, anche allo studio,  mi conveniva rientrare subito a casa degli zii per studiare, senza passare per il parco e sostare per quegli spuntini di bacche e foglie; dopo poche ore di studio, talvolta sonnecchiante, era già tempo di uscire per andare dal fornaio, che apriva alle tre e non ammetteva ritardi neanche di pochi secondi (glielo aveva prescritto Ron, che lo aveva a questo fine dotato di cronografo Taggo Euero), a fare lo sguattero. Tra l'altro quel panettiere mi stava antipatico a priori, perchè era un biondino. Al primo canto del gallo già dovevo rifiondarmi nel tetro stabilimento di Ron, ancora digiuno e senza aver mai veramente dormito. Questa storia andò avanti per parecchie settimane, poi la mia salute di ragazzino subì un primo crollo per sovraffaticamento ed esaurimento nervoso. Rimasi tre mesi in una clinica di bandiera e giurisdizione anglo-caraibica, in cui però il personale operava secondo le metodologie e gli standardi medico-sanitari britannico-anglicani: tutto ciò mi causò recrudescenze e ricadute cliniche che con gli antichi metodi sciamanici della mia terra d'origine si sarebbero sicuramente evitate. Ogni notte la mia psiche sofferente veniva sconvolta da incubi inenarrabili nei quali i miei quattro aguzzini (babbo, zio, Ron e fornaio biondo) mi infliggevano supplizi inumani. Questi tre mesi, in cui mi fecero vari salassi, furono un salasso anche per la mia già anemica ed esangue preparazione scolastica: al mio ritorno a scuola ero sommamente spaesato, e anche compagni e docenti  mi presero "per qualcosa caduto da un albero"  (pittoresca espressione  di Carlone Estòne nel film Il pianeta delle scimmie): i miei voti di fine anno ne risentirono, e portai a casa una mia pagella identica a quella che era seguita alla mia prigionia. Lo zio tornò a dire che i miei voti stranamente sembravano migliorare - seppur di poco - quando saltavo la scuola: ma imputò anche questo fatto alla pietà dei professori ed al loro timore reverenziale per l'Alma Mater Mc Ladren che mi teneva (o meglio schiacciava) sotto la sua egida. Non appena mi fui ristabilito, Ron e lo zio, rammentandomi che c'erano tre mesi di lavoro in pista, di lezioni scolastiche, di studio serale e di lavoro in panetteria da recuperare, mi spronarono a rimettermi zitto e buono a capo chino, come uno schiav un buon oplite. Ma mia zia, che non poteva più sopportare quei soprusi, decise di intervenire: non potendo scendere apertamente in campo contro lo strapotere di quelle autocratiche virilità senza scrupoli, fece una segnalazione anonima, ma corredata di fotografie prese di nascosto, a vari enti preposti alla tutela dei minori ed alla lotta senza quartiere contro il lavoro minorile. Fu così che una radiosa mattina di primavera, alla stazione ferroviaria di Vochingo, arrivarono cinque treni straordinari provenienti da Londra da cui scese un eterogeneo esercito di assistenti sociali, funzionari Unicef e del Telefono Azzurro, avvocati, procuratori, pubblici ministeri, giudici, sindacalisti, giornalisti, genitori ed educatori indignati, fra cui si insinuarono anche contestatori, arruffapopolo e affini. Fuori dalla stazione, a questa armata si aggregarono molte truppe televisive a caccia del colpo giornalistico del secolo. L'imbelle Polizia di Vochingo, colta impreparata e a sua volta intimorita da quest'invasione che non lasciava presagire nulla di buono, rinunziò ad intervenire, specialmente quando si accorse che il corteo stava per uscire dal centro abitato e marciava in direzione della sede Mc Ladren. "Sbrigatela da solo, Ron", fu quello che passò per le vili meningi del capo della Polizia. I manifestanti avanzavano compatti verso l'indirizzo che era stato loro comunicato, ma non sapevano esattamente quale sovrumana azienda vi avesse la propria iperuranica sede. Dall'alto della sua torre Ron vide quella scalcagnata ciurma appropinquarsi ai suoi cancelli, e la considerò una cosa non buona nè tantomeno giusta. Avvistando alcune bandiere scarlatte portate da qualche sindacalista, Tennis pensò ad una invasione da parte delle truppe ferrariste di Luca Cordero, ed elevò dunque il livello cromatico di allerta delle sue truppe difensive da rosso vermiglione (normale amministrazione Mc Ladren) a rosso scarlatto (attacco ferrarista): fece stendere il filo spinato sui cancelli, sistemò sentinelle e cecchini, fece piazzare in punti studiati obici e mortai. Lo stesso Ron impugnò un fucile mitragliatore e prese posizione, comodamente rannicchiato dietro le vetrate anti-proiettile affumicate della sua torre. L'esercito dei manifestanti, giunto a circa trecento metri dai cancelli, da dove non poteva ancora scorgere le difese militari e gli armamenti, avvistò tuttavia la grande insegna dell'azienda e si rese finalmente conto di con chi aveva a che fare: in un attimo l'intera armata fece dietrofront e si affrettò a tornare alla stazione, per cercare di non perdere alcuni treni che potevano riportare tutti quanti loro nel centro della capitale prima di mezzodì. Il salvataggio istituzionale di Luigi Amiltone finì dunque in una misera bolla di sapone. Tornai rassegnatamente alla tirannica routine che mortificava il mio corpo ed opprimeva il mio spirito. Questa volta riuscii a resistere fino alla fine delle scuole medie, al termine delle quali portai a casa le solite pagelle in codice binario (in ogni materia era tornata la coppia "uno-zero") e vinsi, immeritatamente come al solito, un'altra medaglia d'oro al valore scolastico, che lo zio rivendette prontamente. Quel surplusso di liquidità fu utile per pagare l'esoso incremento della retta scolastica nel passaggio dalle medie alle superiori; per coprire la solita quota base continuai invece a lavorare nell'esecrato forno  di quell'aborrito biondino: una bottega ricca di delizie che io stesso contribuivo a preparare e ad offrire in libagione ad un pubblico plebeo, che non le meritava, mentre la mia augusta persona non poteva nemmeno intascarsi un pizzico di farina. Ma ormai quell'esistenza digiuna ed insonne era diventata routine, prassi esistenziale; Luigi Amiltone, prostrato nell'ardente crogiolo della farina, nonchè nelle plutoniche nebulose della polvere di carbonio e nei tossici pelaghi dell'inchiostro, divenuto ormai una docile fibra dell'universo sperduta nell'apireno nucleo protonico e neutronico dell'atomo opaco del Male, era ormai assurto a rifulgente archetipo per tutti i martiri di quello che allora (fine dell'anno 1999) era l'incipiente (ed ancor più depravato) nuovo millennio. Cominciarono le lezioni serotine del rinomato Liceo Tuttologico dell'Istituto Comprensivo Anglo-Caraibico Anormale Superiore di Vochingo: le materie di studio erano ora quarantacinque, e spaziavano verso le più recondite galassie dello scibile umano e sovrumano. Ma tale mole di sapere non sarebbe più stata recepita da un imberbe ed ingenuo ragazzino, bensì da una precoce virilità ipertestosteronica che, non ancora quindicenne, principiava ad ergersi - silente, titanica e superomistica - sul turpe tramestio ed il banausico marasma dei terrigeni mortali. Nel lungo elenco delle materie nuove spiccavano Biotecnologie, Nanotecnologie industriali, Meccanica quantistica, Geografia di Plutone, Topografia solare, Filologia preistorica, Alchimia contemporanea, Chimica dell'Imponderabile, Fisiologia del Sovrasensibile, Animismo, Confucianesimo, Agnosticismo applicato, Lingua cinese tradizionale,  Dodecafonia giurassica, Letteratura sarmata, Folklore del Malawi sud-occidentale, Arte somala medioevale. In quegli anni i professori sottoposero le classi a prove disumane: voglio in questa sede rammentarne alcune. Una delle più memorabili fu la traduzione del romanzo Guerra e Pace di Levo Tolostoio dal Russo all'Avestico, e poi, in seconda istanza, dall'Avestico al Cinese Tradizionale, naturalmente senza poter beneficiare dei dizionari delle varie lingue. Mi impegnai al massimo, e dopo un'oretta scarsa arrivai, senza aver incontrato particolari difficoltà, a tradurre l'ultimo capoverso dell'opera in quei noiosi ideogrammi. Ma la campanella suonò impietosamente, e a me mancava ancora l'ultima riga. La tradussi in fretta e furia, in attesa dell'ultimissimo e spazientito richiamo del professore, e credo di aver addirittura tracciato alcuni ideogrammi in modo assolutamente casuale. Mentre mi accingevo a tradurre le ultime due parole, l'austero docente si piazzò con stentorea ieraticità dinanzi alla mia icastica persona: tutti gli altri avevano consegnato, e toccava a me, pena l'immediato annullamento del mio compito. In quelle ultime fasi convulse mi caddero dal banco lapis, lampostil e pennino: ficcai allora un dito nel calamaio, trovandolo terribilmente asciutto. Allora non esitai: mi morsi violentemente l'indice della mano destra, scrissi l'ideogramma finale col mio stesso sangue e consegnai il foglio al cattedratico docente. Calcoli ufficiosi di un mio compagno arrivarono a stimare che quella verifica, svolta completamente, constava di circa tre miliardi di caratteri. Mi sembrava di aver fatto un buon lavoro, ma la riconsegna dei compiti dopo la correzione fu per me una doccia fredda: sul foglio trovai, oltre alle consuete cifre "uno" e "zero", prova evidente che avevo fatto il solito pessimo lavoro, persino un segno "meno", il che indicava che stavolta la debaccola (o, come si dice in dialetto gallico, débâcle) non aveva precedenti, né confini. Chiesi con animo affranto il motivo di quel meno: il professore mi fece notare che nell'ultimo ideogramma, quello che avevo scritto col sangue, mancava un trattino. In realtà l'avevo anche messo, ma, complici la spasmodica fretta e quel pastrocchio sanguinolento, non si vedeva, perchè era venuto pressochè sovrapposto a un altro segno più largo e più lungo. Io, annichilito dalla vergogna, tenevo gli occhi fissi a terra, e un certo punto arrivai persino a rivoltare all'indietro i miei bulbi oculari, in un'inedita esperienza di introspezione fisica finalizzata a rendermi finalmente conto di quale orrido demone tartareo, schiavo dell'Errore e dell'Ignoranza, si celasse nelle profondità del mio cerebro. I miei compagni di classe, intanto, vociavano festosamente in quanto soddisfatti dei loro voti: ma senz'altro, in quegli intensi istanti d'intimo scandaglio, io ero completamente (e paradossalmente) "fuori di me", deliravo, in quanto rammento di aver udito solo frasi del tipo "Ho preso sei meno. È andata alla grande, con un compito del genere..." ..."Cinque più: finalmente ho preso sopra il quattro!"... "Cinque: la traduzione in Avestico era perfetta, ma quella in Cinese non l'ho nemmeno cominciata!", che non hanno alcun senso. Ma anche ammettendo che fosse tutto vero, i loro cinque surclassavano sia il mio uno, che il mio zero, che il segno meno.

Un'altra prova memorabile fu la traduzione a memoria, dal dialetto gallico a quello saudita, del famoso romanzetto Alla ricerca del tempo perduto, opera eretica di oltre tremila pagine scritta da un polemico Alano Prosto sotto il debole pseudonimo di Marcello Prusto. Ancora una volta cercai di dare il massimo, ma il voto fu uguale: uno, zero, meno. Ancora un fiasco totale, ove il meno era dovuto al fatto che mi ero dimenticato una virgola nella penultima pagina.

