25/11/2010

La mia nascita

Dato che un folto pubblico è rimasto sbalordito dal faceto racconto della mia triste infanzia, e soprattutto dalla mia nascita avvenuta in automobile, su cui molti mi hanno chiesto insistentemente ragguagli e approfondimenti cronachistico-agiografici, ho deciso di riaffondare il coltello nella mia piaga auroral-esistenziale, e narrare esaurientemente le circostanze della mia genesi. Mettetevi comodi. Luigi Amiltone nacque il lontano (ma pur sempre vicino!) 7 gennaio 1985; secondo una leggenda del tutto apocrifa ed inattendibile, io ebbi i natali a Stefanaggio, uggioso borgo vichingo dell'Anglia gemellato con la cittadina lombarda di Caravaggio...ma ditemi voi se un personaggio del mio calibro può seriamente avere avuto un luogo di nascita così banale e poco pittoresco!...ridicolo...il mio vero luogo di nascita è la ridente cittadina di S. Giorgio, sull'isola caraibica di Granata, quella che si trova stretta nella morsa delle più celebri isole "Barbadosso" e "Trinità e Tabacco". In quella fatidica sera, mia madre aveva avuto forti doglie, dopo un tranquillo pomeriggio casereccio, e mio papà Antonio aveva deciso di portarla in macchina all'ospedale maggiore, distante circa 10 km dalla nostra casetta in riva all'oceano. Il Babbo, che a quel tempo aveva ancora un animo poetico e sognante, guardò fuori dalla finestra prima di partire, e vide un panorama fatato: in quella magica sera l'Atlantico era piatto come una tavola (dall'Artide all'Antartide), e il firmamento era gremito d'astri azzurrini. Tra l'altro si vedeva poi la cometa di Alleino, che per l'occasione aveva deciso di anticipare di circa un anno il suo perielio, e si era fermata esattamente a perpendicolo sulla nostra casa. Finalmente i miei salirono in macchina, e cominciarono il viaggio verso l'ospedale. Il babbo, continuando di quando in quando a scrutare il cielo, si accorse che la cometa seguiva fedelmente la macchina, e ad ogni curva svoltava a sua volta per le vie celesti...Ah, per completare il quadretto allegorico-narrativo, mi sovviene ora che in macchina coi miei c'erano anche due miei zii: uno non era molto intelligente, e a suo tempo aveva ripetuto tre volte la prima elementare; l'altro, molto grasso, era stato ripetutamente tradito dalla moglie. Ma il singolare presepe caraibico di quella notte deve ancora completarsi: ebbene, ben presto a mia madre si ruppero le acque, e durante quei sofferenti momenti ella ebbe un'impressionante visione: ella vide, in un soave bagliore, tre ricchi signori sconosciuti, elegantemente abbigliati con abiti orientali (poichè l'Europa è più a est dei Caraibi), che portavano doni. Questi uomini, che qualche anno più tardi mia madre riconobbe in Ron Tennis, Norberto Augh e Martino Wittimarcio, avevano portato oro, incenso e...birra; inutile precisare che fu Ron a portare l'oro e Norberto a regalare il barilotto con la birra, sicchè fu proprio Wittimarcio a portare quell'incenso inutile e dall'odore insopportabile. I tre omaccioni orientali profetizzarono alla mamma che io avrei avuto un avvenire sfolgorante, e poi, in un abile effetto di dissolvenza incrociata, essi disparvero gradualmente, e contemporaneamente comparve una gigantesca freccia argentata...non appena anche questa immagine simbolica scomparve, terminando la visione, io venni alla luce, sul sedile posteriore dell'auto in corsa. Pochi minuti dopo arrivammo all'ospedale, e i dottori presero in consegna me e mia madre, con tutte le attenzioni del caso e, verso di me, qualche ossequio particolare. Pochi giorni dopo ci hanno dimessi, e il primario tranquillizzò mio padre sulle mie condizioni, invitandolo poi a portarci via con una certa solerzia, perchè quella stella cometa che era rimasta fissa sopra l'ospedale per varie notti cominciava a dargli sui nervi...tornammo così a casa, e la stella ci seguì, divenendo tuttavia sempre più labile nel cielo, fino a scomparire del tutto quando varcammo la soglia dell'abitazione. Non appena entrati, i miei genitori videro qualcosa di prodigioso: sul tavolo del salotto c'erano i tre doni che mia madre aveva visto nella sua visione misticheggiante...un lingotto d'oro, un barile di birra e un'anfora piena di puzzolente polvere d'incenso. Con la birra mio padre prese la prima sbronza della sua vita; l'oro sarebbe servito per comprarmi i miei primi tre go-karti, e per rivestire di lamine d'oro il mio