09/01/2011
Amiltone ed il calcio
Giacchè il piatto delle notizie di Formula 1 piange, trovandoci in un periodo di bassa marea agonistica, Luigi Amiltone estrarrà a viva forza dal suo animo esulcerato altri tristi ricordi e tormentate esperienze del suo passato. Parlerò dunque del mio travagliato rapporto con il calcio, che è stato tiepido sfondo alla mia gioventù del tutto guidereccia e per nulla godereccia. Ebbene, da ragazzetto volevo entrare nella Primavera dello Stefanaggio, lo squadrone del paesotto sassòne che la leggenda spaccia per il mio "natio borgo selvaggio": chiesi il permesso a Ron Tennis, a cui - come ho raccontato a suo tempo - ero stato venduto da mio padre Antonio alla tenera età di 6 anni. Ron si oppose decisamente e recisamente, e io pensavo che ciò derivasse soltanto dal suo feroce campanilismo, che gli faceva prediligere la squadra di calcio della sua cittadina, il temibile Vochingo, già detentore per sedici volte dello scudetto vichingo, competizione primo-novecentesca di carattere più che altro folkloristico: gli dissi quindi che sarei entrato volentieri nelle gloriose giovanili del Vochingo. Ma Ron scosse nuovamente la testa: mi disse che non avevo capito il punto, e che non si trattava di scegliere tra lo Stefanaggio ed il Vochingo, bensì di concentrare tutte le energie sulle corse kartistiche (in cui a volte m'inkartavo) e sulle future corse automobilistiche, senza sprecare tempo, energie ed integrità fisica in altri sport, per di più triviali sport di massa (povero Filippino). Il mio tiranno mi fece notare che, se avessi giocato a calcio, anche un banale pestone fortuito avrebbe potuto mettere fine alla mia carriera di pilauta: non potei dunque far altro che dargli pienamente ragione, ed abbandonare l'aspirazione al calcio giocato. Dissi allora che mi sarei limitato al tifo: ma Ron improvvisamente s'imbufalì ancora di più, e tuonò che il tifo è una delle peggiori malattie mai esistite, e che sua nonna ne morì all'età di cinquantasei anni. Aggiunse che in Europa è ormai debellato, ma che in buona parte del mondo, inclusi i Caraibi che mi diedero i veri natali, miete ancora numerose vittime. Chiesi solennemente perdono a Ron per quella mia sciagurata intenzione, e giurai di evitare il tifo più della peste e della lebbra messe insieme. Ma dentro di me, in realtà, quella del tifo era una passione insopprimibile, ed io non ci vedevo nulla di pericoloso, tant'è che avevo molti amici che andavano allo stadio ogni domenica e continuavano a godere di ottima salute. Cominciai dunque a tifare all'insaputa del tetragono Ron, e la prima squadra di "Prima Lega" che suscitò le mie simpatie fu il Tottenham (trivialmente soprannominato "il prosciutto di Totti"). L'aspetto che mi attrasse fu una sorta di aura mistica che pervadeva la squadra ed il suo gioco, una sorta di attesa messianica e millennaristica dell'arrivo, o meglio dire dell'avvento, di Francesco Totti: la squadra era stata per l'appunto fondata e plasmata nella remota speranza che egli ne diventasse, un fatidico giorno, capitano. Infatti durante il mercato non si parlava d'altro: "Totti è vicino", "Arriverà a breve", "Totti al Tottenham al 79%", "Le nostre speranze stanno per essere esaudite"...ma non arrivava mai. "Abbiate fede, arriverà", dicevano i dirigenti, e guardando verso l'alto, in una sorta di estasi trascendente, soggiungevano "Un giorno scenderà dal cielo..."; io, spazientito, osservai: "Per forza scenderà dal cielo, arriverà pur sempre in aereo, o no?". A me sembrava una frase pragmatica ed assennata, ma secondo loro avevo rotto l'incantesimo dell'attesa millennaristica, e decisero di espellermi dalla tifoseria ufficiale ed organizzata. Ma andandomene dissi loro che lo facevo con piacere, e che bisogna proprio essere dei poveri illusi e dei bei creduloni per tifare Tottenham, o quantomeno per aspettarsi che Totti ne diventi il capitano. Mi rivolsi dunque ad una nuova squadra londinese, l'Arsenale, il cui nome roboante mi aveva sempre affascinato. Inizialmente era una bella squadra, armata fino ai denti, ma in breve tempo la vidi indebolirsi: ebbi la netta impressione che qualcuno volesse smantellare l'Arsenale, e la bruciante conferma l'ho avuta quando ho visto emigrare il mio amico Tierrico L'Enrico, quel francese dal colorito simile al mio e dai connotati non troppo diversi. Dopo un colpo del genere, ho deciso di abbandonare l'Arsenale e diventare tifoso del Celsi: lo sCelsi perchè i giocatori in rosa mi sembravano ecCelsi. Ma fui in breve disgustato dal comportamento di Scevocenco, e dalle sue continue oscillazioni mercenarie tra Milan e, per l'appunto, Celsi, con il pretesto