Un'altra drammatica verifica che voglio ricordare, in questa mia dolorosa confessione dalle finalità catartico-purificatorie, è il primo compito di Astronomia. Sfruttando la bella serata primaverile dal cielo terso (a parte la solita nube fumogeno-carboniosa che si innalzava sopra lo stabilimento Mc Ladren, quasi a celarlo cautelativamente ai telescopi degli onnipresenti e curiosissimi satelliti-spia Ferrari, oppure, più poeticamente, ai glaucopidi numi delle saghe mitologiche nordiche), il professore ci esortò a prendere un foglio A4 e disegnarci sopra, nel modo più meticoloso possibile, tutti i corpi celesti presenti (si badi bene, disse "presenti", e non "visibili ad occhio nudo") a quell'ora nel nostro emisfero celeste. Occorreva riprodurre fedelmente le reciproche distanze, gli allineamenti, e di ogni corpo celeste indicare denominazione, colore, appartenenza alla rispettiva costellazione ed alla rispettiva galassia, magnitudine assoluta ed apparente, nonché le coordinate equatoriali celesti (declinazione ed ascensione retta). Era una verifica di carattere anomalo, in cui gli studenti potevano in qualche modo consultarsi e scambiarsi commenti: nessuno m'interpellò perchè tutti sapevano, da quei due o tre caratteri ricorrenti nei miei voti (uno, zero, e ultimamente il meno), che ero un pessimo studente. Sentii però tanti di quei miei compagni cervelloni prendere delle cantonate senza precedenti, secondo le quali, ad esempio, la Luna sarebbe un satellite di Giove, mentre Europa sarebbe un satellite del pianeta Nordamerica; oppure Betelgeuse sarebbe una piccola stella azzurra, con striature color verde smeraldo. Altri sostenevano che Nettuno facesse parte della costellazione del Carroccio, e che Fobosso e Deimosso, che ritenevano satelliti di Mercurio, appartenessero alla costellazione del Carro Attrezzi. Tutte eresie, naturalmente: io non me ne curai, cercai soltanto di non lasciarmi confondere le idee da quella pletora di idiozie cosmiche. Ebbene, questo compito andò male quasi a tutti: la maggior parte dei miei compagni aveva preso tra il due ed il tre e mezzo; soltanto una ragazza molto studiosa era riuscita a prendere sei. Ella, molto semplicemente, aveva azzeccato alla perfezione tutto ciò che vedeva ad occhio nudo, ma non aveva disegnato nè scritto nulla riguardo a tutti gli altri corpi celesti presenti,  troppo lontani e poco luminosi per essere da noi rilevati. Il professore la rimproverò di non essere andata oltre la banale e banausica realtà visibile, oltre la dimensione sensibile delle cose: invece, per cogliere l'Essenza e la Verità del Reale, è necessario trascendere il mero dato retinico ed attingere l'azzurro mondo sovrasensibile, nelle sue iperuraniche estrinsecazioni metafisiche. Io, al contrario, mi ero premurato di fare tutto ciò; e giacchè il nostro professore di Astronomia si chiamava Orazio, avevo pensato di apporre in calce al foglio del compito, come  morale ironica ma in fondo calzante, la celebre citazione "Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia" tratta dall'Amleto di Guglielmo Scuotilancia. Nonostante tutto questo, il mio voto decretava, ancora una volta, che ero stato il peggiore: ancora una volta mi trovai dinanzi ad un uno, uno zero ed un segno meno. Pensai di aver commesso una galassia di errori, e che quel commento ironico fosse stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso e mi aveva condannato all'ulteriore umiliazione di quel meno. Con una profonda genuflessione chiesi venia al docente per il mio affronto: egli rispose invece che aveva gradito molto quella frase rivelatrice, che era senz'altro la migliore che si potesse usare come morale in quella circostanza. Mi confidò invece che quel meno era dovuto ad una leggera imprecisione che avevo commesso nel colore di una remota stella assolutamente invisibile ad occhio nudo, da me descritta come "bianco latte", mentre secondo lui sarebbe stata color "bianco panna". Io, forse troppo testardo, continuavo però a rimanere della mia idea, si trattava di un bianco latteo. Per dirimere la controversia, consultammo vari atlanti astronomici, manuali, planetari: nella maggior parte di essi non trovammo nemmeno menzione di quell'astro, mentre i due più dettagliati si limitavano a descriverlo come "bianco". Il professore, millantando di aver letto da qualche parte che si trattava di un color bianco panna, pretese di chiudere così la questione a suo favore, ed io non potei che sottostare alla sua volontà. Ma volli vederci chiaro: scrissi alle principali agenzie spaziali del globo terracqueo, chiedendo qual era l'identificazione cromatica da preferirsi. Molte mi risposero "Boh!", mentre la NASA rispose: "Embeh? C'è differenza? Vedremo comunque di approfondire la cosa, non dubiti". Sei mesi dopo l'agenzia statunitense mi inviò un'altra risposta, in cui si comunicava che da approfondite analisi spettroscopiche di quell'astro fantasmagorico, nonchè da mirifiche fotografie chiarificatrici scattate dal sovrumano telescopio spaziale Ùbbolo, la cromia più esatta era "bianco latte". Ebbi finalmente ragione, ma fu comunque una magra consolazione, a fronte dei miei interminabili insuccessi scolastici. I miei zii, disgustati dalle ultime pagelle con quei meno in aggravante ai soliti votacci in apparente codice binario, si rifiutarono di visionare, in futuro, altre mie pagelle: mi ordinarono di bruciarle direttamente nel camino. Per Luigi Amiltone, più che un'onta, fu una liberazione. La mia carriera scolastica procedette, nel primo anno, sempre con gli stessi voti, ma a partire dalla seconda riuscii ad eliminare i meno: rimasero gli atavici ed onnipresenti voti "uno-zero", che mi avrebbero accompagnato per tutto il quinquennio del Liceo. Prima che finissi le superiori, entrambi i miei cugini si laurearono, magna cum laude, all'Accademia Anglo-Caraibica di Oxfordo, la suprema Università che - era scritto negli astri del firmamento non visibili ad occhio nudo - anch'io avrei ineludibilmente dovuto frequentare. Gli zii erano in estasi per gli insuperabili trionfi accademici dei figli, che mettevano in ulteriore ombra la mia carriera scolastica. Gregorio, il maggiore, si era laureato in Reticenza alla Facoltà di Non Rispondere, e aveva redatto una voluminosa tesi (cinquecento pagine), che i suoi genitori non esitavano a definire "La Divina Commedia del Terzo Millennio". La squisita liberalità di Gregorio permise al mio illetterato carcame di accostarsi alla sua opera imperitura, e alle mie dita indegne di sfogliarne le pagine: constatai con incredulo sgomento che erano tutti fogli immacolati. Il geniale cugino aveva semplicemente comprato un pacco di cinquecento fogli di carta da fotocopie e aveva fatto rilegare la risma così com'era. Osai chiedergli spiegazioni e lui gentilmente me le diede, facendomi osservare che una lunghissima tesi assolutamente bianca era il non plus ultra della reticenza: per questo si era meritato la votazione massima. Compresi la motivazione, ma ne rimasi scioccato. Altro colpo fu, un paio di anni dopo, l'altrettanto gloriosa laurea dell'altro cugino, Girolamo: si laureò alla Facoltà di Intendere e di Volere, con una tesi intitolata "Velleità di volontari volenterosi dal mento volitivo". Era molto più breve di quella del fratello, e volli (sì, volli, forse contagiato dal titolo) sfogliarla per accertarmi che almeno questa non fosse in bianco: era regolarmente scritta, e anche bene. Ma l'asso nella manica che valse a Girolamo la laude non fu la sua tesi, bensì la risposta, pronta, sagace e volitiva, alla seguente domanda obbligata della commissione: "Che voto vuole?". Inutile dire che il cugino scelse il massimo, e la commissione glielo concedette di buon grado, rispondendogli, come di prammatica, "Volentieri" . Ancora una volta assistetti a qualcosa di cui non saprò mai capacitarmi: una lode che mi sembrava assolutamente regalata.  Di lì a poco incappai nell'ineludibile ghigliottina dell'esame di maturità, in cui temevo di perire prematuramente. Feci del mio meglio, ma non riuscii a migliorare, ed anzi peggiorai. Portai a casa il certificato con le valutazioni sulle varie prove (erano state novanta, due per ogni materia di studio) ed il voto finale: uno, zero, zero e un'altra scrittarella aggrovigliata e quasi illeggibile che non lasciava presagire nulla di buono. Stavo per gettare il documento nel camino, come da precedenti istruzioni dei miei carcerieri, quando lo zio mi chiese, per mera curiosità, di che foglio si trattasse: glielo rivelai, e lui, sarcastico, replicò che sicuramente non c'erano delle grandi novità, ed che anzi voleva tentare di indovinare il voto finale. "Uno e zero" - sentenziò. Io, agitato e tremebondo, ma cercando di controllarmi, risposi "Sì, infatti", e già stavo allungando il braccio verso il camino; ma egli notò in me questo tremore ed un certo titubante nervosismo che di solito non presentavo, e mi intimò: "Altolà, sento puzza di bruciato (e non è il camino!)...non sarai peggiorato ulteriormente, voglio sperare !?! Dammi subito quella cartaccia!". Gliela porsi e lui lesse impietosamente: "Uno, zero, ancora zero...e qui che c'è scritto?" Prese la lente di ingrandimento e cercò faticosamente di decifrarla, arrivando a interpretarla come "gode". "Ah, è così?!? Prendi una sfilza di zeri e ci godi pure? Fuori da questa casa!!!" Per me fu un'assoluta doccia gelata: dove sarei andato a...beh, riflettendo un attimo, mi resi conto che in quella casa non avevo mai mangiato, e praticamente non ci dormivo più da un decennio abbondante, per il palese fatto che non riposavo affatto. L'unica attività che svolgevo in quella casa era studiare per qualche ora notturna alla fioca luce di una torcia elettrica (le cui pile erano a carico mio), per non gravare sulla bolletta elettrica degli zii. In ogni caso, abbandonare di punto in bianco quello che dalla prima elementare era diventato il mio "campo base" mi risultava ugualmente difficile e triste. E con le mie inesistenti finanze, come avrei mai potuto procurarmi un alloggio, foss'anche una topaia in rovina? In quel momento entrò in salotto mia zia, con in mano una lettera per me, proveniente dalla scuola. Rimasero entrambi lì a fissarmi, rosi dalla curiosità di essere informati sul suo contenuto. Le ginocchia non mi ressero: mi si offriva una borsa di studio degna di un principe !!! L'ingegnerone, dalle granitiche vette della sua ottusità, pensò che si trattasse di una borsa a tracolla: rimarcò che il mio vecchio zaino scolastico andava ancora benissimo, e che quindi si sarebbe appropriato lui stesso della borsa premio. La zia gli spiegò con pazienza che si trattava invece di una spropositata somma di denaro...lo zio, mirando ad intascare il malloppo, ritrattò parzialmente la sua sentenza di sfratto esecutivo: "Beh, non andare via così su due piedi, per qualche altro mese puoi restare..." La zia rincarò la dose: "Storie, potrai rimanere qui finchè vorrai, caro..." Io, che finalmente avevo le risorse finanziarie per vivere da solo e potermi pagare autonomamente  le astronomiche tasse universitarie dell'Accademia Anglo-Caraibica di Oxfordo, mia prossima meta, in quarantadue secondi esatti ringraziai di tutto, raccolsi le mie masserizie, carabattole, sartiame, armi e bagagli e me ne andai per sempre da quella casa ove avevo conosciuto solo privazioni ed umiliazioni. Meditavo anche di abbandonare quel massacrante lavoro notturno al forno, ma prima di intraprendere questo passo decisi di aspettare di essermi adeguatamente sistemato. In prospettiva della mia futura frequentazione dell'Accademia di Oxfordo, restava però la questione degli spostamenti, per i quali non sarebbe più bastato quel vecchio karto "tenuto al guinzaglio" dalla lunga catena di Ron: una possibile soluzione era quella di un abbonamento ferroviario. Ma a Luigi Amiltone, ormai affrancatosi dalle catene della schiavitù e da relazioni sociali obbligate con anodini esponenti del popolino (come appunto erano gli zii, i cugini e quell'obeso biondino spilorcio del fornaio), non aggradava molto l'idea di stare serrato in un vagone gremito di comune plebaglia assortita, triste immagine di alienazione e massificazione che evocava in me l'idea di una mandria acquiescente stipata in un carro bestie ("best car", in dialetto sassòne). Il nuovo corso della gloriosa vita di Luigi Amiltone doveva principiare in modo grandioso, sfarzoso, con un eroico atto di coraggio: così andai da Ron e, forte della mia maggiore età, della patente automobilistica appena conseguita, della sicurezza economica data dalla borsa di studio e dall'atto di titanistica emancipazione che avevo compiuto, gli chiesi di poter usufruire di una potente vettura Mc Ladren per fare la spola tra la sede della scuderia ed Oxfordo. In un primo momento Ron ruggì, esternando la sua disapprovazione; ma in seguito accondiscese, affibbiandomi un'auto a suo tempo provata un paio di volte da Raikkone, e che nessuno più volle usare dopo che il finnico beone logorroico, reduce da una sbronza, ci rigurgitò dentro ettolitri di birra. Ebbi l'ardimento di rifiutare quella macchina, e la temerarietà di chiedere se non c'era qualcosa di meglio. Dalle frementi narici di Ron uscì lo stesso fumo nero che attorniava la sede Mc Ladren, ed il suo ruggito divenne un tuono fragoroso che scosse mezza Inghilterra. Poi tacque, cogitabondo, per un paio di minuti. Alla fine mi affidò una berlina del 1998 dai freni completamente usurati, sul cui sedile anteriore si erano più volte posati i sacri glutei di Hakkinenno, il biondino che da sempre, dopo il buon Kovalo, mi sta più simpatico. Accettai senza riserve, impegnandomi a pagare di tasca mia la riparazione dei freni. Con quel macchinone sfrecciai ad Oxfordo, e là cominciai, con un mese d'anticipo, ad immergermi in quello che sarebbe stato il mio prossimo ambiente naturale. Presi in affitto un alloggio il cui numero civico era un fedele omaggio all'infimo voto onnipresente nelle mie pagelle (ne vedrete la porta in una foto verso la fine del racconto, pazientate ancora per qualche altra ora); iniziai un fervente pellegrinaggio attraverso i vari Collegi, i Dipartimenti e le sacre Biblioteche, ove ritrovai, con sommo stupore, anche una pregevole raccolta dei miei temi delle superiori, crestomazia inincartapecoribile nonostante fosse stata rilegata in cartapecora. "Tutto questo un giorno sarà mio!" - pensai - "e quel giorno arriverà molto presto". Detto...fatto, eccomi catapultato ad Oxfordo. Giacchè tutte le discipline di studio mi interessavano in egual modo, optai per la Facoltà di Tuttologia, in vista di una successiva specializzazione in Onniscienza. Si può affermare che ad Oxfordo tutte le Facoltà siano alla portata dei soli facoltosi, i quali, peraltro, si ritrovano a godere di un'amplissima facoltà di scelta per quanto concerne i corsi facoltativi. Io, tanto per non lasciare niente al caso - nome dietro cui si cela il sardonico destino beffardo - li scelsi tutti. Da un rapido calcolo delle spese che avrei dovuto sostenere lungo tutta la durata degli studi, includendo ovviamente anche il canone di locazione ed il vitto di livello luculliano-pantagruelico (dovevo rifarmi di tutti quegli anni di privazioni alimentari ed insipidi crackers ridotti in briciole), mi fu subito chiaro che il denaro della borsa di studio non sarebbe certo bastato: decisi dunque di profondere le mie sacre energie fisiche in qualche lavoro manuale a tempo parziale. E giacchè avevo una lunga ed onorata esperienza come garzone di panetteria, continuai con quell'attività: trovai un bel forno gestito da un simpatico morettino con cui m'intesi alla grande fin da subito, e che tra l'altro mi offriva - facendomi lavorare un'ora in meno di prima - un compenso triplo rispetto alla miseria elargitami da quel pingue biondaccio di Vochingo. Puossi dir che quasi la metà dei prodotti da forno usciti da quella bottega avevano avuto l'onorevole privilegio di essere stati mirabilmente impastati e lavorati dalle abili mani di Luigi Amiltone. E giacchè "l'uomo non vive di solo pane", convinsi il titolare ad iniziare una massiccia produzione di nobili grissini taurinensi, molto ricercati dalle snobistiche docenze e sofisticate discenze di quella Università per via di quella loro sottigliezza, che avrebbe giovato all'acume mentale, e della loro rettitudine fisica, che sarebbe stata corroborante per la dirittura etica di chi se ne sarebbe animalescamente ingozzato. Per coniugare la mia caritatevole ed inestimabile opera manuale con una misericordiosa ed impagabile attività intellettuale al servizio del prossimo, decisi - in qualità di matricola di caratura trascendentale - di dare ripetizioni tardo-pomeridiane (sfruttando l'atto di magnanimità di Ron, che fissò alle 17:00 il mio nuovo orario quotidiano di uscita dalla sede Mc Ladren) e serali agli studenti degli anni successivi al mio (e soprattutto ai laureandi), senza distinzione di Facoltà. Il primo studente a cui diedi lezioni fu Gioacchino, studente iscritto al quarto anno del (banale) Corso di Laurea in Filosofia Moderna e Contemporanea. Giacchè egli si dimostrava abbastanza insofferente allo studio in camera o in biblioteca, decisi di lasciar scegliere a lui il luogo dove si sentiva più a suo agio: optò per le strade di alcuni quartieri di Londra. Fu un'ottima scelta, che ci permetteva di emulare gli antichi filosofi greci (e Socrate in primis) che discorrevano dei grandi temi dell'esistenza e del Sapere (di non sapere) passeggiando per le strade, nonchè per i portici e le piazze  (stoà ed agorà) di Atene ed altre città. Con Gioacchino riuscii a mettere in atto con successo il metodo maieutico socratico, estrapolando così dal suo animo, mediante la dialettica brachilogica (uso di battute brevi) che mi contraddistingue e mi distanzia millenni luce dai lunghi discorsi retorici e capziosi (macrologia) degli antichi sofisti (il cui erede naturale è Raikkone), le sue ofelime e soggettive credenze e la sua personale visione del mondo. Nella foto sottostante potete vederci mentre, in cattedratica divisa oxfordiana, dissertiamo intensamente della filosofia di quell'impossibilitato di Emanuele Non Può (Kant) e delle sue numerose aporie.

