11/12/2010

Alla conquista della Russia

Negli ultimi anni Bernino Ecclestòne si è strenuamente battuto, con le unghie e con la dentiera, affinchè la F1 approdasse in Russia: alla fine di quest'estate, come aveva riportato Virgilietto, il suo desiderio è diventato realtà, e pare proprio che già nel 2012 noi tutti correremo sul suolo ex sovietico. Bernino, ebbro di questo successo, non ha esitato a definirsi come conquistatore pacifico della Russia, sottolineando di essere riuscito, con le buone maniere, laddove grandi condottieri della storia come Napoleone ed Adolfo Itlerodolfo avevano miseramente fallito. Addirittura, nelle sue anacronistiche fantasie oniriche di ottantenne, Bernino si vedeva già proclamare "Zar di tutte le Russie" da un popolo festante riunito simbolicamente ai piedi dei monti Urali, su entrambi i versanti europeo ed asiatico, mentre lui, intrepido scalatore, conquistava la vetta più alta e gridava al mondo la sua volontà di dominio. Ma poi il sogno puntualmente finiva, e il caro Berni si ritrovava nel suo freddo lettuccio, col cuscino quasi ricoperto di pillole di sonnifero, allucinogeni, supposte e anche alcune pillole azzurre scadute, che la sua compagna brasiliana gli ha sempre comprato a profusione e con estremo piacere. Comunque sia, Bernino ed il premiero russo Putìno (che molti anziani emiliani considerano piuttosto infantile) hanno concordato, in vista del futuro GP di Russia, una strategia di intensa promozione turistico-culturale delle bellezze di quel Paese, ancora non molto visitato dagli Occidentali e dai Meridionali. I primi destinatari di questo progetto saremo proprio noialtri, i pilauti di F1, che verremo guidati e sollecitati dal nostro mentore (e Tiresia) Vitalino Petrovo, eroe nazionale russo, a visitare e conoscere la grande nazione.                                                                                                                                                               Il suddetto Vitalino, per coniugare l'utile al dilettevole, per non dire al godereccio, intendeva cominciare l'operazione molto "alla larga", proponendo inizialmente delle gite turistiche individuali guidate a prezzi agevolati soltanto alle fidanzate e compagne dei pilauti (il loro parere positivo avrebbe senza dubbio indotto i compagni a prenotare una seconda serie di viaggi, stavolta a prezzo pieno, per un'incantevole vacanza di coppia): ovviamente sarebbe stato Petrovo a fare da guida ad ognuna di loro, in quelle escursioni singole. Il primo che Vitalino tentò di abbindolare con questa subdola offerta fu il suo amico Gensone Bottone: Vitalino gli chiese se era d'accordo che la sua Gessica (che di per sè era entusiasta all'idea del viaggio) passasse tre giorni e quattro notti alle sorgenti del Volga con lui, che le avrebbe mostrato panorami mozzafiato. La fortuna di Gensone fu che di fianco a lui c'era Martino Wittimarcio, che una volta sentita la domanda commentò così: "Questa proposta mi piace: sento che c'è sotto del marcio!" Così Bottone, messo in guardia, rifiutò con decisione, tra le calde e disperate lacrime della sua Gessica. Subito dopo, quel lestofante di Vitalino venne da me e dalla mia Pussicatta, ed ebbe il coraggio di chiedermi se la lasciavo andare con lui per quattro giorni e quindici notti sulla penisola del Taimiro (estremità nord della Russia). La Pussicatta era euforica e raggiante, non vedeva l'ora di partire con quel biondino, ma io non ci vedevo chiaro, e chiesi il perchè di così tante notti, e che cosa avrebbero fatto in quelle gelide nottate al Taimiro. Quella scostumata Pussicatta replicò: "Beh, per scaldarci potremmo fare...ehm, no, niente", e si fermò lì in extremis, la mentecatta. Al mio sdegnato rifiuto Vitalino ha cominciato ad insistere, fissandola con bramosia, voluttà e concupiscenza: lei lo ricambiava