di ipocrite infatuazioni di maglia e strampalate scuse linguistiche. Fu così che smisi di tifare per i Blu, e, deluso da tutte le principali squadre londinesi, decisi di tifare per il Liverpollo di Raffaello Benitezzo. Sembrava una compagine solida e aggressiva, degna dei livelli di Luigi Amiltone, ma nel 2009 la vidi andare in crisi e mi disamorai. In più Benitezzo, nel 2010, la lasciò per andare ad allenare in Italia...io lo scongiurai: "Ripensaci, Benitezzo, o lo rimpiangerai per un bel pezzo". Come si è visto avevo ragione, ma Raffaello quando sente le sirene è così, va dove l'arrosto sembra più succulento. Deluso anche dal Liverpollo, mi rivolsi al Mancestero Unito, ma vidi che da quando Musulmano Ronaldo era emigrato verso la Spagna non era più la stessa squadra. Il bombero Vaìno Runeìno (il più giovane esperto dell'antico alfabeto celtico e vichingo delle Rune) fa quello che può, ma anche lui sembra avere perso un po' di smalto. Come ultima spiaggia sono dunque approdato, pochi mesi fa, nella tifoseria del Mancestero Città. Sembrava finalmente che potessi definitivamente accasare il mio tifo, quando mi è successo un episodio inqualificabile che mi ha fatto spezzare, in pochi secondi, tutti i ponti con il calcio, e per sempre. E quanto è successo è un'atroce riprova della malignità inestirpabile dell'animo umano. Mi è stato rivolto un insulto che non sta nè in cielo nè in terra, e che persino gli abissi ripudiano. Ebbene, in sintesi: qualche domenica fa ero allo stadio, seduto in prima fila, a tifare per il Mancestero Città. Ad un certo punto Balotelli segna una rete mirabile, e viene a festeggiare sotto la curva, guardando un po' a sinistra e un po' a destra, come per cercare qualcuno di preciso fra i tifosi. Dopo aver guardato nella mia direzione, urla, festante: "Questo gol lo dedico a quel biondino che sta in prima fila!". Ecco, qui si colloca una frattura insanabile che spezzerà in due la storia dell'umanità; qui il tempo, per decenza, avrebbe dovuto fermarsi e, con faccia sdegnata, imporre al genere umano una gemebonda pausa di riflessione. Ma torniamo alla cronaca di quel giorno: io, incredulo e inorridito, rimasi per qualche secondo paralizzato dallo sgomento, dopodichè cominciai a guardare i tifosi che avevo di fianco, nella speranza di trovarne uno biondo, cosa che avrebbe risolto tutto. Ma di fianco avevo soltanto ragazzi bruni e prosperose fanciulle more, tranne una dai capelli rossi: Balotelli, con sommo sfottimento, stava proprio dicendo a me. E gli altri sembravano non aver dato nessun peso alla cosa, nessuno era inorridito. Avvampai di una collera inaudita, mi alzai e andai furente contro la rete, gridando al giocatore: "Vieni qui, che ti faccio albino!!!" Ma lui era di spalle, stava facendo un trionfale giro di campo. Martino Wittimarcio, che era allo stadio con me, ma che al momento dell'insulto era una decina di metri più in là (era andato a comprarsi un panino ammuffito con della mortadella andata a male, e stava tornando al suo posto), venne a trascinarmi via dalla rete, e mi ricondusse a sedere, tranquillizzandomi dicendo che la Mc Ladren avrebbe agito per vie legali contro quel barbaro, e che lui stesso avrebbe raccontato l'episodio agli avvocati, e inoltrato alla magistratura un corposo fascicolo con testimonianze giurate di tutti i presenti allo stadio. Detto questo ce ne andammo, perchè io decisi irrevocabilmente di aver chiuso con il calcio. In vita mia ho subito onte di tutti i tipi, ma questa le batteva tutte. Mi hanno dato dell'impostore, dell'ingrato, del ladro (quando in India mi accusarono di aver rubato una delle pietre sacre di Shankara), del profanatore di tombe, dell'aguzzino, dell'idiota, dell'abbronzato, del niggher; mi hanno scambiato per Giampaolo Montoya, per Kartikeyano, per Carogno Ciandocco, per uno del Terzo Mondo, e tutto questo ci può stare: ma farmi dare impunemente del biondino è decisamente troppo. Qualcuno potrebbe osservare che, in confronto al tenebroso Balotta, persino io posso sembrare biondo: ma equipararmi a gente come quel beone di Raikkone e quel fannullone di Gensone Bottone è il più atroce atto di terrorismo psicologico che si sia mai concepito. Comunque sia, col calcio è finita. Anche perchè quell'infingardo di Martino Wittimarcio, che aveva assicurato di inviare la pratica ai nostri legali, mi ha raccontato una balla: ho intravisto che l'incartamento è ancora nel suo ufficio, interamente ricoperto di polvere, muffa e ragnatele, e ci ha appoggiato sopra torsoli di mela e bucce di banane di qualche settimana fa.
15:24
Scritto da: luigi-amiltone
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