 

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 Tra l'altro, prima di illustrare a Gioacchino le notevoli influenze del pensiero kantiano sia sulla filosofia del fascinoso Eghelio che su quelle di Talete, Anassagora ed Anassimandro, gli feci anche notare come, in questo effimero mondo terreno, Stati, regni ed imperi sorgano, si amplino o si riducano, cadano e si susseguano l'un l'altro quasi con la stessa fuggevole levità ed inane caducità delle nuvole del firmamento, che, dopo aver invaso l'aere biavo e purissimo, spesso si dileguano in pochi minuti senza lasciar traccia veruna: Emanuele Non Può a suo tempo nacque crucco, ma se venisse alla luce oggi nella stessa città sarebbe russo tanto quanto Putino o Vitalino Petrovo. Per curiosità, la sua città sorse con il nome di "Conico Usbergo", mentre dal 1946 assunse il nome di "Kalì non è in grado", a testimonianza di quanto la tradizionale, proverbiale ed incrollabile fede induista dei precedenti abitanti teutonici sia stata immediatamente messa in discussione dalla subentrante popolazione sovietica. Continuando a discorrere delle innegabili influenze kantiane, per esempio quelle rintracciabili nel pensiero dello sboccato Dunso Scroto, ci inoltrammo in un quartiere un po' malfamato, che però Gioacchino diceva di conoscere bene perchè ci era nato. Immediatamente un giovane ipermelaninico, con andatura un po' caracollante, ci avvicinò, mi guardò intensamente e, forse ravvisando in me una caritatevole  vocazione salvifico-redentiva che si esternava in una radiosa aura allocroica, mi chiese a bassa voce: "Ce l'hai la roba?" Io, conscio del ruolo provvidenziale che stavo per esercitare a beneficio di quell'anima in pena, anelante cultura, estrassi dalla tasca interna della mia giacca un fascicoletto con l'omonima novella verghiana e glielo porsi di tutto cuore. Mi rammentai di avere in tasca anche un'altra novella di Verga, Rosso Malpelo, e gli regalai anche quella, invitandolo a riflettere sulla morale già enunciata dal titolo, che, in soldoni, invitava a diffidare di chi è di pelo fulvo, ossia una buona fetta dei Britanni anglicani che ci attorniavano. "Dei biondini" - aggiunsi - "sapevi già da solo, senza che te lo consigliasse Verga, che non ci si può fidare: coi rossi non cambia molto, sappiti regolare. Solo noi ipermelaninici e qualche morettino olivastro - te ne sarai accorto - siamo uomini d'onore." Egli, con espressione commossa e vagamente allibita, si genuflesse dinanzi alla mia augusta persona, poi sparì in un vicolo con la foga tipica di chi ha fame di buona letteratura. Avanzammo lungo la strada principale del quartiere, e ci venne incontro un altro giovane ipermelaninico, che era stavolta un caro amico di Gioacchino. Quest'ultimo fece le presentazioni, dopodichè il suo amico, di nome Gervaso, cominciò a salutarmi con uno di quei rituali tipicamente afroamericani (e sapidamente ritratti in alcuni telefilm statunitensi) che consistono in una ritmata e virtuosistica gestualità brachiale e manuale, una bislacca serie ben coordinata di mosse tipo "qua la zampa", "dammi il cinque", intreccio di avanbraccia, pugno sopra pugno, pugno sotto pugno, gomito contro gomito, batti di qua e di là che poteva durare anche tre o quattro minuti, e che era accompagnato da un sincopato linguaggio a monosillabi in cui si inframezzava, a intervalli regolari, l'epiteto "fratello", l'espressione gergale "Come ti butta?" ed alcune onomatopee gutturali. Io lo guardai bene per vedere se poteva essere mio fratello minore, Nicola (ma io preferisco chiamarlo Nicolasso, è un nome più pittoresco), che era rimasto a vivere coi miei e che dunque non vedevo da una quindicina d'anni, che si fregiava di un nuovo soprannome: ma non era lui. Fatto sta che costui continuava a gesticolare, a chiamarmi fratello, a prendersi confidenza e ad ammiccare come fosse certo di una mia sostanziale, se non assoluta, complicità di fondo. Piano piano compresi, dal suo linguaggio sgrammaticato, che avanzava istanze di rivendicazione sociale verso la corrotta (ma lui usò un vocabolo tipico del turpiloquio) e crudele "società dei visi pallidi", e un'ardente volontà di affrancamento dallo stato di segregazione in cui "i figli della melanina" erano da sempre tenuti, arrivando a caldeggiare deprecabili istanze eversive di lotta sociale, guerra civile, scontro razziale...sventolando insomma i perentori slogani dello "spacchiamo tutto" ed i rutilanti vessilli della rivoluzione, parola che bisbigliai per capire se era questo che intendeva. Fu infatti quella la parola magica: "Esatto, fratello, la rivoluzione, la rivoluzione ipermelaninica!". Ma fummo interrotti da un altro giovane, che era a pochi metri e aveva ascoltato i nostri discorsi. Egli si avvicinò e, guardandoci entrambi con sdegno rovente, ma poi indirizzandosi a me solo (forse perchè sapeva che l'altro era una testa calda e non lo avrebbe ascoltato), cominciò questa dura requisitoria antirivoluzionaria che non mi sembrava del tutto inedita: "Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzioni. Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c'è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice [o meglio "dice loro", nota di redazione di Luigi Amiltone] : Qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Quindi per favore, non parlarmi più di rivoluzioni! Io so quello che dico, ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni...  E, porca Ilio [capito, no?], lo sai cosa succede dopo? Niente... tutto torna come prima!" A questo punto Gioacchino gli replicò, filosoficamente e con un certo determinismo di fondo: "La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza". Ma l'antirivoluzionario tagliò corto con una similitudine che mostrava tutta la sua ripugnanza per l'argomento: "Le rivoluzioni sono come le malattie. Sono come le piattole..." E qui tutti quanti, in preda ad un contrito disgusto, abbassammo mestamente la testa (!) e lasciammo perdere l'argomento. Io e Gioacchino salutammo gli altri, tornammo sui nostri passi, uscimmo da quel quartiere ove serpeggiavano disagio sociale e sedizione e riprendemmo a ragionare, ma più mestamente di prima, di filosofi tedeschi del calibro di Ficto, Foierbacco, Scellingo. Giunti alla mia Mc Ladren, salimmo per tornare di corsa in quel paradiso privilegiato che era Oxfordo. 