con occhiate di languida lascivia e libidinosa lussuria...ma il mio veto rimase inflessibile. Vitalino disse allora che avrebbe rivolto quell'offerta vantaggiosa alla dolce metà di Carogno Ciandocco: evidentemente credeva, concedendo su due piedi ad un pilauta di così basso lignaggio e piccolo calibro un privilegio che originariamente spettava a me, che io sarei avvampato di stizza per un simile oltraggio, e avrei finito per accettare lo stesso la proposta indecente; invece, armandomi della mia infinita prodigalità, riconobbi che "Carogno merita questo onore molto più di me". Vitalino, fregato, provò dunque con Ciandocco, che però al momento era singolo, perchè la sua ragazza lo aveva tradito con Kartikeiano. Vitalino, cominciando ad intuire che con quella tattica non avrebbe mai convinto nessun pilauta a lasciar partire la propria dolce metà, pensò di fare un ultimo disperato tentativo nientemeno che con la pupa di Bernino, considerando che lui, anziano ed affaccendato com'è, potesse avere un momento di debolezza. Ma Bernino, ridacchiando, gli rispose: "E io dovrei lasciarla venire con te? Si vede proprio, mio caro Petrovo, che sei appena uscito dall'uovo". Vitalino decise dunque di cambiare tattica, e di proporre a pilauti e fidanzate rassicuranti viaggi di coppia, sempre con lui a fare da guida. Gli introiti sarebbero stati minori, ma pazienza...Tuttavia, le risposte che ottenne non furono lo stesso di tenore molto positivo...vediamone alcune.                                                
Il primo a cui Vitalino si rivolse fu Filippino, che, all'interno della scatola [box] Ferrari, rispose così: "Russia? No, là fa troppo caldo per i miei gusti". Di fianco a Pippino c'era Nandino, che aveva sentito tutto. Vitalino, memore del loro infuocato conto in sospeso risalente all'ultimo GP, tremava come una foglia, e stava pensando di non chiedergli niente, ma Ferdinando delle Asturie, con un ghigno satanico, lo apostrofò: "Come sarebbe, Vitalino, a me non chiedi niente? Proprio niente? Vieni avanti, su, io non ti serbo rancore...mica ti mangio..." Ma mentre diceva così, si fece dare da Colajanni una chiave inglese lunga un metro e larga 10 cm. Vitalino, trepidante, gli propose il solito tour in Russia, e Nando, apparentemente pacato, disse che sua moglie non poteva venire, ma che lui sarebbe venuto volentieri in Russia a passare varie giornate e nottate a tu per tu con Vitalino, sempre spalla a spalla, a condizione che gli fosse consentito portare quella chiave inglese...detto questo Nandino, con gli occhi iniettati di sangue, la brandì minacciosamente in aria, e cacciò un urlo di ferocia preistorica. Vitalino, terrorizzato, se la squagliò in un nanosecondo. Una volta ripresosi fece la sua proposta a molti altri pilauti, ricevendo risposte tanto strampalate ed ignoranti che avrebbero fatto cadere le braccia a chiunque...Il Vebberone: "Ci sono già stato in Russia, sulle Montagne Rocciose, e una volta mi è bastato"; il Vettellino: "Ho terrore dei piranhas e delle anaconde"; Schiumàcchero: "Amo molto l'Italia, ma la Valle d'Aosta e la Russia sono due regioni che non mi sono mai piaciute"; Lucasso di Grasso: "Russia? E' uno di quegli staterelli nuovi vicino alla Moldavia? Non mi va di andarci"; Barrichello: "I boscimani mi fanno paura"; Carogno Ciandocco: "Ci sono già stato... una volta partii a piedi dall'India settentrionale e camminai per giorni e notti verso nord, finchè arrivai a delle montagne insormontabili e coperte di ghiaccio: era per forza di cose il Polo Nord, e dato che tra l'India e il Polo Nord c'è di mezzo la Russia, ci sono già stato". Lo sconsolato Vitalino pensò che almeno il proprio compagno di scuderia, quel Roberto Testa-Cubica che viene dalla non lontana Polonia, conoscesse bene la Russia, ne apprezzasse le bellezze e volesse soggiornarvi: