27/01/2011

A pranzo da Ron

Giacchè la stagione non è ancora iniziata, continuerò a trattare argomenti di contorno, definizione quantomai appropriata per questo racconto imperniato su un pranzo memorabile. Luigi Amiltone è indubbiamente un astro di prima magnitudine, quindi, come nel più glorioso dei catasterismi, la sua degna ubicazione sarebbe nei fatati firmamenti siderei, e non certo fra i banausici mortali; ma è pur vero che anche le stelle devono giocoforza mangiare, e pertanto mostrerò Urbi et Orbi come sia breve il passo da "astronomia" a "gastronomia" (basta apporre una "g" davanti!). Ebbene, dovete sapere che ogni anno il nostro torvo Ron Tennis designa, a turno e senza riconferme (quanto è democratico!), un dipendente Mc Ladren che si sia particolarmente distinto durante la stagione, tanto da potersi definire "l'uomo Mc Ladren dell'anno" (sempre dopo Tennis): a questo inclito prescelto si concede l'onore di un pranzo ufficiale con Ron, nella sua esclusivissima e tetragona Torre di Carbonio. Essa è un'avveniristica e gigantesca (925 metri di altezza) struttura vertical-verticistica realizzata interamente in nerissima fibra di carbonio, dove Ron si apparta sia per controllare dall'alto la sterminata e formicolante sede Mc Ladren di Vochingo, sia per isolarsi dal tramestio dei mortali e parlare a tu per tu con Odino e gli altri dei della sua mitologia nordica. Ovviamente la torre è interdetta a chiunque, eccezion fatta per il tuttofare di fiducia di Ron e, una volta all'anno, per il predetto invitato speciale al gran pranzo. Ebbene, nel 2008, quando vinsi il mondiale, inspiegabilmente Ron non mi chiamò, preferendomi il mio ingegnere di pista, che a dire la verità passa tutto il tempo a girarsi i pollici, perchè io faccio tutto da solo, ed egregiamente. Ron mi disse comunque di non prendermela, perchè il mio turno sarebbe venuto presto. Nel 2009 l'invitato fu, ancora più a sorpresa, Martino Wittimarcio; a dicembre 2010, finalmente, è arrivato il mio turno.  Io ero emozionatissimo già dai preparativi, e soprattutto volevo fare al monarca un'impressione ancora migliore di quella solita...la Pussicatta voleva consigliarmi come vestirmi, e sosteneva che l'abito più adatto fosse l'elegante vestito dei fumatori sassòni (lo smochingo, che fa rima con Vochingo), naturalmente nero, per essere in armonia col colore della torre e con le preferenze di Ron. Io, invece, decisi che l'abito più adatto, sempre nero naturalmente, era il fracco: non solo perchè speravo che quell'incontro personale mi avrebbe fruttato un cospicuo aumento (e dunque un fracco di soldi in più), ma anche perchè, indossando il cilindro, avrei alluso, con una pregnante e sofisticata metafora, ai cilindri dei nostri sovrumani motori, e certamente Ron avrebbe apprezzato tale intento analogico. Agghindato di tutto punto, dunque, mi incamminai, baldanzoso ed euforico, verso la torre di Carbonio. Nel cortile esterno, approfittando della bella giornata (il cielo era color catrame ma non pioveva), buona parte della squadra stava festeggiando prosaicamente la fine dell'anno con una delle solite grigliate dozzinali per palati rudimentali: c'erano gli ingegneri, i meccanici, Gensone Bottone e Martino Wittimarcio. Quest'ultimo, da buon capo, pretendeva che la colorita ciurma iniziasse con l'assaggiare lo zampone che lui stesso aveva portato, ma tutti rifiutarono con decisione. Martino, allora, cercò di circuire e convincere Bottone, la mente più fragile fra i presenti, a mangiare la pietanza, piagnucolando ad arte "almeno tu, ragazzo mio, fammi contento...", finchè Bottone, ingenuo e sprovveduto, finì per accondiscendere. Ma già dopo il primo boccone Gensone sentì sorgere in lui un irrefrenabile urto di vomito: si piegò in due e rigurgitò tutto ciò che aveva nello stomaco, in una scena ripugnante. I meccanici, preoccupatissimi, chiesero seccamente a Martino che data di scadenza avesse quello zampone, e lui rispose "scade a gennaio, mi sembra", e indicò la scatola che conservava l'alimento. Un meccanico la prese e lesse testualmente: "Da consumarsi entro gennaio 