primo casco da corsa (è per questo che da allora indosso solo caschi gialli!); quanto a quell'inutile incenso, mia madre, per non buttarlo via, me lo infilò per anni nella minestrina, ed è per quello che vomitavo in continuazione da piccolo. Ma c'è da dire che già qualche mese dopo la mia nascita i miei, comprendendo che in quell'isoletta non avrei avuto nessun brillante futuro, decisero di emigrare e trasferirsi in Anglia, e precisamente a Stefanaggio, spargendo poi la (leggendaria) voce di corridoio che io ero nato lì, in modo che tutti mi considerassero come un anglo di ascendenza caraibica, non come un caraibico dalla fraudolenta copertura anglicana. Che dire...ho già raccontato che mi costrinsero a correre sui karti già in tenerissima età, e quelle rare volte che mi lasciavano tranquillo, e che volevo andare a giocare fuori, nel nostro pietroso cortile, o non si poteva perchè pioveva a dirotto ("Dopo ti nasce il muschio in testa, Luigi", mi spaventava mia madre), o, se piovigginava soltanto o c'era una fredda nebbiolina, mi coprivano la testa - già allora - con un berretto rosso vermiglione della Vodafòne. Che infanzia da recluso...per di più in quel borgo selvaggio, ove del sole non si vedeva mai nemmeno un raggio. E poi i bambini del vicinato e tutti i vicini in generale non mi stavano simpatici, tanto più che avevano un colorito diverso dal mio, e cioè molto più chiaro e slavato. Un giorno chiesi spiegazioni a mio padre, che mi disse così: "hanno un disturbo, Luigi, si chiama albinismo: hanno poca melanina nella pelle. Per usare un parolone, sono patologicamente ipomelaninici...ma mi raccomando, non prenderli in giro per questo, non sta bene...anzi, per non infierire, quando parli con loro fa' finta tu di essere più scuro del normale, presentati come ipermelaninico." Consigli saggi che ho sempre messo in pratica, e mi hanno portato fino a qui senza polemiche melaniniche. Ma tutto si complicò ugualmente quando conobbi gente che invece era più scura di me, sicchè non sapevo più come classificarmi...alla fine ho tagliato corto, limitandomi a presentarmi come l'anglocaraibico Luigi Amiltone e basta. Comunque sia, che vita grama, che vita grigia qui in Anglia...un bel giorno, quando avrò almeno 50 anni (forse meglio dire 65-70) e avrò vinto quei 25 mondiali pilauti che mi servirebbero per riscattare la mia esistenza dal giogo di Ron e Wittimarcio (e discendenti), tornerò a Granata, in quella casa miracolata di S. Giorgio, a trascorrere gli ultimi scampoli della mia breve vita mortale, in riva all'Atlantico, e mi addormenterò per sempre ascoltando il ciclico sciabordio delle onde.

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La mia infanzia

Questa è stata la mia epica risposta a chi ha osato domandarmi perchè chiamo "Mc Ladren" la mia amata scuderia: 

"Se proprio vuoi sapere perchè chiamo così la mia alma mater, estrarrò dalle nebbie del tempo una triste storia che da tempo avevo sepolto nel mio cuore, e che con infinita pena ed intimo tumulto riporto alla luce, alla fredda e metallica luce di novembre. Chiamo così la mia squadra perchè mi rubò e rapinò gli anni più belli e spensierati dell'esistenza mortale, ossia l'infanzia, la fanciullezza e l'adolescenza. Ma cominciamo dall'antefatto: mio papà Antonio, quello che inquadravano sempre fino all'anno scorso, dopo aver passato una giovinezza abbastanza risparmiosa e di pesanti sacrifici per le condizioni economiche non da nababbo, si è fatto tentare, alla mia nascita, dall'avida bramosia di guadagno. Sfruttando strumentalmente la stocastica contingenza fortuita che mi ha visto nascere in una automobile, mio padre ha edificato da lì il mito di un Luigi Amiltone che dovesse diventare un mostro sacro delle quattro ruote, e me l'ha imposto, fin dal mio primo anno di vita, come modello di comportamento imprescindibile ed obiettivo da conseguire a tutti i costi. Fu così che cominciai a correre sui go karti prima di imparare a camminare, e così, negli anni in cui i miei coetanei giravano tranquillamente per casa col triciclo, io correvo già sul circuito del Sasso D'Argento, nell'umida Anglia citeriore, e avevo un istruttore-aguzzino che mi faceva fare anche trecento giri di pista al giorno, fino a quando non superavo i record di Alano Prosto, Airtone Senna, Davide Cultardo e via discorrendo.