ma il polacco rispose:"Ci sono già stato poco tempo fa, in Russia: il monumento che mi è piaciuto di più è il Taggio Maiale". Vitalino, non capendo a cosa Roberto si riferisse, gli chiese precisazioni, e Robertino: "Massì, quel tempio...come lo chiamate in russo...? Ah sì, il "Taj Mahal"  ". Petrovo, sprofondato in un abisso di desolazione, se ne andò a passi lenti...la notizia di quei viaggi si era sparsa, e i pilauti ne parlavano tra loro, cosicchè Vitalino potè indirettamente sentire anche i commenti di alcuni colleghi a cui non aveva ancora posto la domanda...Adriano Sottile confidava a Timo Glocco che non gli sarebbe piaciuto andar là a mangiare gli involtini primavera; Cristiano Clieno diceva a Gensone Bottone che la Russia e tutti gli altri stati africani erano delle pericolose polveriere, e il fannullone targato Vodafòne era d'accordo. Vitalino, atterrito, stava rientrando a casa, quando d'improvviso gli corse incontro Sebastiano   Bu(sc)emi, dicendogli che lui e la sua miss volevano fare un bel viaggio in Russia. Gli occhi di Petrovo, prima spenti come i cieli dei crepuscoli siberiani in Dicembre, tornarono d'un fulgido azzurro rilucente, come i radiosi zampilli delle sorgenti del Volga in una giornata estiva. In un clima di contagiosa euforia Vitalino cominciò tutti i preparativi e, due giorni dopo, i tre arrivarono in aereo a Mosca. Dopo quattro giorni di visita della città, essi salirono su un treno della linea Transiberiana alla volta delle sperdute foreste della Siberia Orientale, per trascorrere qualche settimana nella natura selvaggia. Quando scesero dal treno erano nella remota regione della Jacuzia: camminarono verso nord-est per qualche giorno, sempre sotto la sapiente ed esperta guida (indigena) di Petrovo; a un certo punto, in una vallata incuneata tra monti desolati, trovarono una baracca di legno abbandonata, e lì si accamparono. Trascorsero alcuni giorni memorabili...la natura era incontaminata, Bu(sc)emi era simpatico e la sua miss conturbante e prosperosissima. In un moto d'orgoglio, ella confessò a Vitalino che aveva una quindicesima misura di seno. Petrovo, che già era bianco per il freddo, impallidì ancora di più, e la sua pelle divenne quasi trasparente, tanto che se non ci fossero stati i capelli sarebbe stato forse possibile leggere, nel suo cervello, le vogliose fantasie che gli stavano passando per la testa. Ma ben presto il rossore per quella clamorosa rivelazione gli fece tornare normale il colorito, e fu salvo. Fu il momento di coricarsi: Sebastiano Bu(sc)emi, amichevole ma sospettoso, aveva eretto, all'interno della baracca, una specie di palizzata lignea che doveva separare l'alcova sua e della sua metà dal solitario giaciglio di Petrovo. Quest'ultimo, relegato in una fredda solitudine, non riuscì a dormire...e dato che l'indomani avrebbero dovuto cominciare il viaggio di ritorno, ne approfittò per studiare le cartine. Per fare il fenomeno agli occhi dell'avvenente ragazzona, e convinto ormai di conoscere l'intero territorio russo a memoria, aveva comprato delle carte mute, ed ora non riusciva a capirci niente, non si orientava neanche a morire. Non aveva idea di come tornare indietro. Verso l'alba si svegliò Buemi, e gli chiese appunto se aveva studiato il percorso di ritorno: Vitalino, mortificato (che ossimoro!!!), confessò che non si sapeva orientare. Buemi sudò freddo: lui, guardando una mappa, non sarebbe stato in grado di distinguere la Svizzera dalla Sicilia. Per non parlare della sua fidanzata: raccontò a Petrovo una frase che lei ripeteva spesso, secondo la quale l'unica nozione di carattere pseudo-geografico che ella deteneva nella sua mente era questa frase pronunciata anni prima da quel buongustaio del suo insegnante di geografia delle scuole medie: "Rispetto al tuo seno, la Terra è piatta". I due omaccioni, al contempo imbarazzati e preoccupati, volevano assolutamente ritrovare la via del ritorno prima che la bella addormentata si svegliasse, per non fare figure barbine e soprattutto non farla arrabbiare, perchè Buemi assicurava che in caso di collera ella era capace di sfoderare delle rovinose tettate nucleari. Vitalino Petrovo, che non era appena uscito dall'uovo ed era pieno di risorse, si affidò alla tecnologia, al nuovo, rassicurando così il collega: "Ho un PC con Gugolterra ed un telefono satellitare, vedrai che la strada la trovo".  