1980"; dopodichè la strappò e la buttò per terra rabbiosamente. Non era la prima volta che qualcuno vomitava l'anima per colpa delle derrate alimentari scadute portate sistematicamente da Wittimarcio. Io, che avevo assistito alla scena, cercai di calmare gli animi e stemperare la tensione pavoneggiandomi e dicendo: "Io sì che vado ad un vero pranzo d'elite: sono invitato da Ron...altro che la vostra grigliata plebea". Quasi tutti mi guardarono esterrefatti, comprendendo la portata dell'onore che avevo; soltanto Martino, che era stato a mangiare da Ron l'anno prima, sembrava non invidiarmi per niente: ma non disse una parola, giacchè vige la norma del tassativo silenzio riguardo al pranzo annuale alla Torre di Carbonio, nulla deve trapelare, pena il licenziamento dall'alma mater Mc Ladren, che per tutti noi è assai peggio della morte. Ebbene, lasciai quei camerati alle loro gozzoviglie di bassa lega coi salsicciotti bruciacchiati o mezzi crudi, e suonai il campanello della Torre di Carbonio: ne derivò uno scampanio più solenne ed assordante di quello del Grande Ben, il campanile simbolo di Londra. La porta si aprì automaticamente, e salii sull'ascensore rapido, provviso di kers e dotto "F": in 2 secondi e 461 millesimi (secondo cronometro Taggo Euero) arrivai in cima, ed entrai in un vestibolo dove Bruccio, tuttofare di Ron, mi attendeva per annunciarmi al nostro imperatore. Lo fece, e Ron gli rispose di farmi entrare nel salone da pranzo. Così facemmo, e mi trovai in un lussuoso stanzone semibuio, con le finestre oscurate e un fioco lampadario centrale dalle lampadine a dir poco affumicate. La luce che ne derivava era a dir poco bruna, e mi permetteva soltanto di scorgere i contorni del sottostante tavolone nerastro da pranzo, uno di quei tavoli massicci e dalla lunghezza esagerata, come quelli dei vecchi castelli: era lungo come minimo 10 m. Improvvisamente sentii il rauco vocione di Ron, proveniente da una estremità del tavolo, darmi un austero benvenuto (l'austerità è il massimo livello di cordialità a cui Ron si sia mai spinto), e chiedermi se mi trovavo a mio agio. Io, timidamente, dissi che riuscivo a malapena a vederlo, vista la densa semioscurità. E Ron, deluso: "credevo che anche tu, come me, fossi un uomo illuminato, la cui chiaroveggenza platonica potesse facilmente supplire all'oscurità fisica, che è un igienico schermo alle facili euforie eudemonistiche della luce; invece, come gli altri, in questa stanza brancoli nel buio." Io, intimorito da quella constatazione che sapeva di rimprovero, cominciai a ripetere il ritornello che in Mc Ladren ci hanno insegnato ad usare nei riguardi del monarca, ossia il deferente "Come dici tu, Ron". Egli, allora, ordinò al fidato inserviente di aprire tutte le finestre, in modo che l'ambiente potesse godere di una illuminazione normale. E la luce fu (se avessi detto "Fiat lux" avreste tutti pensato ad un nuovo modello lanciato da Marchionne...e parlare della Fiat alla sede Mc Ladren è un'eresia di terzo grado): potei allora contemplare Ron in tutta la sua sfolgorante tetragonia, e vedere meglio la gran tavolata, ove piatti e posate erano rigorosamente d'argento, in omaggio al mito delle Frecce d'Argento ed al nostro circuito di casa, quello del Sasso d'Argento. Il padrone di casa, intanto, ritrattò parzialmente quello che aveva detto prima su di me: "Forse è soltanto la tua congenita ipermelaninicità che ottenebra la tua visione, rendendoti simile agli altri: ma se non fosse per questo saresti chiaroveggente quanto me". E io: "Come dici tu, Ron". Dopo avermi fatto accomodare all'altra estremità di quello smisurato tavolone, il tetragono fece segno a Bruccio di portarmi il menu, e io lo lessi bramosamente: notai che non c'erano gli antipasti...per fare un po' il fenomeno finsi di rimproverare Ron per questa mancanza, e lui, capendo l'intento scherzoso, replicò che, come avrei dovuto sapere, alla Mc Ladren si passa subito al sodo. Feci ammenda con un profondo inchino: questa volta ero stato colpito e affondato. Continuai a leggere il menu, non badando più alle inezie che mancavano, ma