Prima ho accennato al mio fratello minore, che non vedevo più da quando avevo sei anni (e lui era molto piccolo): ebbene, lo incontrai pochi mesi dopo, ad una delle tante premiazioni in mio onore (eccoci qui sotto, non sono magnifico, io?).

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Devo dire che, una volta avuti ragguagli cronachistici sulla sua crescita ed il suo percorso scolastico (di cui i miei genitori mi avevano sempre tenuto all'oscuro in quelle uniche due volte che ci siamo sentiti al telefono nel corso di quei tredici/quattordici anni di assoluta lontananza), ho seriamente iniziato ad invidiarlo: egli non è stato venduto come schiavo, è sempre rimasto sotto il suo almo e rassicurante tetto natìo, è sempre stato viziato e coccolato dai miei, ha frequentato (al mattino!) delle normali scuole anglocaraibiche, ha sempre mangiato regolarmente ed abbondantemente, ha sempre studiato poco eppure è riuscito per anni a mantenere una media vicina al cinque (il quintuplo della mia, come si è visto), con punte attestatesi sul sei e mezzo; inoltre non ha mai dovuto lavorare ed ha sempre dormito dieci ore per notte, facendo anche sogni meravigliosi. È proprio vero quello che si dice in giro da tempo immemorabile: i primogeniti spianano la strada ai fratellini epigoni. La mia storia ne è esempio lampante. Ad ulteriore riprova di ciò, debbo raccontare di quando, non molto tempo fa, il fratellino incominciò a sua volta a cimentarsi in alcune corse automobilistiche (prendendo parte al campionato Giovane Renolta Clio), chiedendo numerosi consigli alla mia infallibile perizia di guida. A tal proposito, per inciso, intendo rassicurare l'ente Antitrusto e tutti coloro  terrorizzati dal fatto che la dinastia Amiltone possa voler monopolizzare il mondo delle corse ad ogni livello ed asfaltare la concorrenza: ebbene, nonostante le apparenze ed il conformismo famigliare, io non ho mai approvato la discesa in pista del fratellino, in quanto deve esserci un solo Amiltone. Non lo faccio tanto per interesse egoistico, ma per lui, per evitargli - in un ipotetico futuro che potrebbe vederci ambedue in F1 - eventuali figuracce ed umiliazioni in qualità di "neo-Ralfo Schiumàcchero di turno" nei confronti del primogenito. Pertanto, al fine di evitargli facili illusioni seguite da cocenti delusioni e caustiche disillusioni, mi sono provvidenzialmente attivato per "ostacolare" la sua carriera di pilauta, prodigandomi in consigli sconvenienti e poco ortodossi camuffati da "astuzie del campione": per prima cosa gli ho suggerito, prima delle corse, di sgonfiarsi completamente gli pneumatici, in modo che - senza aria compressa all'interno - risultino più leggeri e quindi lo facciano andare "più veloce"; un altro consiglio è stato quello di rimanere sempre nella marcia più alta anche nelle curve strette, nelle scicagne, nelle frenate, nei rallentamenti e nelle soste alle scatole (box), convincendolo che anche in questo modo si riesca ad andare più veloci; da ultimo l'ho poi esortato a fermarsi alle scatole al termine di ogni giro, per farsi pulire il parabrezza da eventuali moscerini, perchè la visibilità è tutto. Egli ha seguito alla lettera (non so esattamente quale delle ventisei, ma alla lettera) le mie indicazioni, e alla fine - ma per un errore ascrivibile unicamente alla sua foga agonistica - ha fatto una figura ben più magra di quanto fosse, per l'appunto, la sua tarchiata figura corporea.

Ma torniamo alle ripetizioni che impartivo: mi capitò una volta di dare lezioni a una procace e fascinosa ragazzona - di nome Genoveffa - che aveva quattro anni più di me, e doveva laurearsi in Chimica fisica. Tra noi ben presto si generò un'attrazione fatale, forse perchè era proprio una fata; anzi, a essere sincero a me piace descriverla più come una panterona, poi giudicate voi...

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Appariscente, vero?

 