Ma Buscemi obiettò che quasi sicuramente non c'era copertura per la rete senza fili; invece scoprirono che la connessione senza fili era stranamente perfetta, e cominciarono a consultare Gugolterra. Ma il destino beffardo ha teso loro un primo diabolico agguato: curiosamente, le scritte di Gugolterra non erano in cirillico, bensì in ideogrammi cinesi, nessuno dei due riusciva a capirci nulla. Petrovo, nell'esasperazione, arrivò a confondere la Mongolia con il Kazakistan; Buscemi, addirittura, confuse la Russia con la Cina e scambiò il Mar Glaciale Artico per il più familiare Mediterraneo. La conclusione più sensata ed unanime a cui i due furono in grado di arrivare fu "percorrendo 300 km verso nord-ovest, dovremmo arrivare dalle parti di Malta": non sorprende, quindi, il fatto che Vitalino Petrovo, fortemente scettico, abbia deciso di spegnere il computer e provare col piano B, ossia una telefonata con l'apparecchio satellitare. Tuttavia tutti i numeri che componeva venivano dati come inesistenti, forse perchè sbagliava il prefisso internazionale; alla fine, stizzito, compose un numero a casaccio e gli rispose un astronauta di una stazione orbitante russa. Risollevato da quella fortunata casualità, Petrovo pensava che tutto fosse risolto: chiese ai suoi intrepidi connazionali informazioni per dirigersi verso Mosca. Ma i navigatori spaziali, che erano diretti verso Saturno, gli risposero sgarbatamente che avevano già un bel daffare con le loro traiettorie e coordinate celesti, e non volevano essere seccati da simili baggianate sugli itinerari terrestri; detto questo, riattaccarono il telefono e non risposero più ai successivi tentativi di chiamata di Petrovo. I due pilauti, disperati, non sapevano più cosa fare, e nemmeno volevano scegliere una direzione a casaccio. Improvvisamente, fuori dalla capanna videro passare un pastore locale con le sue renne. Uscirono di corsa fuori e Vitalino provò a chiedere informazioni all'indigeno, che però non parlava il Russo nè altre lingue europee, ma solo un remoto dialetto locale. Vitalino provò in tutti i modi, anche con gesti eloquenti, a chiedergli la direzione per Mosca, ma lui non capiva. Finchè, dopo circa tre quarti d'ora, sembrò che egli avesse capito la domanda, e li invitò a seguirlo nella sua capanna, situata dietro una vicina collina. Arrivati là egli mostrò loro una collezione di insetti conservati in cubetti di ghiaccio, ed in particolare un raro esemplare di mosca che avrebbero potuto acquistare per ben 600 rubli. Petrovo, spazientito, se ne andò inveendo contro il pastore, mentre Buscemi cercò di congedarsi in modo più diplomatico. Tornarono alla loro baracca, dove nel frattempo la procace miss si era svegliata ed aveva cominciato a cercare affannosamente le sue due virilità accompagnatrici. I due maschioni non poterono fare altro che confessare desolatamente di aver smarrito la via del ritorno, e Petrovo si fece il segno della Cruz e si preparò ad essere tramortito da una tremenda tettata nucleare. Invece la ragazza, calmissima, assicurò loro che non c'era da preoccuparsi: nella sua estrema previdenza, ella aveva usato il celebre stratagemma del filo d'Arianna. In pratica, quando i tre erano ancora a Mosca, ella aveva scucito un filo di nylon dal suo spropositato reggiseno