alle prelibatezze che c'erano: per primo un italianissimo (!?!) tris di pasta con "fusilli alla carbonara", "ruote al pomodoro" e "spaghetti in bianco"; poi un succulento "arrosto con purée", e "polenta con salsicce"; per dessert una bella "zuppa inglese" e "rotelle di liquirizia", poi "frutta", "sorbetto" e "caffè". "Un banchetto veramente principesco" dissi a Ron. Il satrapo di Vochingo iniziò poi a farmi un discorso sibillino riguardo a questo grande pranzo annuale, rivelandomi in pratica che esso aveva precisi intenti didattico-formativi e dimostrativi, e serviva ad esplicitare al meglio quella che era la ferrea filosofia Mc Ladren, che al di là di sterili e banausici tecnicismi meccanicistici si fondava su due assiomi di carattere generale: 1) Ron, unico ed insuperabile archetipo dell' "uomo Mc Ladren", è un uomo d'acciaio. 2) Siamo ciò che mangiamo.     Io pensavo che queste parole andassero intese metaforicamente, come avviene per la maggior parte dei discorsi di questo tenore: ma quel pranzo memorabile mi avrebbe sorpreso non poco. Ron, impaziente di assaporare le luculliane pietanze, emise un minaccioso ruggito (tetragono equivalente della dozzinale prassi del battito di mani per sollecitare le portate), e Bruccio cominciò solertemente a portare in tavola le vivande. Ovviamente la precedenza spettava a Ron, nel galateo Mc Ladren: vista la notevole distanza non riuscivo a vedere nitidamente la pasta che Bruccio stava servendo al suo zar britannico, ma nell'aria si era già sparso un profumino delizioso. Arrivò finalmente il mio turno, e Bruccio venne a servirmi con reverenza e dedizione il tanto atteso tris di primi all'italiana: mi porse tre vassoi d'argento contenenti rispettivamente i "fusilli alla carbonara", le "ruote al pomodoro" e gli "spaghetti in bianco", porgendomi poi anche una bottiglia d'olio e una vaschetta di formaggio grattugiato perchè potessi condire a piacimento questi ultimi. La prima impressione era molto positiva, ma poi aguzzai la vista e rimasi tra lo sgomento e l'allibito: nel primo vassoio c'erano molle e viti d'acciaio di varie dimensioni, condite (e quindi ricoperte) con nerissima polvere di carbonio e grafite grigio scura; nel secondo c'erano dei cuscinetti a sfera, sempre d'acciaio, ricoperti da rutilante ossido di ferro e carminia polvere di minio; nel terzo dominava un'intrico di fibre ottiche; la bottiglia d'olio conteneva lubrificante minerale, e quello che sembrava formaggio grattugiato era invece sapone di marsiglia grattugiato. Rimasi pietrificato. Dopo avermi servito, Bruccio mi diede di soppiatto, cercando di non farsi vedere da Ron, un grosso sacco di plastica: intuii al volo che avrei dovuto riversare furtivamente lì dentro tutta quella robaccia metallica che dovevo fingere di mangiare.  E Ron pretendeva che l'ospite non lasciasse nemmeno una briciola di ciascuna portata. Non rimaneva altra scelta che fare buon viso a cattivo gioco, cosa a cui mi ero abituato fin da piccolo, e strategia che mi ha permesso negli anni di uscire con successo da situazioni che a priori sembravano disperate. Mi sistemai così il sacco sotto la tuta e, fingendo di mangiare normalmente, lo riempii via via con tutta quella minuteria meccanica: la mia fortuna era appunto la notevole distanza che mi separava da Ron, il quale - all'altro capo di quello smisurato tavolone  di ebano - non poteva vedere chiaramente se mi portavo le posate alla bocca o al colletto della tuta, sotto cui c'era l'imboccatura del sacco. Ma il tetragono mi chiedeva un parere su ogni piatto, cosicchè dovetti un po' arrampicarmi sugli specchi ed inventare mirabolanti descrizioni di aromi e retrogusti che potessero soddisfarlo, evitando ovviamente il banale e pretestuoso commento sull'onnipresente sapore metallico. Finiti i primi, Bruccio fu lesto a servire quello che sul menu era chiamato "arrosto con purée": l'arrosto era in realtà un grosso motore Merdedes a otto cilindri del 2009. Ron ordinò a Bruccio di staccargli i due pistoni che sembravano più succulenti, esattamente come si fa con le cosce di pollo, mentre a me vennero