Ebbene, ella mi chiese di andare a casa sua per le ripetizioni; abitava a poche miglia, alcune iarde, una mezza dozzina di piedi e tre o quattro pollici...insomma, a una manciata di chilometri da Oxfordo. Entrando, ebbi la sensazione che in casa fossimo soli, e lei me lo confermò. Disse che lei di solito studiava distesa sul letto, e in altro modo non ci riusciva. Io ero un po' imbarazzato, ma accondiscesi a seguirla in camera e ad imitare la sua condotta. Ci sdraiammo sul suo letto matrimoniale, e dopo 13 secondi e 623 millesimi (cronografo Taggo Euero, dono di Ron) si cimentò nell'immancabile commediola del "che caldo che fa, io mi spoglio un pochino". In pochi attimi rimase in bikini, e mi invitò a spogliarmi a mia volta, prima che mi squagliassi "come un dolcissimo cioccolatino al latte" (ipsa dixit).  Io, pur non avendo mai acceso una sigaretta o un sigaro in vita mia, avevo l'elegante abito dei fumatori sassòni: mi allargai un po' in nodo della cravatta. Ella sorrise con malizia, ma in verità stava per scoppiare a ridere per la mia presunta ingenuità, la mia timidezza o il mio tirannico imbarazzo. Mi sfilai del tutto la cravatta, e pensai che sarebbe stato sufficiente. Ma non era soddisfatta. Tolsi anche la giacca, ma per lei c'era ancora troppa stoffa a dividerci. Mi tolsi anche la camicia, con l'impressione di rimanere in costume adamitico; in realtà, oltre a non essermi ancora tolto nulla al di sotto della cintola, avevo ancora una canottiera. Lei, impetuosa, mi balzò addosso, e dopo 5 secondi e 23 millesimi (da Taggo Euero) mi ritrovai con addosso solo gli slippi...ma in quel momento sentimmo arrivare in cortile l'auto dei suoi genitori. In fretta e furia ci ricoprimmo alla meglio, agguantammo libri e quaderni e ci precipitammo sul tavolo del salotto. Siamo riusciti a non farci scoprire solo per un pelo, e soltanto perchè i suoi genitori hanno perso un minuto abbondante a scaricare dall'auto varie borse e sacchetti della spesa. Entrarono e ci trovarono placidamente assorti in un volumone di Fotochimica, di cui fingevamo di voler svolgere un difficile esercizio, confidando nel mio infallibile magistero. Era già quasi sera, e la lezione stava andando per le lunghe...ma erano rimasti solo alcuni giorni da lì all'esame di Chimica fisica di Genoveffa, così ella preferì invitarmi a rimanere per cena e poi affrontare tutta una tirata serale, facendomi fare gli straordinari. Ma gli straordinari che voleva da me non erano tanto legati alla Chimica, o meglio, erano legati a un'accezione diversa e meno algidamente dottrinaria della Chimica. Si giunse a tarda serata, e più o meno avevamo finito. Stavo per accomiatarmi, ma ella insistette per trattenermi, mirando a farmi dormire lì. Per fortuna in quel periodo non dovevo andare a lavorare al forno, che era chiuso per ferie: potevo effettivamente permettermi di dormire da lei. I suoi rimarcarono però che non c'era un vero e proprio giaciglio, perchè non c'era un letto per gli ospiti ed il divano del salotto era stato ritirato un paio di giorni prima, per essere rifoderato. Genoveffa ricordò ai genitori che in camera sua c'era un divanetto, e che disponevano anche di un bel paravento. I suoi genitori si scambiarono occhiate un po' esitanti: lei li fissò con occhi luminosi e sognanti, ed io rimasi ad occhi bassi per non aggiungere pressione psicologica nei loro confronti. Alla fine acconsentirono, e non appena si girarono di spalle la ragazza mi spinse con euforica irruenza in camera sua, poi richiuse la porta. Non feci in tempo a raggiungere il paravento che lei era già in bikini, seduta sul suo letto. Il mio cronografo misurò stavolta 3 secondi netti. Dietro il paravento mi tolsi nuovamente giacca, cravatta, camicia e canottiera, poi mi guardai alle spalle, per controllare che lei non mi volesse giocare qualche scherzetto o che mi stesse spiando. Non la vidi, la sentii canticchiare una strofetta sempre dalle parti del suo letto. Mi accinsi a slacciarmi la cintura, e in un baleno la pantera mi fu addosso. In non più di 4 secondi successe esattamente quanto segue: la sua mano destra mi sfilò fulmineamente pantaloni, scarpe e calzini, poi ella mi avvinghiò in vita, mi prese in braccio e mi depose sul suo letto. A sua volta balzò felinamente sul letto e fece scomparire i nostri corpi frementi sotto un'ampia voluta delle lenzuola. Da ultimo estrasse un braccio da sotto le coltri e si divertì a lanciare la biancheria intima sua e mia in giro per la stanza, alla cieca. Che dire...passai la notte lì...Poco prima dell'alba mi svegliò e mi fece precauzionalmente tornare (anzi, andare per la prima volta) a stendermi  sul divanetto, giacchè disse che entro venti minuti al massimo sua madre sarebbe passata a svegliarla. Ma io ricordai, con un certo terrore, che entro le prime luci dell'alba dovevo varcare i cancelli Mc Ladren, che erano un po' distanti. Mi rivestii alla svelta, la salutai in fretta, pregandola di scusarmi anche nei confronti dei suoi, salii sul mio macchinone e surclassai tutti i precedenti record(i) di percorrenza da Oxfordo a Vochingo. Ma il sole, impietoso, stava per sorgere, ed io non ero ancora ai cancelli. Arrivai, aprii la portiera: in quel momento Ron, dall'alto della sua torre di carbonio, scorse faticosamente, al di là della cortina carboniosa intorno allo stabilimento, una minuscola unghia del disco solare al di sopra dell'orizzonte. Varcai di corsa il cancello, e l'inflessibile cronografo Taggo Euero di Ron, ancora più fiscale del mio, segnalò il mio folle ritardo di 2 secondi e 15 millesimi. Per ogni millesimo di secondo di ritardo Ron era solito infliggere una frustata con catena metallica liscia; ma nel mio caso, per darmi una punizione esemplare, ordinò al carnefice di usare una catena chiodata, e mi fece raddoppiare le sferzate. La mia epidermide ne uscì devastata in ogni punto del corpo, e non mi era possibile sedermi, sdraiarmi o appoggiarmi a qualcosa senza provare dolore atroce. Nonostante ciò, quel giorno, come ulteriore punizione, Ron mi obbligò ad andare a fare duecentoventi giri da record al circuito del Sasso D'Argento, ove la pioggia scendeva a catinelle, pur non essendoci stato in precedenza cielo a pecorelle. Ma ben presto arrivarono le cinque pomeridiane, e fui libero. Corsi subito a casa di Genoveffa per le ripetizioni, che stavolta dovevano essere rigorosamente professionali sia perchè lei aveva il temuto esame tre giorni dopo, sia perchè, soprattutto, ero dolorante in tutto il corpo, e non avrei certo potuto sopportare tutte le focose ed impetuose gesta di cui ci eravamo resi protagonisti la notte prima. Le spiegai l'elettrochimica, dunque; e ne risolvemmo insieme qualche difficile esercizio. Finimmo a sera inoltrata, e lei di nuovo insistette perchè rimanessi lì a dormire. Io inizialmente rifiutai, sia perchè, così dolorante, non avrei potuto impegnarmi minimamente in certi rituali, sia perchè l'indomani rischiavo nuovamente di tardare da Ron, e a quel punto addio apparato tegumentario. Ma lei, dolce e comprensiva, mi rassicurò: "per il risveglio antelucano non c'è problema, imposto la radiosveglia. Per il resto, so bene che questa notte non potrai sostenere con me le lotte di Venere, ed aspetterò pazientemente che tu ti rimetta in sesto; ma vorrei ugualmente che stanotte mi facessi compagnia dormendo nella stessa stanza, sul divanetto". Obiettai che probabilmente non sarei nemmeno riuscito a dormire, visto il dolore lancinante in ogni parte del corpo: cionondimeno finii per accettare il suo gentile invito. Ecco però il punctum dolens (a prescindere dal fatto che quella notte ero dolente dappertutto) della faccenda: io, che forse sono un giovane virgulto di mentalità già antiquata, davo per scontato che le sue parole "aspetterò pazientemente che tu ti rimetta in sesto" implicassero da parte sua un'astinenza carnale da protrarsi fino a quel momento: invece quella notte, con mio sommo sgomento, la vidi affacciarsi seminuda alla finestra aperta della sua camera, bisbigliare alcune parole di edulcorato e caloroso incitamento, ed infine  lanciare giù in giardino l'estremità di una corda prima assicurata da qualche parte all'altro capo. Dopo un paio di minuti un prestante ragazzone entrò dalla finestra, sbuffando per via della faticosa scalata. Ma le pratiche più faticose erano quelle che lo attendevano sotto le lenzuola, e vi si infilò subito. Non credo che mi abbia visto, giacchè ero acquattato nell'oscurità ed il divanetto su cui ero sdraiato era quasi completamente nascosto dal paravento. Genoveffa, da sotto le lenzuola, si divertì a fare nuovamente quel giochetto dionisiaco del lancio selvaggio della biancheria intima per la stanza, e di colpo le mutande di lui mi finirono in faccia. Dopo essermele scrollate di dosso avvampai di collera, ma questa vampa cagionò un bruciore atroce delle mie ferite, in particolar modo di quelle del viso, i cui lembi ancora aperti erano già stati tirati dall'irosa tensione dei miei muscoli facciali: rimasi fermo e zitto, covando rabbia ed attendendo uditivamente l'evoluzione della situazione nel loro talamo. Presto cominciarono a rumoreggiare in modo ritmico, provocando in me disgusto ed irritazione suprema, anche perchè con quel fracasso era impossibile anche solo provare a dormire. Comunque sia non riuscivo più a rimanere sdraiato e fermo, le mie piaghe erano insopportabili. Mi alzai, guadagnai il vicino angolo retto delle fresche pareti e, cercando di puntellarmi lievemente con le braccia doloranti, ci appoggiai pian piano la faccia, dando le spalle a quel pandemonio. Ero appoggiato un po' obliquamente, in modo che i due muri sostenessero per un po' il mio corpo nell'improbabile caso in cui mi fossi appisolato in quella posizione pseudo-eretta; debbo però confessare che andò effettivamente così, entrai in uno pseudo-catalettico stato di dormiveglia, durante il quale continuavo a sentire confusamente le querule ed insopportabili parolette erotiche di quei due. In particolare, i miei infallibili padiglioni auricolari captarono uno sconclusionato discorsetto di lei che suonava più o meno così: "Adesso beviamo il latte, ti va? No, comincia da sopra, sia a destra che a sinistra...sì, così, così...bravo. Tra un po', dopo esserci messi in quella precisa posizione numerica, comincerai a berlo da sotto, ed io farò lo stesso, in una perfetta e paritetica circolarità ermeneutica". Quest'ultimo concetto filosofico fu la sola cosa che apprezzai di quelle deliranti parole: quanto al latte, invece, l'ho sempre aborrito. Secondo me il latte è una bevanda adatta ai vitellini e ai biondini: per gli ipermelaninici è assolutamente dannosa, perchè inibisce e arriva persino a debellare la melanina. Posso citarvi degli esempi eloquenti: un mio amico franco-caraibico di Martinica, che aveva sempre goduto di una perfetta abbronzatura tropicale, cominciò - seguendo i consigli di un medico francese, guardacaso un biondino - a bere latte a colazione, tutte le mattine. Ebbene, nel giro di un mese gli venne la vitiligine. Volete un altro caso, ancora più grave? Eccovi serviti: un mio amico camerunense, su prescrizione della madre dietologa, cominciò a bere latte in quantità. La sua carnagione divenne via via più chiara, ma nessuno se ne lamentò, lui per primo. Continuò a bere latte assiduamente, diuturnamente, ossessivamente. Ebbene, è diventato un biondino albino dal candore fisico raccapricciante, che ha tagliato tutti i ponti col suo continente natale e si è trasferito alle isole Svalbarde, unico posto dove, dice lui, "si può avere un po' di refrigerio e di pace del corpo e dello spirito". Comparati a lui, persino i finnici Kovalo e Raikkone sembrano dei centrafricani. Una volta, facendo ingenuamente di tutti i biondini un fascio, gli mandai appunto le loro fotografie, per chiedergli se li conosceva; lui mi rispose, con una certa apatia: "No, e nemmeno mi piacerebbe incontrarli. Sai, con l'Africa e gli africani ho proprio chiuso, non abbiamo più nulla in comune, e la loro mentalità è completamemente opposta a quella di noi nordici." Ma queste considerazioni, naturalmente, non avevano nessuna ripercussione sui caraibici. Ecco perchè sostengo che il latte sia deleterio per chi ha la pelle scura. E certi salutisti non vengano a parlarmi, pretestuosamente, del fatto che il latte è salutare perchè ricco di calcio: a tutti loro ricorderei infatti quello che ho già scritto nel post(o) Amiltone ed il calcio, e cioè che io con il calcio ho chiuso per sempre. Dopo questa parentesi sul latte, torniamo a quella tremenda notte. Ebbene, verso le 3:00 del mattino, visto che non riuscivo più a prendere minimamente sonno, ero ancora agitato, incollerito e la mia presenza in quella camera era ormai il colmo del paradosso, decisi di andarmene per sempre da quella casa scostumata. Mi rivestii, presi tutta la mia roba e mi avviai silenziosamente alla porta, per non svegliare i due drudi: ma lei era già sveglia, mi scorse e mi chiamò sottovoce, riuscendo tra l'altro ad allungare la mano fino a toccarmi una gamba. "Te ne vai di già?" - "Sì, e per sempre. Il mio lavoro qui è finito." - "Mi dispiace, ma...e le lezioni?" - "Te la cavi già bene da sola...e altrimenti chiedi al tuo nuovo amico. Ma non dimenticare di farmi il bonifico per le ripetizioni" - "Non ti preoccupare...ma...prima di andartene, vuoi che ti offra un po' di latte?" E qui le spiegai, con minuzia di particolari, quanto ho scritto poc'anzi. Ma lei, forse pensando metaforicamente ad una idea di bonifica evocata dalla mia parola "bonifico" ribaltò la domanda, chiedendomi arditamente di offrirle un po' di latte. Risposi: "Questa è bella, sei a casa tua ed il latte te lo devo dare io?!?" E la abbandonai impietosamente. Salii sul macchinone, guidai come un ossesso, arrivai dinanzi ai cancelli Mc Ladren con un'ora e un quarto di anticipo (qui non serve il Taggo Euero). Io pensavo di rimanere lì davanti per tutto il tempo residuo, a pregare ed implorare austero perdono per il mio rio ritardo del giorno prima, ma Ron mi avvistò dalla cima della sua Torre di Carbonio e mi fece entrare immediatamente, facendomi dire dal suo interprete: "Su, svelto, è comunque già tardi e c'è tanto lavoro da fare". Di lì a poco iniziò il fatidico anno 2007, che mi vide finalmente varcare, con passo fiero ed altero, gli iridescenti cancelli del gran Circo della F1. Nella prima sessione delle prove libere del mio Gran Premio d'esordio, mentre mi trovavo nella scatola (box) Mc Ladren, fermo sulla mia monoposto a visionare alcuni anodini dati numerici, voltai un attimo la testa e scorsi, vicino al tetragono Ron, nientemeno che quello schiavista di mio padre, che non vedevo dalla bellezza di sedici anni, ossia da quando mi aveva svenduto. Credo che il babbo, avendo sentito dalla stampa di tutto il globo terracqueo che il mio debutto sarebbe stato un evento di portata epocale nel mondo della F1, e che ero l'astro nascente più promettente che l'universo - automobilistico e non - avesse mai avuto l'onore di ospitare nelle sue plaghe e di conoscere, pretendesse di diventare il mio agente, per mettere le mani sui miei futuri profitti faraonici. Captai timbro e tono del ruggito di Ron, capendo al volo che non gli aveva dato una risposta definitiva, e che era prima il caso di vedere cosa avrei saputo fare in quel nuovo contesto, in quella ribalta planetaria dove avrei gareggiato fianco a fianco con i miei idoli, fra cui, in primis, Rubenso Barrichello e Filippino Massa. Ma intuii subito che il mio venale paparino non avrebbe desistito, bramoso di intascare una fortuna e rilanciarsi come il padre che generò cotanto portento vivente. Dopo essersi accomiatato dal tetragono cospetto di Ron, egli si volse nella mia direzione, e per un attimo incrociò il mio sguardo: io, nonostante il rancore inestirpabile che provavo per lui, gli feci un ampio cenno di saluto ed un sorriso, giacchè rimaneva pur sempre mio padre. Egli invece fece finta di non avermi visto, voltandosi solertemente e con un certo malcelato imbarazzo in un'altra direzione. Ma questo suo atteggiamento durò poco, perchè alla mia prima vittoria, che non tardò molto ad arrivare, me lo ritrovai addosso, ed iniziò ad abbracciarmi festante e a sperticarsi in iperbolici complimenti. Ben presto egli divenne il mio managero, con il beneplacito della triade Mc Ladren (Ron Tennis, Martino Wittimarcio e Norberto Augh) ma senza il mio assenso. Si prese fin da subito il 98% delle mie entrate, e sul rimanente 2% fece gravare un iniquo patto di stabilità che mi impediva di spendere anche solo un millesimo di scellino. Era ufficialmente iniziata la seconda dittatura di babbo Antonio. La mia vita in F1 mi assorbì molto più tempo di prima, ma riuscii a mantenere il mio posto di lavoro al forno, unica attività che mi permetteva di rimanere a galla finanziariamente, dato che per i nuovi impegni fui costretto a limitare al minimo, e solo nottetempo, le lezioni private. Ad ogni modo, grazie alla mia nuova popolarità cosmica, c'era una sempre crescente folla di studenti che mi chiedevano ripetizioni: fra questa turba, in particolare, una schiera di giunoniche muliebrità, le quali ogni volta, immancabilmente, si dichiaravano "anelanti di suggere dal corpo docente il latte della sapienza". Io, ancora una volta infastidito da questa ricorrenza del latte, feci promozione ai prodotti della mia zona d'origine, esaltando le virtù del caffè. Le ragazze accettarono lo stesso quell'impronta che intendevo dare alle mie lezioni, ma con aria un po' delusa. Ma gongolai quando venni a sapere che esse preferirono senza indugio il mio caffè al latte screanzatamente offerto loro da dei biondini che davano a loro volta delle ripetizioni (ma non mi capacito in quale disciplina). Alcune delle mie allieve, tra l'altro, in occasione delle corse venivano inizialmente a trovarmi nel paddocco, come si può vedere nella foto seguente.

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Esse sono Giuseppina e Gelsomina, studentesse del Corso di Laurea in Storia medioevale ed anche grandi appassionate di bocce. Fra noi è subito nata una certa intesa ed un intenso filingo proprio per questa comune passione: loro non fanno mai un passo senza portarsi dietro le bocce, ed io ho sempre con me una piccola sacca contenente non solo il fondamentale pallino, ma anche un altro, provvidenziale, boccino di scorta. Ma loro due sono sempre state così dolci e gentili con me che fra noi non poteva esserci vera competizione sportiva: sicchè io ho sempre finito per lasciarle vincere, facendo sì che loro appressassero il più possibile le loro bocce al mio pallino. Quando succedeva, esultavano come delle matte...! Ma a proposito di matte, devo confidare che da qualche anno non ho più potuto frequentare queste due, in quanto la scena è stata monopolizzata dalla famosa e gelosissima Pussicatta mentecatta, in arte Nicoletta Scherzinga, a suo tempo bocciata in canto al Conservatorio crucco (va bene, diciamo teutonico) di Tubinga. Un certo giorno la Pussicatta, che io neanche conoscevo, fece irruzione sulla scena del paddocco, sbaragliò con intimidazioni o violenza fisica tutte le mie allieve, amiche e pretendenti, e si autoproclamò mia fidanzata ufficiale. Come ho già scritto nel post(o) Fotoalbum, l'ultima mia ex a farne le spese, in termini di integrità fisica, fu la leggiadra figlia dello sceicco Al-Mansuro, il cui zigomo destro venne deturpato a vita da una sinistra tettata nucleare della Pussicatta. Il ricco padre, grosso (e pachidermico) azionista del gruppo Mc Ladren, riferisce tristemente che la figlia da quel momento non ha più osato uscire di casa. Ecco qui sotto, mentre tenta di fare violenza anche a me, la colpevole di quell'atroce misfatto:

 

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Ella, (anzi, essa) volle legarsi indissolubilmente a me perchè è sempre stata, a sua volta, una grande appassionata di bocce, gioco/sport che vanta di consueto molti amatori (e quindi dei drudi, per l'appunto!) tra le  fila dei pensionati, ma ben pochi tra i giovani, in genere interessati a tutt'altro; ed io sono appunto, ai suoi occhi come  quelli di chiunque altro, una di quelle rifulgenti eccezioni, se non un vero hapax legomenon, cioè un caso unico (ed inestimabile). Come avrete letto dalle riviste scandalistiche, l'anno scorso ella decise di allontanarsi da me: ma ben presto è ritornata, perchè, dopo aver solcato tutti gli oceani e girovagato per i vari continenti, non ha trovato nessun altro giovane disposto a giocare a bocce con lei.