[...] La leggenda vuole che a sei anni mio padre mi portò dal tetragono Ron Tennis (che io identificavo con l'Uomo Nero, tipo Dart Fenero di Guerre Stellari, ma forse era più l'Uomo Grigio), e mi svendette al tiranno per alcuni miliardi di sterline anglo-caraibiche. Egli mi mise subito in catene, e mi obbligò a passare tutti i giorni della mia infanzia prima sui karti e poi sulle monoposto, sempre a girare ossessivamente al Sasso D'Argento, sotto una fredda pioggerella infida che mi ha fatto ammalare più volte. Una volta mi beccai una mezza polmonite e dovetti passare delle settimane in ospedale...Ron, invece di lasciarmi guarire in pace, mi portava da leggere delle riviste di meccanica razionale, e mi portava anche dei videogiochi sulla F1, che dovevo usare per non meno di 8 ore al giorno, a mò di rudimentale simulatore. Anni dopo, ormai quindicenne o giù di lì, vidi Hakkinenno andar via dalla Mc Ladren, e temetti che Ron volesse mandarmi allo sbaraglio in F1 per sostituirlo. Per mia fortuna, si fece avanti un finnico biondino logorroico, e fui salvo per qualche altro anno, in quanto Davide Cultardo, attaccatissimo al sedile, non aveva alcuna intenzione di andarsene. Mi infilarono però, per tenermi in caldo sotto termocoperta, in tediosi campionati di GP2 ecc., dove non c'erano avversari al mio livello. Alla fine del 2006 arrivò il gran (triste) giorno: se ne sono andati sia il biondino che lo scozzesone mascellone, e la Mc Ladren aveva bisogno di nuove leve. Presero me, Luigi Amiltone, e Fernandino, rimpiazzato un anno dopo dall'adorabile Kovaleineno (per non abbandonare la finnica tradizione). Da allora mi avete visto tutti, sono ancora qui, e non ho il minimo spiraglio per il diritto di riscatto dal giogo di schiavitù sotto cui mi detiene Ron: egli ha infatti detto che sarò libero soltanto dopo aver vinto 25 campionati pilauti, e sono ben lungi. Peccato. Il mio venale Babbo Antonio, che non vedevo dal giorno della meschina compravendita della mia pelle, è solertemente rispuntato fuori non appena ho cominciato a vincere, catalizzando su di sè le luci della ribalta, e presentandosi come l'uomo della provvidenza che aveva generato il nuovo astro nascente...e non a caso, subodorando lauti guadagni, ha subito preteso di farmi da agente. Io non volevo, ma Ron, che tutto può, glielo ha concesso, con il beneplacito anche di Norberto Augh, che davanti a una grigliata di salsicce dice sì a qualsiasi cosa. Interpellarono anche Wittimarcio, che in quel momento stava ispezionando alcuni tombini, e disse distrattamente di sì senza avere la minima idea di quale fosse la domanda. Pertanto, con il consenso formale della triade, fu aggiudicato. Mi cascasse un occhio se riuscirò mai ad avere il controllo della mia vita, del mio destino...Inutile dire che babbo Antonio si è intascato il 98% dei profitti, e mi ha lasciato il resto a titolo di "paghetta", fra le grasse risate di Ron (risate private, perchè Ron Tennis la minaccia non ride mai in pubblico). A conti fatti, guadagnavo circa il 10% di quello che ha guadagnato quest'anno Carogno Ciandocco, e non potevo spendere una sterlina perchè avevo anche dovuto accettare un patto di stabilità col babbo. Arrivò poi la Pussicatta, che pretendeva da me dei folli regalini da 1000 sterline ogni fine settimana, per comprarsi i vestiti più alla moda (che poi non so cosa se ne facesse, quando va in giro è pressochè nuda...)...fu così che dovetti indebitarmi, specialmente con i Fratelli Lehmanni, quelli che hanno fatto il tonfo nell'ottobre 2008. Insomma, da quando sono approdato alla Mc Ladren la mia vita è un inferno, e non me ne posso andare!"

17:27 Scritto da: luigi-amiltone in sfoghi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

Bernino contro tutti

Ebbene, anche quest'anno siamo giunti alla fine della stagione, e il gran circo della F1 smonta il tendone. Per giorni e giorni il paddocco della Marina Annuente di Abu Dhabi è stato percorso da interminabili processioni di uomini, animali e macchinari; tutto il popolo eletto era freneticamente affaccendato a sbaraccare e salire sul carrozzone di questo nuovo esodo, anzi diaspora. Alla Ferrari e alla Red Bullo, come gesto distensivo-liberatorio, hanno messo in libertà tutti i cavalli imbizzarriti ed i tauri imbufaliti che per mesi erano rimasti rinchiusi nelle scatole (box), sicchè la promiscua mandria ha potuto spandersi nelle circostanti zone desertiche e fare amicizia con i dromedari e i cammelli  locali.