riservati due dei pistoni più malandati. Ci armeggiai dieci minuti con il coltello d'argento per fingere di voler sminuzzare quelle "carni metalliche", dopodichè Ron riconobbe che forse sarebbe stato meglio usare la fiamma ossidrica e ne fece portare due dal fedele cameriere. Pur con qualche difficoltà, riuscii comunque a infilare anche quei due pistoni nel sacco che avevo in grembo, che cominciava a pesare. Il purée sembrava autentico, provai ad assaggiarlo, accorgendomi subito dopo che si trattava in realtà di schiuma di poliuretano espanso: ci misi un po' prima di ripulirmi la bocca da quella schifezza e vuotare tutto nel sacco. Sulla tavola non c'era pane, ma avvistai dei pacchetti di crackers che sembravano assolutamente autentici, sia al tatto che alla vista: provai a masticarne uno e mi resi subito conto che si trattava di tavolette di compensato sottile sforacchiate a intervalli regolari, proprio come i veri crackers: altra fregatura. Frattanto, poi, Bruccio aveva portato tutta una serie di condimenti e formaggi. C'era, ad esempio, una ciottola di presunta farina e una di presunto lievito in polvere, che Ron mi aveva consigliato di versare sull'arrosto senza ottenere però il mio consenso: riconobbi che erano rispettivamente segatura e minuti trucioli di legno; c'era poi una specie di stracchino, che scoprii essere un panetto di silicone raggrumato, e alcuni ammassi informi di colla vinilica rappresa simulavano delle mozzarelline. In breve finì tutto alla rinfusa dentro al mio saccone pigliatutto. Era il turno della polenta con le salsicce: appurai senza fatica che si trattava di un pannetto di gommapiuma gialla con sopra dei bussolotti di terracotta; anche questa saporita pietanza finì di nascosto nel sacco, che ormai pesava una cinquantina di kg, pieno com'era di quel tripudio di ferramenta, falegnameria e materie plastiche...ma non era ancora finita. Fortunatamente Ron sembrava non essersi assolutamente accorto di tutte quelle mie manovre furtive...ed io ero sicuro che lui stesse a sua volta facendo la stessa pantomima con un sacco analogo al mio, sempre contando sul fatto che la nostra lontananza ci impediva di tenerci accuratamente d'occhio l'un l'altro. Ero convinto che Ron volesse ingannevolmente mettere alla prova il mio coraggio, simulando di mangiare il metallo per far sì che io, emulandolo, lo ingoiassi sul serio dimostrando la mia incrollabile determinazione e sprezzo del pericolo; ma a me sembrava di starlo a mia volta imbrogliando, usando la sua stessa tattica. Ad ogni modo, la farsa doveva continuare. Nell'attesa dell'arrivo del dessert, mi versai alcuni bicchieri delle varie bevande che avevo sul tavolo, e che fino ad allora non avevo toccato: i loro colori, che andavano da tinte ambrate a cromie più rossastre, erano simili a quelli di birra, vini, whiskhy: ma in breve scoprii olfattivamente che si trattava di trementina, gasolio, cherosene, e altri derivati petroliferi. Ron, indicando un bottiglione con una bevanda scurissima, mi chiese se gradivo del chinotto: io annuii e feci finta di berlo, riversandolo nel sacco, che fortunatamente era impermeabile. Comprendendo al volo che si trattava di petrolio, assicurai a Ron che quel tipo di chinotto piace molto anche al nostro detestato rivale Cristiano Oronero: Ron, con una smorfia di medio disgusto (che secondo i suoi parametri corrisponde ad un ironico sorriso), riconobbe che avevo ragione. Arrivò finalmente la zuppa inglese, che però non assomigliava per niente al classico dolce: era invece uno scialbo brodino con dentro della cosiddetta "pastina", che in realtà era un ammasso eterogeneo di rondelle e dadi meccanici di dimensioni medio-piccole. Il brodo ovviamente era di lubrificanti minerali assortiti...Tennis mi chiese come trovavo quella zuppa, ed io gli risposi che era l'alimento più sublime che un palato terrestre poteva assaporare, e fu assai soddisfatto del mio giudizio. Bruccio portò il secondo dolce, ossia le "rotelle di liquirizia", per le quali da piccolo andavo matto (una volta ne mangiai talmente tante che il mio babbo Antonio riconobbe nel