Ma torniamo ora al glorioso anno del mio debutto, ed in particolare alle mie prime vittorie: oltre al regime finanziario di carattere dittatoriale instaurato da papà Antonio, sul mio luminoso futuro di ricchezza si proiettarono le inquietanti ombre di alcune rivendicazioni del mio altrettanto dispotico zione, che io abbandonai dopo aver vinto la borsa di studio post-maturità. Costui pretendeva a sua volta una parte dei profitti, in quanto sosteneva di aver "principescamente sostentato e tutelato sotto la sua munifica ala protettrice il più sfolgorante astro nascente della F1 di tutti i tempi": mio padre reagì a queste esose pretese alla maniera tipica di Ron, ossia con un ringhio di cruento disaccordo. Ma mia madre, da sempre più diplomatica, conciliante e generosa, lo convinse a compilare per il fratello un assegno di mille sterline, in virtù di ciò che egli aveva fatto per me in tutti quegli anni (in realtà poco o nulla, come si è visto). Lo zio si sentì preso per i fondelli da quell' "assegnino da elemosina", e chiese esplicitamente che gli fossero versati duecento milioni di sterline anglo-caraibiche in oro purissimo. Mio padre divenne una furia: dapprima i due fratelli iniziarono una feroce battaglia legale, dopodichè, vedendo che tra legulei azzecca-garbugli, procuratori inetti, scartoffie inutili, ricorsi, udienze, giudici coi paraocchi ecc. non si risolveva nulla e si stava invece gettando al vento una buona fetta dei MIEI introiti, arrivarono a sistemare la vertenza alla vecchia maniera anglo-caraibica e piratesca, ossia con una prosaica quanto epocale scazzottata. A questo punto devo precisare che entrambi i fratelli, avari e diffidenti, non si erano mai fidati delle banche, e preferivano tenere addosso tutto il loro denaro, si trattasse anche di cifre da capogiro; cosicchè, quando si azzuffarono, ad ogni pugno ben assestato dalle tasche dei vestiti del contendente colpito scivolavano fuori banconote e monete. Io, con il pretesto di fare da arbitro della contesa, mi sistemai vicino a loro due e raccolsi, non visto da loro la cui attenzione era tutta sull'avversario (in virtù di quella particolare condizione che, in omaggio a grandi vie di comunicazione come la Transahariana, la Transiberiana e la Transamazzonica, si può definire "Transagonistica"), tutto il denaro che cadde per terra. Come finì? Vinse mio padre, ed io intascai con destrezza ottocentoventi sterline da lui e cinquecentosessantacinque da mio zio. La diatriba si era conclusa secondo la legge della giungla, la legge del più forte: ma ciò che importava era che fosse terminata, e soprattutto che il MIO patrimonio non venisse depredato da altri artigli oltre a quelli del babbo venale, sul cui calvo e lucido capo incombeva pur sempre la scure dell'ineludibile trapasso, foriera, a beneficio dell'oppresso, del diritto dinastico-ereditario. Ma io non volevo e tuttora non voglio aspettare così tanto per riavere il MIO denaro, e in qualche modo troverò il modo di reimpossessarmene. Ma ora abbandono questi uggiosi e gretti discorsi utilitaristici per tornare al mio sfolgorante percorso di studi, che si dipanava con mirifica agilità, incenerendo le tappe, fra centinaia di esami che a chiunque altro sarebbero parsi insormontabili. Devo riconoscere che durante l'intero percorso universitario i miei voti si mantennero più alti che in tutta la mia precedente carriera scolastica, ma non quanto avrei voluto. Il voto che prendevo immancabilmente in tutte le prove d'esame era tre, zero, e solita sgradevole scrittarella che mi rinfacciava di godere dei miei insuccessi. Se è dunque vero che i miei precedenti uno si erano stabilmente tramutati in corposi tre, d'altra parte non riuscivo a scrollarmi di dosso quegli zeri che gravavano come macigni sulla mia media ed il mio profitto; la mia condotta, per il resto inappuntabile, era inoltre minata alle sue profonde fondamenta e sostruzioni da quella vigliacca accusa di godimento autolesionistico, di essere succube di un sistema edonistico incentrato sull'Errore che una qualche entità demoniaca aveva edificato nel mio delicato ed inerme animo. Per chiarire una volta per tutte questa faccenda, che a me sembrava solo una becera mistificazione, consultai uno dei più dotti ed eminenti psicanalisti dell'Ateneo. Egli mi fece un banale test mostrandomi delle fotografie che ritraevano delle collettività o dei sistemi complessi e interrelati, che io dovevo identificare. La prima immagine mostrava una foresta di conifere, ed egli mi chiese cosa vedevo, per appurare, in sostanza, se ciò che mi si parava davanti agli occhi era per me un bosco oppure  degli alberi. Io risposi che avevo l'onore di contemplare una porzione dell'inquinata taiga russa dell'Oblasto di Novosibirsca, nella quale riuscivo a scorgere abeti bianchi, cedri ed anche qualche betulla. Sullo sfondo della foto riconobbi un ermellino che si stava spulciando l'orecchio sinistro, grattandosi con la zampa posteriore sinistra. Altra foto, piena di aerei e di piste di decollo: dissi che riconoscevo l'aeroporto di Brisbania, in Australia, che si vantava di essere ubbo per le compagnie aeree "Blu vergine" e "Blu pacifico". Nella foto riuscii anche ad individuare, tra i passeggeri seduti all'interno di un apparecchio diretto in Europa, il mento a peperone del Vebberone. Altra foto, piena di volumi librari: egli si aspettava che io dicessi "libri", ma io riconobbi la bellissima biblioteca abbaziale di Monte Angelo, nell'Oregone, progettata da quel finnico omaccione alto alto, bassino, di Alvaro Alto (prozio di un compagno di scuola di Raikkone): in uno di quei libri riconobbi Le metamorfosi di Apuleio, mentre un altro, molto più in fondo, mi sembrava la recente edizione Mondadori di Cuore di tenebra di Giuseppe Corrado. Avvistai poi un altro libercolo dal titolo I dolori di un giovane inverter, saggio ironico (nato come parodia di afflato tecnologico-tecnocratico de I dolori del giovane Vèrtero di Goetto) di un pioniere del fotovoltaico che, prendendo le mosse da un articolo pubblicato nel 1925 da Davide Candeliere Principe, racconta i difetti di funzionamento, le iniziali problematiche e le "fisiologiche idiosincrasie" riscontrate in quello che forse fu il primo di questi dispositivi invertitori di corrente. In un'altra illustrazione si vedeva una folla oceanica radunata in una vasta pianura: mi guardai bene dall'identificarla come "persone", e riconobbi invece che si trattava del 47% della popolazione cambogiana. Sciorinai allo psicanalista alcune centinaia di nomi di quelle persone, ognuno corredato di età, data di nascita, luogo di residenza, codice di avviamento postale, indirizzo, numero telefonico fisso e/o mobile, codice fiscale ed indirizzo di posta elettronica. Fra quella turba seppi indicare con precisione, uno ad uno, chi erano i sindaci delle varie città del Paese. Scoprimmo poi con ilarità che il prosperoso capo del governo, il cui virile nome è Un Seno, si era presentato in canottiera, e quell'indumento faceva in effetti risaltare le sue curvilinee prominenze pettorali. Mi sottopose un'ultima foto, che raffigurava il voto diuturnamente ricorrente in tutta la mia disonorevole carriera scolastica. "Eheh, qui c'è poco da dire: uno e zero", fu il mio commento. Come volevasi dimostrare, il decano della Psicanalisi non seppe che pesci pigliare.

 Con il tempo imparai ad accettare con filosofia (stoica, nella fattispecie) anche l'onnipresenza di quella fastidiosa ed insensata dicitura sul mio libretto universitario, il quale vantava più pagine di un vocabolario: il tempo, questa entità immateriale che quotidianamente, qualsiasi cosa si faccia o non si faccia, ci scivola continuamente e definitivamente via dalle dita, come in una grande clessidra, immagine che, in occasione delle mie vittorie in F1, persino alcune coppe sembravano voler provvidenzialmente evocare (come nella foto sottostante), per rammentare ai mortali la caducità delle loro inani esistenze mortali.

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Come una grande clessidra, questa coppa è stata per me un monito

 a non considerare come eterna una condizione vittoriosa ma transeunte.

 Si noti infatti come il mio radioso sorriso vada lievemente a stemperarsi

nell'atto di controllare con lo sguardo la velocità di scorrimento

della sterile sabbia verso il basso.

 

 La civiltà umana, da sempre propensa all'idolatria (che talvolta prova a controbilanciare in modo funesto mediante raptussi ferini di iconoclastia) ha dunque provveduto, illudendosi di preservare la figura sovrumana e forse addirittura le reliquiarie spoglie mortali del sottoscritto in una dimensione intangibile dagli agenti biodeteriogeni e dall'impetuoso fluire dei millenni, a realizzare un fedelissimo, cereo e costosissimo simulacro (si veda qui sotto) di Luigi Amiltone, ovviamente comprensivo del suo (cioè mio) inseparabile strumento salvifico-redentivo: il casco color giallo cadmio, inottenebrabile faro di speme che rifulge soteriologicamente nel bel mezzo delle tenebre escatologiche  in cui l'umanità brancola da secoli.

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Non è una celia e nemmeno una burla: è sul serio una statua di cera!

Ah, stavo per dimenticare: lo sfondo a scacchi di questa foto è una metaforica citazione della celebre partita a scacchi che, nel film Il settimo sigillo di Ingomaro Bergomano, l'eroico protagonista accetta di giocare contro la morte, perdendo inevitabilmente.  Ecco un fotogramma originale del film:

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 Ma torniamo alle ripetizioni che prodigavo agli studenti bisognosi di una guida dottrinaria o di semplice supporto morale: il mio ultimo ciclo di lezioni private fu a beneficio di Filippino Massa, che, dopo essersi laureato in Lettere classiche all'Università di San Paolo del Brasile, voleva incrementare le proprie conoscenze di Retorica, ed anche - e soprattutto - le proprie capacità oratorie. Lo guidai dunque nell'intricato dedalo dell'eloquenza orale e scritta, e alla fine il risultato fu un vero trionfo: insegnai a Filippino come comporre una veemente filippica, mediante la quale Pippino si scagliò contro quell'erista logorroico di Raikkone e, una volta per tutte, riuscì a soverchiarne la facondia, riducendolo al celestiale silenzio. Checchè ne dicano alla Ferrari, Raikkone si è allontanato di sua intenzione dalla scuderia, perchè nei contrasti verbali con Pippino non riusciva più a spuntarla come in precedenza.