Noi della Mc Ladren non avevamo animali da caricare sul carrozzone o da rimettere in libertà, ma abbiamo avuto lo stesso il nostro bel daffare con gli scarichi fognari, sempre per colpa del solito Martino Wittimarcio e dei suoi strampalati esperimenti  col cartone al posto della carta igienica. Ma il peggio doveva ancora venire...come abbiamo scoperto due giorni fa. Due mattine fa, infatti, si presenta al portone del box McLadren un bieco individuo dall'aspetto di un esattore delle tasse, e consegna un biglietto direttamente a Ron Tennis, il callido e burbero Ron. Quest'ultimo, nelle cui capaci mani sta il destino di tutti noi, legge mentalmente ed annuncia, in tono ferale: "è il solito invito di fine stagione per il torneo di Monòpoli con Bernino Ecclestòne". Dopo una pausa di riflessione, il tetragono Ron sentì crescere ed avvampare in lui insane pulsioni di vendetta per le passate sconfitte, fino ad esplodere in un : "Quest'anno lo riduco in mutande! Stavolta gliele faccio pagare tutte insieme!" Parole che - ahinoi - avevamo già sentito vanamente anche gli anni scorsi. Ma stavolta Ron sembrava veramente una furia, ed era pronto a vincere a qualunque costo. Io, Bottone e Wittimarcio lo abbiamo scongiurato di non andare, perchè i presagi non erano favorevoli, e sicuramente era la solita trappola; ma Ron, l'impavido Ron, citando un aforisma dal film "I Giorni dell'Ira", replicò: "Chi non accetta una sfida l'ha già perduta, e nel modo peggiore", quindi devo andare assolutamente. Io, che già mi aspettavo una simile risposta eroica, avevo previdentemente estratto dalla sacra urna delle reliquie del nostro fondatore Bruccio Mc Ladren (i più faziosi e agguerriti dei nostri avversari insinuano che si dovrebbe dire "Brucio Mc Ladren", dato che in dialetto britannico il nome è "Bruce") il prezioso santino che lo raffigura, in tutto il suo estatico fulgore di pioniere, patrono e capostipite di una vera e propria nazione automobilistica. Con calde lacrime di devota commozione pseudo-filiale consegnai il santino a Ron: "Se proprio devi affrontare questa perigliosa prova, Ron, tieni sempre sul tuo cuore questo santino, e che esso ti protegga da qualsiasi sventura, e che protegga noi tutti dalle infide scudisciate del destino beffardo".      Il tetragono Ron, visibilmente commosso, si sciolse in un brodo di lacrime, e abbracciò me e gli altri, che a loro volta lacrimavano copiosamente. Fu così che Ron, all'alba di ieri, uscì ardimentosamente dalla scatola Mc Ladren, come un cavaliere diretto alle crociate, senza la certezza di fare ritorno a casa. Arrivato nei dintorni della baracca di Bernino, Ron incontrò gli altri due sfidanti del vecchietto: trattandosi dello scontro al vertice tra i più grandi volponi e i più spregiudicati affaristi del circo, oltre a Bernino e Ron non potevano che esserci loro, ossia Rosso Marrone e Cristiano Oronero. Era in effetti indicativa l'assenza di rappresentanti della Ferrari: Cordero e Stefanino Domenicali in realtà c'erano, ma guardavano da lontano il gruppetto degli avversari di Bernino...sentii Cordero dire al suo occhialuto delfino: "Guarda i polli che vanno a farsi spennare..."; e lui lo sapeva bene, essendo già stato bruciato una volta, vari anni prima, quando il caro Berni gli vinse un terzo del patrimonio e metà del matrimonio (Cordero fu infatti costretto, nei giorni dispari, a portare a casa di Berni la conturbante ex moglie Edvigia Fenecca); da quella volta Cordero aveva sempre rifiutato l'invito per il torneo di Monòpoli con Bernino. Ebbene, arrivò il fatidico momento, e i tre sfidanti varcarono in fila indiana la soglia della baracca Ecclestòne, teatro dell'evento, per poi scomparire dietro la porta. Bernino, non molto avvezzo ai convenevoli, passò subito al sodo, distribuendo sbrigativamente ai commensali le pedine e i soldi del gioco. Gli sfidanti si resero subito conto che Bernino, come suo solito, aveva aggiunto tre zeri a tutti i prezzi scritti sul tabellone e nei cartoncini delle probabilità e degli imprevisti, mentre non aveva fatto la stessa