mio colorito un cospicuo incremento melaninico); anche quelle sembravano autentiche, e invece, come scoprii dopo averle addentate, erano fatte con vecchi pneumatici del Ponte di Pietra...ulteriore delusione. Tutto finì occultamente nel sacco, che era ormai quasi pieno e pesantissimo, ma venne poi il turno della "frutta". Si vedeva chiaramente che arance e mandarini erano delle semplici palline di plastica arancioni, ma la cosa strana è che le banane avevano una buccia assolutamente autentica e genuina; allora ne sbucciai una, e vedendola normalissima ne inghiottii un pezzo, ma ancora una volta rimasi fregato: era di nuovo schiuma di poliuretano espanso giallo, e mentre ne sputavo i pezzetti in quel borsone di spazzatura che ormai mi soffocava, la mia anima cominciava a maledire Ron. Inutile dire che il successivo sorbetto era liquido refrigerante per radiatori tenuto per giorni in freezer e scongelato da pochi minuti...eravamo giunti all'ultimo supplizio, quello del "caffè". Ron ordinò a Bruccio di portarmi il barattolo con la polvere del "caffè", per farmene sentire l'aroma sopraffino: il profumo non era male, ma mi resi conto che era polvere di carbonio, non di caffè. Quando la scura bevanda mi venne servita in tazzina, Bruccio mi porse anche una zuccheriera: neanche a dirlo, dentro c'era della polvere di gesso che doveva scimmiottare lo zucchero. Non esitai ad abbondarne, per dare un degno finale a quella farsa di pranzo e fare felice Ron. Riuscii a versare anche quel falso caffè nel saccone, che era lì lì per straripare, poi mi alzai a fatica, sollevando un peso di circa 70 kg di ferraglia, legno, plastica e materiali vari assortiti, senza dimenticare quegli immondi liquami petroliferi. Il mio sovrano notò che ero goffo ed appesantito, ma lo ritenette naturale, ed anche lui sembrava ugualmente gravato. Era ormai giunto il momento di accomiatarmi a tornare ai piani bassi, fra i mortali, quando vi fu un colpo di scena: mentre si alzava da tavola con sommo sforzo, i vestiti di Ron si squarciarono per l'ingente aumento volumetrico del suo addome; io, pensando che fosse stato il peso del suo sacco, cominciai a dire: "Eh, Ron, quel sa...", arrestandomi appena in tempo quando, vedendo la canottiera di Ron lacerarsi lasciando a torso nudo quel fustacchione, ebbi la prova che Ron non aveva usato nessun sacco, ma aveva ingoiato tutto. Allora ripresi la frase, correggendomi provvidenzialmente in "Eh, Ron, quel sano pranzetto ha risvegliato l'ipertrofia dei tuoi addominali scultorei"; e Ron, lanciando anatemi al Creato, si lamentava di come anche quest'anno, nonostante apposite cerchiature di rinforzo in fibra di carbonio dei suoi vestiti, essi non avessero retto. Ma cambiando argomento, il monarca disse: "Ora capisci perchè si dice che sono un uomo d'acciaio, e la verità del proverbio secondo cui siamo ciò che ingeriamo". Relativamente sconvolto e appesantito dal carico, mi congedai da Ron con una profonda genuflessione, poi ridiscesi l'ascensore iperveloce della Torre di Carbonio e, uscendone, ritrovai l'allegra combriccola della grigliata: quest'ultima, dopo quel passo falso iniziale, era stata un vero trionfo dei sapori e del buonumore. Vedendomi, mi si pararono tutti davanti a bocca aperta, con mistica devozione, come fossi una teofania: vedendomi notevolmente gonfio a livello dell'addome, mi invidiarono per quella che secondo loro doveva essere stata un'abbuffata sovrumana. Se avessero saputo che invece ero io ad invidiare loro...L'unico che rimase lucido e disilluso fu proprio il maleodorante Martino Wittimarcio, reduce dall'analoga esperienza dell'anno prima: lui mi guardò con aria di solidarietà e comprese immediatamente che sotto la tuta tenevo il saccone stracolmo. Con un pretesto mi indicò dunque di andare in un certo box, dove capii che avrei potuto disfarmi del mio greve fardello, e così feci. Ebbene, quella è stata la prima volta in cui io, astro di firmamenti sublimi, ho veramente invidiato il triviale mondo dei comuni mortali e i loro semplici piaceri di vita.

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