Abbandonate le ripetizioni, attività nobile ma molto dispendiosa in termini temporali, mi concentrai pienamente (finalmente!) sugli esami che potevano vantarsi di essere miei:  tra studi matti e disperatissimi in piena notte, la sfilza di esami residui si assottigliava sempre più, spianando al mio magistero il rettilineo viale colonnato della Laurea Magistrale in Onniscienza. Rimanevano una decina di esami, che mediante una "piena immersione" di studio serale e notturno riuscii a superare in un solo mese, purtroppo sempre con lo stesso miserrimo voto: tre, zero, "gode". Me ne feci una ragione, tutto il mio cursus honorum era tempestato di quelle votazioni vergognose, e anche prendendo dei bei nove la mia media sarebbe comunque stata irrimediabilmente compromessa. Non mi rimaneva, dunque, che terminare la redazione della mia tesi ultraterrena, che avevo provvidenzialmente cominciato a scrivere ancor prima di sostenere il primo esame, ben sapendo che sarebbe stata corposa ed impegnativa. Avendo io scelto, nel rigoglioso ambito disciplinare della Tuttologia e nel luminoso sub-ambito (o indirizzo) dell'Onniscienza, l'audace specializzazione di nicchia in Eziologia dell'Ermeneutica aposiopetico-teleologica, decisi, in un fedelissimo e diafano intento mimetico, di intitolare allo stesso modo la mia tesi, che di quella disciplina poteva vantarsi di essere trattazione analitica ed esaustiva. Avevo già scritto circa ventimila pagine, arrivando così ai due terzi dell'opera da me ambiziosamente progettata: in un'ultima settimana, in cui ottenni dal mio panettiere preferito licenza lavorativa, riuscii a stendere anche le ultime diecimila, pervenendo alla fine del capolavoro. Oh, sia chiaro, avrei potuto proseguire ancora a lungo: tuttavia le stesse illustri e cattedratiche docenze avevano consigliato a tutti i laureandi di non presentare tesi troppo lunghe ed arzigogolate, perchè avrebbe potuto trovare effettiva sussistenza lo stocastico rischio che la commissione di laurea, sfaticata com'era di consueto, si rifiutasse aprioristicamente di esaminarle, o le leggesse a spizzichi e bocconi, magari estrapolando una riga della prima pagina e poi saltando, decine o centinaia di migliaia di pagine più avanti, a leggere quattro vocaboli sparsi in quella conclusiva. Con quelle trentamila pagine e nulla più questo rischio non si presentava, pertanto ero in una botte di ferro. Completamente immerso in questa eroica stesura, tuttavia, mi dimenticai drammaticamente di pagare l'ultima rata delle tasse universitarie: fortunatamente il mio babbo Antonio, in una delle poche azioni forse disinteressate della sua gretta esistenza, me ne rammentò (si veda qui sotto il preciso momento, e la mia reazione) in extremis (pochi minuti prima dello scadere del termine), e tutto fu salvato.

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Non rimaneva che il grande giorno della laurea, dunque: esso arrivò circa due anni fa, e fu una vera apoteosi. Nella pletora degli scintillanti fasti di quel giorno vi furono, tuttavia, anche alcune sgradite sorprese. La prima, e la più scioccante, ebbe l'indecente temerarietà di venire ad importunarmi a domicilio: si trattava di Gensone Bottone, che a metà mattina (la cerimonia si sarebbe svolta nel primo pomeriggio) suonò il campanello del mio inviolabile alloggio sacrale, turbando la mia atarassica quiete privata. Nella foto sottostante potete vedere quei penosi minuti, in cui per gentilezza cercai di fare buon viso a cattiva sorte (il solito destino beffardo!): tra l'altro, sulla mia massiccia ed ipermelaninica porta color "nero di Ron" potete finalmente leggere, in numeri argentati (in onore degli inossidabili miti delle frecce d'argento e del circuito del Sasso d'Argento), il famoso voto onnipresente nelle mie pagelle scolastiche: uno e zero.

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Si trattava dei primi mesi in cui eravamo compagni di squadra, essendo lui appena subentrato all'esiliato Kovalo; io, che già da prima avevo inquadrato Gensone come un irrimediabile e molesto fannullone, lo avevo pregato di astenersi dal venire: egli, invece, intendendo accattivarsi con strategie di maldissimulato e consumato ruffianesimo l'intero ambiente Mc Ladren ed in particolare il suo primo alleato ed insieme primo rivale, mi confessò che il suo cuore boopide non gli aveva consentito di potersi esimere dall'accorrere sulla fulgida scena di un evento tanto mirabile, e rivolgere i suoi ossequi più riverenti al mio incipiente magistero dottorale. In omaggio al vecchio adagio popolare secondo cui è meglio non fidarsi, durante la cerimonia feci controllare a vista Bottone dallo staffo della sicurezza, raccomandandomi che rimanesse ad una distanza di almeno trecento metri da me e dal privilegiato spazio fisico in cui avvennero rispettivamente, nel tripudio generale, la mia acclamazione, la mia proclamazione e la mia conseguente apoteosi. L'intera cerimonia, che fu  permeata da un  fervente afflato messianico-millennaristico, ebbe luogo entro un abbarbagliante antelio sovrannaturale che rese onninamente sovraesposte tutte le riprese fotografiche e televisive (a questo impareggiabile Giubileo erano presenti le truppe di tutte le principali televisioni del Globo) di chi, profanamente, tentò di immortalare su un banausico supporto pellicolare la più mirabile e celestiale  epifania trascendente cui i due emisferi dell'atomo opaco del Male potessero e tuttora possano vantarsi di aver mai assistito: per questo non mi è possibile allegare alcuna foto di quell'evento, che è stata una sublimazione di sostanza quintessenziale (il mio solido Sapere) in pura luce trascendente. Ma torniamo ai tediosi contrattempi ed alle criminose storture che, in barba alla mia presenza salvifico-redentiva, segnarono quel memorabile giorno: il mio ordine di custodia cautelare nei confronti di Gensone Bottone si rivelò ben presto provvidenziale, giacchè quel flavo britanno spilungone, dopo aver alzato un po' il gomito al faraonico rinfresco organizzato a mie spese per le frotte degli intervenuti, cominciò ad infastidire coi suoi sboccati apprezzamenti una ragazza le cui pupille erano, seppur da lungi (si trovava a quattrocento metri da me, a causa della gran folla), estaticamente fisse sulla mia augusta persona. Diedi dunque disposizione agli addetti della sicurezza di immobilizzare Gensone ed affidarlo a due carcerieri Mc Ladren che erano stati inviati appositamente da Ron per occorrenze di questo genere. Essi lo misero in ceppi e lo riportarono a Vochingo. Quantunque molesto, quel fannullone di Gensone, almeno, si era palesato esplicitamente e presentato ufficialmente  al mio cospetto, dimodochè ero a conoscenza della sua presenza: lo sgomento più grande lo provai, invece, quando ad un certo punto mi accorsi o mi riferirono che alla festa c'erano degli imbucati illustri che io mi ero ben guardato dall'invitare e che, nascosti nel prosperoso seno della folla festante, stavano gozzovigliando al mio banchetto evitando accuratamente  di farsi vedere da me. Fra essi voglio annoverare il Vebberone, Cultardo e Nicola Rosbergo, che stavano facendo razzia di tartine al salmone. Mi capitò pure di imbattermi nel mio crudele zio, che, in una specie di contrappasso per contrasto rispetto alle privazioni alimentari che inflisse a me,  si stava animalescamente abbuffando di frutta tropicale ed altre primizie anglo-caraibiche, nella sezione "etnica" di quello smisurato buffet(to). Ma la cosa peggiore fu trovarmi improvvisamente davanti il maleodorante Martino Wittimarcio mentre, con un ghigno mefistofelico (foto sottostante, specialmente nella parte destra) si aggirava spiritato per i tavoli, su cui si era divertito a portare, come suo solito, derrate alimentari scadute che aveva da decenni in casa o in ufficio ("le conserverò per occasioni speciali", diceva sempre): fra queste rintracciai un mucchio di carne, pesce, frutta e formaggi vari che risalivano presumibilmente agli anni Settanta.

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Martino, messo alle strette, confessò di aver portato anche dei vasetti di yogurto che  sua madre o a volte sua nonna, quand'era bambino, gli offrivano giorno per giorno per fare merenda, e che lui non aveva mai aperto.

Nonostante questi incidenti, totalmente indipendenti dalla mia volontà, quello fu il più luminoso giorno che l'umanità abbia mai trascorso finora; e chi non fu presente a quella mirifica cerimonia dovrebbe (anzi, parliamoci chiaro, dovrà), per tutto il resto della sua traversata terrena, quotidianamente recitare: "mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa".

Ad ulteriore e supremo coronamento della mia carriera scolastica ed universitaria, della mia epopea, anabasi ed odissea di studio, una decina di giorni dopo la laurea (il cui misero voto ancora una volta non fu  una sorpresa: uno, uno, zero, gode) conseguii il massimo riconoscimento dell'Accademia Anglo-caraibica di Oxfordo: il "Laureus", una specie di superlaurea riservata esclusivamente alla virilità più acculturata ed erudita dell'Accademia. Da quel giorno Luigi Amiltone divenne, anche nell'incolto carrozzone del Circo della F1, il faro per eccellenza della cultura e dell'erudizione. Se ne accorse anche la stampa, che in mia presenza cercò da quel momento di elevare il livello delle dozzinali domande che, nelle interviste e nelle conferenze stampa, mi aveva sempre posto, così come agli altri pilauti: domande banali e prosaiche, quasi sempre imperniate sulla banausica realtà contingente ed incentrate su risibili questioni materiali e meccaniche, o al massimo materialistiche e meccanicistiche, e dunque del tutto avulse da un glaucopide sguardo d'insieme che lasciasse presagire, con chiaroveggenza platonica, l'innegabile strutturazione finalistica del Cosmo, e tentasse di scrutarne le occulte matrici ontologiche - di carattere noumenico - e le mai casuali (ed anzi provvidenzialmente teleologiche) dinamiche fenomenologiche. A questo proposito narrerò, a chi abbia eroicamente resistito fin qui, pervenendo con la propria lettura alata e lubrica laddove la gran parte dei comuni mortali si sarà esentata dal giungere, una buffa scenetta palesemente rivelatrice del mutato atteggiamento culturale dei giornalisti sportivi; si tratta di un aneddoto ilare mio malgrado, in quanto mi resi involontariamente ridicolo, sebbene tutti abbiano considerato la cosa come una sapida invenzione ironica: ma è proprio la mia celebre ed indiscussa trasparenza cristallina che mi induce a raccontare la realtà a tuttotondo, anche quando può essermi gravosa. Ebbene, qualche mese fa, al termine di un gran premio in cui ero arrivato secondo dietro al cherubico Vettellino, uno stuolo di fotorepòrteri si assiepò dinanzi al nostro cospetto (aggiungo "augusto", per quanto mi riguarda), pretendendo di immortalarci: uno di essi, tuttavia, rendendosi conto che una posa naturale delle nostre baldanzose virilità trionfanti sarebbe stata troppo banale e culturalmente insignificante, maturò nel suo illuminato cerebro l'idea di proporci d'interpretare una celebre e straordinaria scena pittorica: quella della Scuola di Atene magistralmente dipinta da Raffaello Sanzio. Il fatto è che la schiera degli altri fotografi era esagitata, rumorosa e tumultuosa, e lui, che tra l'altro era molto vicino al fianco destro di Vettello (mentre io ero dall'altra parte) ci inoltrò la sua richiesta frettolosamente e a mezza voce: dimodoché il biondino, che gli era vicino e lo stava guardando, comprese l'intera domanda e subito alzò perentoriamente l'indice al cielo, imitando il gesto di Platone nell'affresco di Raffaello; invece io, che ero lontano e per giunta distratto da altri anodini cronisti, udii soltanto l'ultima parola della domanda, ossia "Atene", e giacchè ero spossato dalle due ore di guida appena effettuate - e non volevo pertanto rimettermi immediatamente al volante per percorrere migliaia di chilometri - decisi prontamente e simpaticamente di fare il gesto di chi chiede un passaggio, che non aveva nulla a che vedere con il gesto aristotelico  (mano aperta con palmo rivolto a terra) che avrei dovuto imitare. La cosa suscitò una contenuta ilarità, ma fu considerata come un improvvisato lazzo ironico, mentre era un'innocente gaffa frutto di un qui pro quo. Per visualizzare al volo quanto ho dolorosamente descritto si comparino le due immagini sottostanti.