cosa sulle banconote: era dunque chiaro che queste ultime si sarebbero esaurite immediatamente, e per pagare il resto ognuno avrebbe dovuto sborsare soldi propri, reali, e anche parecchi. Quello sbruffone di Bernino cominciò subito a fare il fenomeno e a provocare i rivali, dicendo: "Voi siete i grandi maghi della F1, andate a 300 all'ora, ma vi farò vedere che io ho una o due marce in più". Oronero ipotizzò che Bernino fosse stato, alcuni secoli fa, pilauta d'aviazione, ma il senso delle sue parole non era questo, e lo si capì subito dopo, quando il vegliardo tirò il dado e fece 21, lasciando gli altri allibiti. Ron volle vederci chiaro, prese in mano il dado e constatò che era normalissimo, aveva 6 facce numerate dall'1 al 6: la cosa non si spiegava, ma Bernino insisteva a dire che lui non aveva barato, e il dado sembrava normalissimo a tutti, quindi nessuno poteva lamentarsi. Con quel fortunatissimo lancio, Bernino era arrivato molto avanti nel tabellone, dritto dritto alle Probabilità. Il cartellino che estrasse fu particolarmente fortunato: "15 nuove scuderie hanno deciso di entrare in F1, e i loro sponsor ti pagheranno profumatamente e firmeranno contratti validi dal 2011 al 2026: ritira dal banco 115 milioni di euro". Inutile dire che il denaro del banco non bastò neanche per le briciole, e il resto lo dovettero sborsare in parti uguali gli altri tre. Fu il turno di Oronero, che tirò il dado e fece 3. Comprò una viuzza e ci mise sopra una casetta. Rosso Marrone fece 5, finì sulla stazione sud-sud-ovest e passò la mano a Ron, che fece 6 e finì su una piazza. La comprò e ci fece sopra una ennesima officina decentrata Mc Ladren. Il gioco andò avanti, e tutte le volte che Bernino lanciava il dado uscivano numeri a due cifre, che gli permettevano di completare molto alla svelta il giro del tabellone e di intascare ogni volta una marea di denaro dai rivali-banco. Agli altri capitavano soltanto normali numeri dall'1 al 6, come dovrebbe essere per tutti. Ecco spiegato l'arcano: i bollini che compongono i numeri sulle facce del dado sono magnetici, e il vecchietto tiene in mano una piccola calamita, quando tira, in modo da attirare tutti o quasi tutti i bollini del dado su una faccia sola (con numeri che possono arrivare a un massimo di 21), quella che esce come superiore (il moto dei bollini va a spostare un sofisticato contrappeso gelatinoso sulla faccia opposta, facendola cadere a terra); l'effetto di questo trucchetto diabolico dura solo per pochi secondi, il tanto che basta perchè tutti leggano il numero. Non appena un altro prende in mano il dado, per controllarlo o tirare, l'effetto magnetico svanisce, e il dado torna a sembrare perfettamente normale. Ebbene, il gioco proseguì così a lungo, con Bernino che continuava a incassare un fracco di denaro (a metà partita aveva già 560 miliardi di euro) e comprava tantissime caselle, monopolizzando il tabellone. Gli altri invece continuavano a perdere milioni di euro a giro, e le poche casellette che erano riusciti a comprarsi si svalutavano enormemente: per dirne una, quando Bernino metteva un albergo su una casella, esso diventava subito un hotel extralusso tipo il "Burj Al-Arab" ("Burgio l'arabo", per gli uomini di buon senso e buona volontà) di Dubai, mentre quando lo facevano gli altri l'edificio diventava subito una pensioncina a un quarto di stella con due camere in totale, col tetto cadente e cimici e lombrichi dappertutto. Ogni proprietà del vecchietto (a suo tempo accusato di plagio facciale dall'artista Andreino Varollo, quello delle serigrafie policrome dei divi di Ollivuddo) diventava subito grattacielo da record, villa faraonica, multinazionale monopolistica; le poche proprietà degli altri diventavano invece baraccopoli, discariche, fognature, miniere esaurite, deserti, sterpaglie. Bernino continuò a comprare, monopolizzando il 95% del tabellone, e aggiudicandosi tutte le stazioni, i porti e gli aeroporti, e anche qualche autostazione delle corriere (persino quelle che da Parigi vanno a Bombay passando per Buenos Aires).