e ne aveva legato l'estremità ai cancelli del Cremlino: per tutta la traversata della Russia che avevano compiuto, dunque, quel sottilissimo filo  provvidenziale si era instancabilmente srotolato e dipanato attraverso pianure e catene montuose, fiumi e laghi, ferrovie e strade, miniere e pozzi petroliferi, per circa 7000 km. Bisognava soltanto sperare che, calpestato senza ombra di dubbio da automezzi, treni, uomini e animali di mezza Russia, esso non si fosse sventuratamente spezzato. Ma c'era un altro aspetto che intrigava i due pilauti: se 7000 km di filo del reggipetto erano distesi sul suolo russo, quale minima parte dell'indumento intimo poteva rimanere sotto la pelliccia ed il maglione della ragazza? E che razza di dimensioni doveva avere ciò che quello smisurato reggiseno conteneva? La risposta era vicinissima, si intravvedeva labilmente sotto metri di pieghe della pelliccia di lei, ma era inaccessibile. I tre, raccogliendo e aggomitolando il filo, cominciarono dunque il lungo viaggio pedestre di ritorno, che percorsero in oltre tre mesi, durante i quali si cibarono di bacche e bevvero neve pressata e pioggia acida. Passarono così dai -45° del dicembre siberiano ai 10° di metà marzo a Mosca, quando arrivarono. Sfruttando questa circostanza di relativo tepore, i due uomini chiesero maliziosamente e furbescamente alla ragazza, che già si era tolta la pelliccia proprio entrando a Mosca, se non avesse caldo. Lei confessò che in effetti, dopo un inverno del genere, 10° era una temperatura pressochè estiva, e pertanto si levò il maglione, mostrando pubblicamente il seno gigantesco e quel poco di reggipetto che ci rimaneva intorno, che non bastava neanche a coprire interamente i capezzoli. Petrovo e Buemi sentirono una sorta di vera e propria attrazione gravitazionale verso quei due planetoidi, e dovettero allontanarsi di parecchi metri per poter resistere a quella forza di gravità secondaria. Ma quello spettacolo di grandi sfere catalizzò anche l'attenzione di tutti i passanti: le vecchie comari russe indicavano le floridità della ragazza con espressioni di sdegno e rinsecchiti indici accusatori, e stuoli di maschi sovietici cominciarono a radunarsi in adorazione ed inverecondo slinguazzamento. La situazione stava per degenerare...la ragazza non capiva il perchè di quella improvvisa adunanza turbinosa di folla, e Vitalino la tranquillizzò dicendo che i moscoviti avevano riconosciuto lui, l'eroe nazionale Vitalino Petrovo, e lo stavano osannando, rivolgendo al contempo sguardi di ammirazione ed invidia per i due fortunati che avevano avuto l'onore di accompagnare la sua passeggiata. La fidanzata di Buscemi ci credette, e si mise l'animo in pace. Ma li raggiunse presto un gendarme con aria austera e minacciosa: Vitalino gli spiegò che loro erano una delle squadre partecipanti al prestigioso torneo di bocce giganti intitolato a quel gaglioffo di Gorbacioffo, e che la gentile miss era la volonterosa portabocce del gruppo. Il gendarme, da principio, sembrò crederci, ma tardava ad andarsene, come chi sia rimasto convinto solo a metà. Vedendo che stava tornando alla carica, Petrovo lo liquidò con un: "Io sono Vitalino Petrovo, eroe nazionale della F1": il militare si affrettò a fare un profondo inchino, quasi prostrandosi a terra per chiedere perdono di tanto disturbo, poi andò a nascondersi per la vergogna, mentre la folla moscovita inveiva contro di lui. Missione compiuta: il primo viaggio di coppia in F1 era stato un successone, e i tre trovarono sulla Piazza Rossa Putìn e Bernino Ecclestòne che li accolsero con gioia, complimentandosi per l'audacia dimostrata...e congratulandosi in modo particolare con la ragazza, non solo per l'astuzia del filo di Arianna ma anche per motivi più corposi e tondi tondi.

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