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Se poi volessimo mettere i puntini sulle "i" e sulle "j" (solo se minuscole, ovviamente), bisognerebbe dire che i ruoli dovevano essere invertiti: chi meglio di me, araldo dell'iperuranica trascendenza, avrebbe potuto interpretare la figura di Platone e ripeterne il gesto programmatico,  che è appunto emblema del suo sistema filosofico fondato sull'iperuranico mondo delle idee trascendenti (che risiede appunto nella sfera celeste)? Parimenti, chi meglio del Vettellino, sempre pragmaticamente ed utilitaristicamente abbarbicato al materialismo meccanicistico ed alle banausiche contingenze fenomenologiche, poteva impersonare Aristotele, la cui filosofia si volgeva principalmente allo studio dell'immanenza, della sostanza, della natura terrena e della sfera concreta?

Ebbene, questo è quanto intendevo raccontare sulla mia istruzione e l'aulente fiorire della mia erudita cultura: tutto ciò che segue cronologicamente quest'ultima mia foto è la sterile e transeunte attualità. Qualora qualcuno, leggendo il primo, tormentoso e sofferto paragrafo di questo post(o), avesse inizialmente sentenziato che io mi sia ivi dilungato in spropositate geremiadi, auspico che il successivo drammatico resoconto delle mie esacerbanti vicissitudini abbia fatto mutare il suo giudizio, e suscitato nel suo animo, sia esso pio oppure rio, un accorato sentimento di solidarietà umana verso una sventurata personalità sovrumana osteggiata in ogni modo dall'impietosa ed empia sorte sardonica. Ebbene, ora che ho estroflesso nell'aere purissimo dell'incipiente cobalteo crepuscolo i miei precordi esulcerati da algici ricordi, estrinsecandone le idiosincrasie ed "estroiettandone" i caustici agenti psico-patogeni, percepisco discendere dalle fosforescenti nubi nottilucenti dell'alta mesosfera, a guisa di salvifiche virghe d'atarassica ambrosia, la pervasiva e circonfondente brina dell'eterea catarsi, che placa gli intimi  e plutonici tumulti ferali e pone fine esiziale a tutti i travagli. Ora posso affrontare con serenità e concentrazione una nuova stagione agonistica.

25/01/2012

Amiltone e la Poesia

Per permettere al mio animo fototropico di evadere dall'aterrima quanto teterrima cappa di polvere carboniosa che dal Precambriano opprime e circonfonde l'uggioso borgo vichingo di Vochingo, in cui sono testè confinato per necessità lavorative, mi sono poc'anzi dilettato a scartabellare alacremente nell'iridescente ed allocroico forziere delle reliquie del mio lustro passato recente, proprio in cerca di apriche amenità ed arcadiche facezie nel cui mirifico, beatificante, circonfulgente e flavescente antelio teporoso mi fosse possibile far evaporare il tedio atrabiliare del plumbeo e nefasto gravame Mc Ladren. Quest'edificante e sacrosanta "ricerca del tempo perduto" (come direbbe Alano Prosto celandosi dietro il suo fievole e traslucido pseudonimo di Marcello Prusto), oltre a farmi sovvenire "l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e 'l suon di lei [...]", ha riportato alla luce alcune sudate carte imputrescibili ed inincartapecoribili che possono vantarsi di ospitare, ormai indelebilmente inusti nella grana cellulosica, gli augusti grafemi di alcune struggenti liriche da me scritte nel febbraio del 2010, e cioè alla vigilia dell'epocale stagione che ha visto l'uscita di scena di Raikkone (ora provvidenzialmente tornato, forse nell'eretico intento di personificare il deus ex machina di quest'anno), il controverso ritorno dello Schiumàcchero e la leggendaria consacrazione del cherubico Vettellino. Si tratta di carmi di tono satirico-pamphlettistico che oggi possono far sorridere, e la mia austera giocondità è la prima a farlo, ma vi si trovano anche talune previsioni azzeccate, parecchi spunti di riflessione ed aspetti tuttora persistenti, rivelatisi caratteri invarianti della F1 degli ultimi tempi: e tutto ciò, in questo periodo di bassa marea agonistica, in questa mesta, cogitabonda e gemebonda quaresima motoristica, è quanto posso ostensibilmente offrire in pasto al vorace pubblico delle grandi occasioni, nella millennaristica attesa e nell'ottimistica speranza di poter replicare i quasi inattingibili fasti iconografici (e non solo) di post memorabili come Amiltone ed il Cinema, Fotoalbum di Ron e Fotoalbum.

 

Non ce n'è per nessuno     

Io, Luigi Amiltone,
unico e vero campione,
quest'anno svernicerò tutti
(sperando in pneumatici asciutti)
a partir da Gensone Bottone
(che considero un gran figaccione),
nonché Sebastiano Vettello
per finire al bel Barrichello.
Non c'è più Raikkone?
Che bello!
Senza il biondino ubriacone
campionato di più alto livello;
Ma rivoglio Nelsinnio Picchetto
in coda, o contro al muretto.
Martin Wittimarcio mi dice:
spingi a manetta ed è fatta,
ma basta con la meretrice,
lascia quella Pussicatta.
Non siamo più gregge d'armento           --->    ("frecce d'argento")
da quest'anno lo è lo Schiumàcchero,
che certo, sì, ha talento,
ma tanto alla fine lo inzacchero.
Mi fa ridere il povero Massa,
che tanto si prodiga e impegna
ma alla fine vedrai non mi passa.
Sono andati a spaccare la legna
i due fuoriclasse scarlatti
Fisichella e Badoero all'insegna
dei piloti negletti e ormai sfatti.
Fra gli allori iridati Gensone ancor ronfa:
e allor forza, Luigi Amiltone, trionfa!

 

A Michele Schiumàcchero

Mio caro kaisero sornione,
vetusto Michele Schiumàcchero,
io sono Luigi Amiltone
e vedrai che quest'anno t'inzacchero.
Lo so, sei protetto da tergo
da tale Nicola Rosbergo
che ti è egida e solido usbergo;
e poi c'è quel vecchio volpone
che di nome fa Rosso Marrone
e che sfrutta qualunque occasione.
Ma questo non basta a salvarti
dalla mia furia indefessa
ho imparato metodi ed arti
per sfogare la rabbia repressa.
Adriano Sottile m'aiuta
insieme a Roman Grossogianni
a riempir di medaglie la tuta
per i prossimi quindici anni
pertanto rinunzia, Michele
a scendere in pista quest'anno
se no una stagione di fiele
avrai, con tuo maximo danno.
Ed ora un messaggio a Gensone
perchè tenga bassa la cresta
sarò io in pole posizione
sarò io a correre in testa
sarò io l'inglese omaccione
che andrà sul podio a far festa
insieme a Martìn Wittimarcio
vincerò mille trofei
e tu, prima acerbo ora marcio
puoi andare a pescar con Sampei.

 

A Fernando Alonso

Alla cortese attenzione
del celebre Fernando Alonso:
ciao, sono Luigi Amiltone
per me tu sei tosto ma stronso.
Certo, la mia è presunzione,
ma vedrai, aspettiamo il responso:
tu, da grande campione
miri al successo più intonso;
ma giuro, sei fai lo sborone
ti sculaccerà lo zio Alfonso.
Comincia ad avere paura,
comincia a temere anche Massa,
Filippo ha la testa dura
e se ci si mette ti passa.
E bada: non farti aiutare
da Giacomino Alguersuari
se no ti farò tamponare
da Bu(sc)emi e i suoi loschi compari.
Mi hai già messo contro il buon Senna
ma di lui poco m'importa
per la foga lui sgomma, s'impenna
ogni gara per lui sarà corta.
Alonso, mollusco oppur pesce
bollito vetusto e ormai stanco
che, se per sorte gli riesce,
Santander già svende sul Banco.
Mi disse, Ron Tennis il saggio:
"Tranquillo, Ferraglia non vola,
più sfreccia il Ciao della Piaggio"
ma mi sa che non è più la sola,
se rimiro il mio macchinone
prodigio d'eterea bellezza
ricordami il grosso camione
che provvede all'urbana nettezza.
Chiamavasi "FRECCIA D'ARGENTO",
era un mito inossidabile,
ma parmi ora FECCIA DA SPENTO,
e tutto ciò è intollerabile;
non chiedermi come è possibile,
la colpa è di Wittimarcio,
certo, non è immarcescibile,
ma è figo più di Scamarcio.
Alonso, se mi dai del cafone
dirollo a Bernino Ecclestòne,
e tu primadonna ammuffita
ritirati dalla partita.
Ancor ti ricordo, ai bei tempi,
guardandoti in televisione
quando facevi gli scempi
alla Minardi, nero squadrone;
poi con Trulli ed il gran Fisichella
hai passato qualche anno da stella
lagnandoti con Flavio Briatore
per qualunque noia al motore.
Ci vedremo, mio caro Fernando,
sui circuiti stretti e roventi,
rammenta, io non sto scherzando,
tu farai parte dei lenti.

 

A Sebastiano Vettello

Vettello Vettello
ti parla Amiltone
leva casco e cappello
sei di fronte a un campione.
Tu sei molto giovane, ingenuo ed illuso,
bada a star dietro
o sarai fuoriuso.
Hai Marco Vebbero che ti fa scudo,
spero per te che sia anche il tuo drudo,
ma contro di me non ti servirà a nulla,
pertanto ritirati, torna alla culla.
Se fai lo spaccone
perchè bevi Red Bullo
Luigi Amiltone
leveratti il trastullo:
ricordi Cultardo?
stessa tua situazione,
dov'è, l'infingardo?
l'ha cacciato Amiltone.
E il giaguaro smeraldo,
e la freccia arancione?
Squagliatisi al caldo
respir d'Amiltone.
Rammenti Giampaolo?
Cognome Montoya...
Emigrato a San Paolo
vende semi di soia.
Ti sovvien dell'indiano
della gialla Giordana?
io gli ho dato una mano
ma ogni cosa fu vana...
com'è che sparì
dalla circolazione?
"Và via di qui!"
gli urlò un giorno Amiltone.
Ricordi Hakkinenno?
Un grande campione...
ma per cacciarlo un sol cenno
bastò a Luigi Amiltone.
E lo sai dov'è andato a finire
quell'Ainzo Araldo Frentzeno?
l'ho esiliato per sempre in Zaire
così ce n'è uno di meno...
che aveva fatto, il porcone?
cosa, quella testa matta?
Stava palpando il bel seno
della dolce mia Pussicatta...
disonor, grave insulto, ma almeno
picchiò duro Luigi Amiltone.
E rimembri il gran Mosleino,
quel che chiamavano Max?
fece un immondo casino,
ruppe concordia e anche pax:
or di lui tacciono i Media
come per maledizione
non c'è neanche su Wikipedia
grazie a Luigi Amiltone.
Ordunque, tirando le somme,
ho sbranato fior fior di campioni
non soltanto piallando le gomme,
ma anche rompendo alettoni...
e tu, Vettellino giocondo,
che ancora sei meno di zero,
vuoi farmi arrivare secondo?
Ma svegliati, scendi dal pero!

 

A Rudy  (I)  [un utente ferrarista del forum di Virgilietto]

Alonso, quel Fernando
un tempo in squadra meco
va da anni rabdomando
della gloria l'ultim'eco
profondendo ed essudando
di sforzi un grande spreco.
Egli nacque nelle Asturie
e divenne fuoriclasse,
ma non trattenne le sue furie
quando vinsi  a mani basse
con lui nel mio squadrone
in quell' anno sventurato
in cui il finnico Raikkone
ha impunemente derubato
del sommo titolo Amiltone.
Da allora, Alonso è ritornato
- fra i commenti biechi del paddocco -
a testa bassa dal suo indomito Briatore,
che per espiazione gli ha intimato
di disegnare il nostro monoblocco
per svelare i segreti del motore.
Non so dir se egli fu un allocco
o un aborto di disegnatore,
ma dopo il loro ultimo ritocco
squagliossi come burro il propulsore.
E questo è il gran campione?
Lo vuoi trionfatore?
Il trionfo di Amiltone
sarà il suo inceneritore.
E i discepoli di Oviedo?
ed il banco Santander?
questo io ti chiedo:
c'sa vout c'li possen fèr?

 

A Rudy  (II)

Oh caro, carissimo Rudy,
ti pasci di vani tripudi:
mi parli di Alonso e Schiumàcchero,
l'ho detto, entrambi li inzacchero.
In quanto al bel Ron, che tu chiami Dennis,
il gran Federero non lo batte a tennis.
Martìn Wittimarcio fa il tifo per me
e io dovrei perdere? Dimmi perché!