I tre sfidanti, strenuamente, resistevano, non essendo ancora a corto estremo di denaro, specialmente il ricchissimo Oronero. Ma ben presto essi cominciarono a capitare sulla casella degli Imprevisti, e a raccogliere cartellini che descrivevano calamità inenarrabili che sembravano scelte su misura per loro. Ad esempio, ecco cosa capitò a Rosso Marrone: "Imprevisto: la Mercedes, dopo questo anno assolutamente grigio, cade in crisi, e non solo d'immagine: scarsi proventi, umiliazioni, figuracce, malesseri, perdita di competitività, scontri sindacali, rivendicazioni salariali: lo Schiumàcchero vuole trasferirsi alla Porsche, Rosbergo alla BMW, Norberto Augh vuole andare alla Audi, e tanti altri tecnici e ingegneri passeranno all'Opel e alla Wolkswagen. Tutti quanti, dai vertici di Stoccarda agli operai della subcatena di montaggio dei copricerchi in lega, indicano te, Rosso Marrone, come unico responsabile del disastro. Ma Bernino Ecclestòne, nella sua infinita magnanimità, è disposto a tirarti fuori dai guai: metterà una buona parola per te e convincerà tutti a restare alla Mercedes e recuperare il prestigio di sempre; se sarà necessario, ti offrirà il suo inestimabile aiuto per le strategie, anche quelle economico-finanziarie. Per questo aiuto devi pagare a Bernino 600 milioni di euro." E Rosso Marrone pagò ed esaurì anche gli ultimi risparmi, arrivando ad ipotecare, dopo le sue quattro case e dodici macchine, anche lo stesso Michele Schiumàcchero. Il callido Rosso Marrone fu dunque il primo grande sconfitto di quel torneo, ed uscì piangendo a testa bassa. La partita si era ristretta agli altri tre, ma la parte del leone la faceva sempre Bernino. Fra Ron Tennis e Cristiano Oronero si consumava una sottile guerriglia psicologica per vedere chi avrebbe ceduto prima e chi invece sarebbe rimasto, in veste di martire, a sfidare Ecclestòne per la gloria imperitura. La lotta fu dura, e a lungo entrambi rimasero a galla, ma ad un certo punto a Oronero, che aveva perso già tre quarti del suo immenso patrimonio di provenienza petrolifera, capitò questo imprevisto: "Una inspiegabile calamità ha provocato gravi incendi e devastanti esplosioni nei tuoi pozzi petroliferi del Kuwait, del Bahrein e di Iraq, Iran, India, Cina, Guatemala ed Argentina, nonchè in tutte le tue raffinerie ed oleodotti. Alcuni tsunami terrificanti hanno travolto e rovesciato le tue piattaforme petrolifere offshore al largo delle Orcadi Australi, del Giappone, di Minorca e quella del lago di Bolsena. A te, unico titolare della Oronero Petroli, spettano gli smisurati oneri di bonifica ambientale e risanamento ecologico di tutti i siti, lo smantellamento degli impianti danneggiati, la messa in sicurezza dei luoghi, ecc. Ma non temere, Ecclestòne si è offerto di aiutarti: ha già mobilitato - mediante Facebook - un plotone di suoi arzilli coetanei armati di Mocho Vileda, secchi, spugne, badili ecc. per aiutarti a raccogliere il petrolio fuoriuscito e risanare le aree, ma ovviamente vorranno essere pagati profumatamente per il loro impegno. Paga quindi a Bernino Ecclestòne 980 milioni di euro". E così anche Oronero arrivò al tracollo finanziario, e dovette abbandonare la partita. Ma il peggio è stato che, una volta uscito dalla baracca di Berni, Cristiano era ancora convinto che quei disastri ambientali fossero successi sul serio, e già cominciava a scavarsi la fossa con una vanga. Dentro quella baracca l'aria s'era fatta pesante: dopo 7 ore di gioco, rimanevano due soli contendenti: da una parte Ron, granitico, roccioso, tetragono, imperscrutabile (ma quasi sul lastrico); dall'altra Bernino, che ridacchiava mefistofelicamente e già si fregava le mani in vista della prossima vittoria. Ma Ron, impietrito nel suo volto dai lineamenti basaltici, sembrava non accusare il colpo. Gli capitò un cartoncino delle probabilità: "Bernino Ecclestòne è pronto a offrirti 100 euro per avere la monoposto usata nel quarto gran premio del 2007 da Luigi Amiltone: incassa da lui questa somma". Bernino fu costretto a sborsare i 100 euro. Poco dopo, al suddetto vegliardo capitò il seguente imprevisto: "Alla tua Mc Ladren stradale si rompe l'attacco della cintura di sicurezza: se vuoi risparmiare tempo e denaro, fattela sostituire direttamente da Ron, pagandogli 200 euro." E Bernino pagò senza battere ciglio. Ron era tutto ringalluzzito, pensava che il leggendario Bruccio Mc Ladren lo stesse effettivamente aiutando, e che sotto il suo prodigioso influsso stesse iniziando una graduale ma inesorabile rimonta cha avrebbe portato ad una sicura vittoria. Questa serie positiva continuò per altri trenta minuti circa, nel corso dei quali Ron riuscì ad intascare da Bernino la bellezza di 456,71 euro, nonchè a sottrargli il fondamentale aeroporto est-nord-est. Ron si sentiva pregno del benefico influsso di Bruccio, e si credeva ormai invincibile, ma a un certo punto gli toccò questo imprevisto: "Bentley, Rolls Royce ed Aston Martin accusano la Mc Ladren di spionaggio industriale, e ci sono le prove: Gensone Bottone, messo alle strette dagli investigatori della Iarda Scozzese, ha confessato di essersi introdotto in incognito - su specifico ordine di Ron - nelle sedi centrali di queste aziende per prendere nota di che marca di cacciaviti usavano, e per avvalorare ciò ha consegnato agli inquirenti un cacciavite sottratto con destrezza in uno stabilimento Rolls Royce. Per te, Ron, si profilano pene detentive che vanno dai 400 ai 700 anni: ma Bernino, con i suoi metodi persuasivi, può convincere gli inquirenti a insabbiare tutto e le aziende a ritirare le accuse. Questo ti costerà 2 miliardi di euro, da pagare immediatamente". Ron, costernato, pagò quello che poteva, ossia 1,8 miliardi; poi ipotecò tutte le sue proprietà (materiali, intellettuali e spirituali), e ancora mancavano 10000 euro: poichè il vegliardo non accettava proroghe o rateizzazioni, Ron fu costretto a cedergli una parte del proprio cuore, ossia l'inestimabile santino del nostro fondatore Bruccio Mc Ladren, colui che da lassù protegge e sostiene noi tutti. Così la pietra fondante della nostra scuderia, il cimelio che racchiude in sè tutto il nostro spirito, è finito fra le grette grinfie del canuto Berni. Ron, disperato, in un fiume di lacrime amarissime, voleva strapparsi i capelli, ma in questo senso non è che potesse fare gran chè...preferì straziarsi il petto con una penna stilografica prestatagli appositamente da Berni per l'atto eroico dell'"harakiri". L'anzianotto tiranno, nella sua infinita liberalità, si è dichiarato disposto a rivendere a Ron la reliquia per 50000 euro, non appena glieli potrà dare. L'importante è che il santino non cada nelle sacrileghe grinfie dei nostri avversari, Ferrari e Red Bullo, altrimenti saremmo finiti. E così, dalla baracca di Berni uscì, sconfitto e annichilito (ma labilmente rincuorato da quest'ultima speranza), anche l'ultimo sfidante. Ron, a testa bassa, faccia viola, petto sanguinante, era in ogni caso il nostro eroe, il titano che aveva tentato fino all'ultimo di resistere alla schiacciante superiorità del destino beffardo, in questo caso impersonato da quel Paperone di Ecclestòne. E quest'ultimo paragone regge eccome, perchè da una finestrella della baracca già si vedeva il vegliardo che, per festeggiare il suo trionfo, faceva tuffi in una vasca da bagno riempita di monete d'oro...Ma torniamo agli sconfitti...essi, una volta usciti distrutti e disperati dalla baracca, erano stati irrisi e dileggiati da Domenicali e Colajanni, mentre Cordero, che aveva subito la loro stessa sorte tempo addietro, non se la sentiva di sfotterli. Il raggiante Bernino, fresco di una bella nuotata nell'oro, uscì dal suo tugurio per onorare gli astanti della sua rifulgente presenza. Si diresse subito verso la scatola (box) Ferrari, e ricevette i melliflui complimenti di Domenicali e Colajanni, ma lui in definitiva li ignorò, percependo la sviscerata adulazione utilitaristica del loro tono, e si rivolse subito a Luca Cordero,  senza tanti convenevoli: "Uè, Cordè, come ti butta?" Luca rispose che in lui era ancora cocente le delusione per il mondiale perso, e Bernino sdrammatizzò con un classico e sempreverde  "Ritenta la prossima volta: sarai più fortunato". Poi il vegliardo passò al punto: "Voi della Ferrari state facendo un po' troppo i furbi...vi rammento che la partecipazione al torneo di Monòpoli di fine stagione non è facoltativa, bensì è uno degli obblighi sanciti dal famigerato Patto della Concordia" (quello firmato, con estrema discordia, a Concordia sul Secchia, in provincia di Modena); "il vostro reiterato quanto diuturno, pervicace quanto testardo rifiuto a partecipare costituisce una smaccata violazione di quel sublime trattato d'alleanza, e pertanto sarete puniti con una ammenda da 100 milioni di euro". Cordero ribattè che ricordava bene il testo di quel millennaristico patto, e non c'era scritto niente di simile, ma Bernino trasse fuori da una cartella il fatidico documento, che riportava le esatte parole del vecchio...e in calce c'era la firma di Cordero. Quest'ultimo accusò Bernino di aver falsificato il documento con Fotoscioppo, e il vecchio, incollerito, gridò "Santi numi, questo è troppo!". Sembrava che la situazione stesse per degenerare drammaticamente (Cordero era già pronto a una scazzottata), quando all'improvviso arrivò l'indomito Filippino, che aveva sentito tutto, e prese in mano eroicamente la situazione. "Ci penso io a questo qui, la salvo io la mia squadra, sono io l'eroe qua dentro" e, detto questo, si appoggiò le mani sui fianchi e alzò il mento, a tu per tu con Ecclestòne, nella posa spavalda di chi vuole intimorire l'avversario e gli mostra di attendere senza alcuna preoccupazione la sua prossima mossa, qualunque essa sia. Ma in realtà era Filippino che doveva reagire, trovare una scappatoia, perchè le richieste del vecchio erano chiare, e la situazione era in stallo: Massa chiese dunque a Berni se era disposto a giocarsi quella somma a testa o croce...in caso di vittoria del vecchio la Ferrari avrebbe dovuto sborsare il doppio, ma se avesse vinto Filippino i 100 milioni sarebbero stati abbuonati. Ecclestòne accettò, e tirò fuori immediatamente una moneta per procedere al lancio. Filippino scelse testa, Berni croce e Cordero, neutrale per modo di dire, lanciò la moneta. Uscì testa, ma  qualcuno ci aveva disegnato sopra una croce con un pennarello indelebile...Berni ebbe dunque un pretesto per sostenere che fosse uscita croce, non testa. Sull'altra faccia della moneta, ovviamente, era stato fatto l'opposto, sicchè nessuno sembrava più capirci nulla. Cordero, stanco di quei trabocchetti, tirò fuori una moneta normale dalle sue tasche, e lanciò in aria quella. Nella sua parabola aerea, la monetina sbattè contro una tettoia di metallo, il che la fece rimbalzare e ruotare come una trottola impazzita...cadde per terra e continuò a ruotare sulla costa per circa 35-40 minuti o più, scavando piccoli solchi per terra. Alla fine, dopo tanta spasmodica attesa, la moneta cadde e uscì testa. Filippino, gongolante, cominciò a pavoneggiarsi e a gridare di giubilo, e Berni colse immediatamente questo suo momento di debolezza chiedendogli un favore...Filippino, al settimo cielo, rispose incautamente "Qualunque cosa, Berni, ora che ho vinto..." e Bernino sibilò "Rivincita"...Filippino, distratto dall'incontenibile euforia, disse sì impulsivamente, e si accorse solo un paio di secondi dopo del pasticcio che aveva appena combinato. Colajanni, presago di sventura, si buttò per terra e cominciò a tempestare di pugni il pavimento; Domenicali si sentiva stringere un nodo (scorsoio) intorno alla gola; Cordero stava sudando freddo; Filippino, che prima faceva il gradasso, si sentiva tremare le ginocchia. La monetina fu lanciata nuovamente, e stavolta venne croce, il che condannava la Ferrari a pagare 200 milioni di euro a Berni. Filippino, imitando la strategia astuta del vecchietto, chiese immediatamente la rivincita, ma Bernino, che non è tonto, rispose: "L'abbiamo già fatta la rivincita! Quante altre ne vuoi, Filippino? E poi non so voi, ma io ho da fare, sono un uomo d'affari, non posso mica star qui a giocare tutto il giorno..."e detto questo se ne andò, lasciando i ferraristi congelati in una paralisi di sgomento inaudito. Il primo a riprendere conoscenza e vigore fu Rambo Colajanni, che si sfilò la cinta e cominciò a dare alcune frustate di prova per terra, cosa che cominciò a far insospettire e preoccupare Filippino,il quale cercò di svicolare... ma Domenicali e Cordero lo bloccarono saldamente, e Colajanni cominciò a fustigarlo selvaggiamente, in una scena inenarrabile che cominciava a stingere nella bluastra e metallica penombra serotina del tropico, con i venti del deserto che propagavano e disperdevano i lamenti di Filippino per tutta la penisola arabica, tramutandoli in tristi nenie raminghe del tutto simili a quelle misteriose cantilene spettrali udite, fin dalla notte dei tempi, dai pastori nomadi locali nel loro perpetuo peregrinare fra le sabbie. 

15:00 Scritto da: luigi-amiltone | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: bernino, ron tennis, oronero, marrone | OKNOtizie |  Facebook

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